Siamo di nuovo su quella soglia distruttiva: a scuola si parla di : “pianificazione a tappeto”, imprenditorialità precoce, organizzare eventi, programmare completamente tutto, occupare sempre il tempo, “crearsi il lavoro con disciplina.” Esattamente le virtù indicate da Valery che hanno prodotto annientamenti ed orrori. Si respira un’aria soffocante, la libertà umana va in sofferenza, l’inventiva se ne va; il gusto del vivere anche.

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Il senso di soffocamento di nuovo imperante a scuola

Paul Valery, in un bel libro:”In morte di una civiltà. Saggi quasi politici”, così scriveva: “Certo bisognava ammettere che le grandi virtù dei popoli germanici hanno generato più mali dei vizi creati dall’ozio. Abbiamo visto, coi nostri occhi, il lavoro coscienzioso, l’istruzione più solida, la disciplina e l’applicazione più scrupolose, piegate a spaventosi disegni. Tanti orrori non sarebbero stati possibili senza tante virtù. C’è voluta, probabilmente, molta scienza per uccidere tanti uomini, dissipare tanti beni, annientare numerose città’ in così poco tempo”. Valery parlava ovviamente del nazismo ovvero di una tremenda “barbarie della riflessione”.

Siamo di nuovo su quella soglia distruttiva: a scuola si parla di : “pianificazione a tappeto”, imprenditorialità precoce, organizzare eventi, programmare completamente tutto, occupare sempre il tempo, “crearsi il lavoro con disciplina.” Esattamente le virtù indicate da Valery che hanno prodotto annientamenti ed orrori. Si respira un’aria soffocante, la libertà umana va in sofferenza, l’inventiva se ne va; il gusto del vivere anche.

Non può tardare più una presa di consapevolezza su questo senso di soffocamento di nuovo imperante a scuola e nelle nostre società.

Luigi Vavala’

§ https://www.facebook.com/lvavala/posts/10214385646466575

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Valéry, il pensiero ferito di un quasi politico

Novecento francese. «La crisi dello spirito» (1919) e altri saggi sulla decadenza della cultura europea tradotti da Aragno: «In morte di una civiltà»

08.04.2018

 Félix Vallotton, Verdun, 1917, Parigi, Musée de l’Armée

La crisi dello spirito apre il volume In morte di una civiltà Saggi quasi politici (Aragno, pp. 212, € 18,00) che raccoglie una serie di testi accomunati dalla matrice «politica», discretamente tradotto e curato da Massimo Carloni nonostante la diffusa omissione di accenti e il ricorso ad apostrofi spesso errati, forse a causa di una revisione frettolosa. Gli scritti sono ricavati dalla sezione «Essais quasi politiques» del primo volume delle Œuvres nella «Pléiade» (Gallimard, 1957). Alcuni di essi figuravano già nel «Meridiano» Mondadori delle Opere scelte (2014), ma le nuove traduzioni si discostano, sin dal titolo: La Crise de l’Esprit, per esempio – qui La crisi dello spirito –, era reso da Maria Teresa Giaveri La crisi del pensiero, interpretazioni entrambe corrette in base alla pluralità di significati del termine esprit. La scelta abbraccia un’ampia gamma temporale, spaziando dal 1919 al 1945, anno della morte dell’autore del Cimetière marin, documentato attraverso le ultime lettere inviate a Victoria Ocampo sul tema dell’Europa. Le istanze politiche di Valéry si riconnettono soprattutto ai motivi dello spirito e della valenza culturale della nostra tradizione, rapportata alle scoperte scientifiche della modernità. E non poteva che essere così, qualora si consideri il tentativo di conciliare, sulla falsariga del modello leonardesco, retaggio umanistico e scientifico (si pensi, in tal senso, al celeberrimo Monsieur Teste, sorta di alter ego dell’autore, o all’Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci). «Oggigiorno, ogni conoscenza è, necessariamente, una conoscenza comparata» avverte Valéry. Lo stesso Carloni asserisce, nell’esauