Scuola, rinviata la valutazione dei presidi per il terzo anno consecutivo

La direttiva c’è ma nessuno la rispetta. Stiamo parlando della valutazione dei dirigenti scolastici che anche nel 2018/2019, per il terzo anno consecutivo, non avrà alcun effetto sulla parte variabile dei loro stipendi. I capi d’istituto continueranno a ricevere la retribuzione di risultato in maniera forfettaria. L’accordo che rinvia di un altro anno la valutazione è stato siglato la scorsa settimana dal ministero dell’Istruzione con i sindacati.

Insomma, sulla valutazione si profila l’ennesimo cambio. Da Berlinguer a Fedeli ogni esecutivo si è esercitato sul tema. Senza effetti memorabili dal punto di vista del merito. Che, di fatto, è sempre rimasto fuori dalla finestra di viale Trastevere.

Insomma, come in genere e da sempre in tutto il sistema pubblico-giuridico-burocratico italiano, si ha l’ennesima conferma che la parola “valutazione” è sempre stata solo una delle tante annose promozioni della (a)varia(ta) politica italiana con cui si imboniscono i buoi-elettori prima delle elezioni.

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La valutazione dei presidi può attendere

Il portfolio di autovalutazione

I presidi infatti, in base alla normativa, devono compilare annualmente un “portfolio” di autovalutazione che indichi punti di forza e di debolezza, oltre che gli obiettivi di miglioramento, inviarlo al Miur e aspettare la “pagella” dei valutatori. Che dovrebbe costituire – ricorda Il Sole 24 Ore – la base per assegnare il “premio” di risultato. In pratica invece, anche nell’anno scolastico 2018/2019, questo meccanismo si ferma al primo tempo. E anche l’invio del portfolio diventa un’operazione facoltativa. Senza alcuna penalità. Risultato: numeri sindacali parlano di una riduzione dal 66 al 55% dei presidi che hanno compilato il questionario.

§ https://www.tecnicadellascuola.it/la-valutazione-dei-presidi-puo-attendere

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Scuola, rinviata la valutazione dei presidi per il terzo anno consecutivo: “Norma è incompleta e mancano organi ispettivi”

L’accordo per ignorare la direttiva del 2016 è stato siglato la scorsa settimana da ministero dell’Istruzione e sindacati: lo scopo sarebbe migliorare la “qualità delle scuole” tramite il controllo dell’attività dei dirigenti ma, spiega Gissi (Cisl) “non ci sono le condizioni perché era prevista una ridefinizione della materia che non è ancora stata fatta”. Giannelli (Associazione nazionale presidi): “Sistema discutibile”

In altre parole secondo la norma i presidi dovrebbero compilare ogni anno un “portfolio” di autovalutazione che indichi punti di forza e di debolezza oltre che gli obiettivi per il miglioramento. Una volta compilato dovrebbe essere inviato al Miur che a sua volta manda nelle scuole degli ispettori che fanno parte dei nuclei di valutazione. “In base alla rilevazione dell’azione dirigenziale – cita la norma – e dei risultati conseguiti, il direttore regionale adotta annualmente i provvedimenti di valutazione dei dirigenti, a seguito dell’istruttoria effettuata dal nucleo di valutazione”.

Sulla carta tutto sembrerebbe funzionare ma la realtà è un’altra come ci racconta Lega Gissi, segretaria generale della Cisl Scuola: “Ad oggi non ci sono le condizioni per fare una valutazione differenziata perché la parte contrattuale aveva previsto una ridefinizione della materia che non è ancora stata fatta. In molte realtà non ci sono gli organi ispettivi e non si sono costituiti i nuclei di valutazioni. Inoltre non sono stati determinati alcuni aspetti relativi alla gestione del portfolio. Abbiamo rinviato con l’obiettivo di rivedere il tutto”. Risultato? Oggi i presidi compilano il portfolio ma quest’ultimo non è usato per la valutazione e quindi i direttori regionali non possono adoperarlo per definire i livelli diversificati e la conseguente retribuzione differente.

Una situazione che mette in difficoltà gli stessi presidi: “Il sistema messo in atto – spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi – lo troviamo discutibile. La direttiva 36 del 2016 prevede una procedura che parte da un’autovalutazione. Dopodiché c’è un nucleo di valutazione presieduto da un ispettore che fa una sua valutazione prima di passare il tutto al direttore generale. Secondo la procedura ad ogni livello di valutazione competerebbe una retribuzione di risultato differenziata ma questa cosa non è mai entrata in vigore. La critica principale che noi facciamo è che si tratta di una valutazione molto indiretta. Si rischia di dare un ottimo giudizio a un preside che scrive bene qualche documento ma è inefficace nella gestione della scuola”.

§ https://www.gildavenezia.it/scuola-rinviata-la-valutazione-dei-presidi-per-il-terzo-anno-consecutivo/
§ https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/18/scuola-rinviata-la-valutazione-dei-presidi-per-il-terzo-anno-consecutivo-norma-e-incompleta-e-mancano-organi-ispettivi/5029873/
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La scuola del rinvio: anche per i presidi la valutazione può attendere

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci – Il Sole 24 Ore – 11 marzo 2019

La scuola italiana si conferma allergica alla valutazione. A qualsiasi livello. Sia che si guardi agli studenti, e alla loro risaputa avversione per le prove Invalsi (peraltro condivisa con una fetta del corpo docente), sia che ci si soffermi sui dirigenti scolastici, e sulla separazione che continua tra risultati e retribuzione, lo scenario è identico. Con i “valutati” che cercano di ridurre l’impatto del giudizio dei “valutatori”. O quanto meno di rinviarne gli effetti. L’ultimo esempio in ordine di tempo arriva dai presidi. Nonostante la Buona Scuola stabilisca chiaramente che la valutazione del loro operato «è coerente con l’incarico triennale e con il profilo professionale ed è connessa alla retribuzione di risultato», questo link, anziché essere attuato, è stato appena rinviato per il terzo anno consecutivo.

P er effetto di un accordo siglato la settimana scorsa tra il ministero dell’Istruzione e i sindacati anche quest’anno la valutazione dell’operato dei dirigenti scolastici non impatterà sulla parte variabile dei loro stipendi. Un attestato di sensibilità verso la categoria che segue di tre mesi il munifico rinnovo contrattuale che ha fatto crescere le buste paga dei presidi in media di 460 euro netti al mese.

In teoria, in base alla normativa esistente, i presidi devono compilare annualmente un “portfolio” di autovalutazione che indichi punti di forza e di debolezza, oltre che gli obiettivi di miglioramento, inviarlo al Miur e aspettare la “pagella” dei valutatori. Che dovrebbe costituire la base per assegnare il “premio” di risultato. In pratica invece, anche nell’anno scolastico 2018/2019, questo meccanismo si ferma al primo tempo. E anche l’invio del portfolio diventa un’operazione facoltativa. Senza alcuna penalità. Risultato: numeri sindacali parlano di una riduzione dal 66 al 55% dei presidi che hanno compilato il questionario.

Uno scenario analogo è offerto dalla valutazione dei docenti. Era stata sempre la Buona Scuola infatti a introdurre un bonus per gli insegnanti meritevoli, erogato dai dirigenti sulla base dei criteri individuati dai nuclei di valutazione “misti” presenti in ogni scuola. Un’innovazione storica per un paese che ha retribuito i prof sempre e solo sulla base dell’anzianità di servizio. Ancora più importante se si considera, come testimonia un recente rapporto di Eurydice sulla carriera dei docenti, che quel “gettone” rappresenta l’unica declinazione della parola valutazione applicata ai professori italiani.

In realtà, anche in questo campo di merito se ne è visto poco. L’ultimo monitoraggio sull’uso dei 200 milioni stanziati all’epoca dalla legge 107/2015 – nel frattempo scesi a 112 milioni e poi risaliti a 160 – è datato 2017. E a riceverlo era stato più di un docente su tre. Da quel momento il Miur non ha più diffuso alcun dato. Ma, considerando l’estensione per via contrattuale anche ai precari, è presumibile che la platea dei beneficiari sia cresciuta ancora. E l’importo assegnato agli insegnanti sempre più spalmato “indistintamente”.

Con un altro paradosso: dopo un triennio sperimentale, in cui ogni dirigente scolastico e nucleo di valutazione hanno agito da sé, un comitato tecnico scientifico avrebbe dovuto emanare delle linee guida valide per l’intero territorio nazionale. Un organismo che però non ha mai visto la luce. Per non parlare della valutazione esterna delle scuole: la percentuale di “visite” doveva arrivare, gli scorsi anni, massimo al 10% degli istituti; ci siamo fermati intorno al 5% complice la cronica carenza di ispettori ministeriali.

Arriviamo così agli studenti. Che non da sempre non vedono di buon occhio le prove Invalsi. Trovando stavolta una sponda nel governo gialloverde. Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, dapprima le ha sganciate dall’esame di Stato (i test in italiano, matematica e inglese che si stanno svolgendo in quinta superiore non sono più requisito d’accesso alla maturità); poi ha annunciato una loro rivisitazione (per utilizzarle, probabilmente, per una “pagella” più di sistema sulla scuola italiana e meno sul livello degli apprendimenti del singolo studente). Come conferma l’atto di indirizzo con le priorità del 2019, dove il Miur ha previsto di metter mano all’intero sistema nazionale di valutazione, con l’obiettivo, è scritto nel documento, «di definire nuove priorità strategiche da perseguire nel triennio 2019/2022».

Insomma, sulla valutazione si profila l’ennesimo cambio. Da Berlinguer a Fedeli ogni esecutivo si è esercitato sul tema. Senza effetti memorabili dal punto di vista del merito. Che, di fatto, è sempre rimasto fuori dalla finestra di viale Trastevere.

§ http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=112952

§ http://scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2019-03-08/la-scuola-rinvio-anche-i-presidi-valutazione-puo-attendere-170040.php?uuid=ABus5CcB

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Un accordo tra Miur e i sindacati assicura ai presidi 460 euro netti al mese di media

Con questo accordo anche quest’anno la valutazione dell’operato dei dirigenti scolastici non impatterà sulla parte variabile dei loro stipendi.

In base alla legislazione vigente, i presidi dovrebbero compilare annualmente un “portfolio” di auto-valutazione che indichi punti di forza e di debolezza, oltre che gli obbiettivi di miglioramento ed inviarlo al Miur e aspettare la “pagella” dei valutatoti e che dovrebbe costituire la base per assegnare il “premio” di risultato.

Invece, come spesso per le sbandierate innovazioni, anche quest’anno al pari del passato, questa procedura è mancata la valutazione finale. Sicché anche l’invio del portfolio (ovverosia della cartella espositiva) è divenuto facoltativo e, ovviamente all’italiana, pure senza alcuna sanzione. In sostanza trasmetterlo o meno non cambia nulla, pertanto, a detta persino degli stessi sindacati, appena il 35-40% dei presidi lo avrebbe inviato al Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) .

Una situazione analoga si ha con la valutazione dei docenti. Era stata sempre la “Buona Scuola” a introdurre un bonus per gli insegnanti meritevoli, erogato dai dirigenti sulla base dei criteri individuati dai nuclei di valutazione “misti” presenti in ogni scuola. Una novità storica per un paese che ha retribuito i professori sempre e solo sulla base dell’anzianità di servizio, ma anche in questo campo di merito se ne è visto poco. L’ultimo monitoraggio sull’uso dei 200 milioni stanziati all’epoca dalla legge 107/2015 – nel frattempo scesi a 112 milioni e poi risaliti a 160 – è datato 2017. E a riceverlo era stato più di un docente su tre. Da quel momento il Miur non ha più diffuso alcun dato. Ma, considerando l’estensione per via contrattuale anche ai precari, è presumibile che la platea dei beneficiari sia cresciuta ancora. E l’importo assegnato agli insegnanti sempre più spalmato “indistintamente”.

Non solo, dopo un triennio sperimentale, in cui ogni dirigente scolastico e nucleo di valutazione hanno in sostanza agito da sé, un comitato tecnico scientifico avrebbe dovuto emanare delle linee guida valide per l’intero territorio nazionale. Un organismo che però non ha mai visto la luce. Per non parlare della valutazione esterna delle scuole in cui la percentuale di “visite” doveva arrivare, gli scorsi anni, massimo al 10% degli istituti; ci siamo fermati intorno al 5% complice la cronica carenza di ispettori ministeriali.

L’opinione.

Insomma, come in genere e da sempre in tutto il sistema pubblico-giuridico-burocratico italiano, si ha l’ennesima conferma che la parola “valutazione” è sempre stata solo una delle tante annose promozioni della (a)varia(ta) politica italiana con cui si imboniscono i buoi-elettori prima delle elezioni.

Adduso Sebastiano

 

 

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Su Vincenzo Pascuzzi

Vincenzo Pascuzzi: è stato docente precario per quasi venti anni prima del ruolo. Ha insegnato Matematica, Elettrotecnica, Fisica in vari licei, istituti tecnici e professionali di Roma. Segue le vicende dei precari e della scuola. Interviene con note e articoli su vari siti, blog, ml. Partecipa al gruppo Iuas (Insiemeunaltrascuola) e al gruppo facebook Invalsicomio.

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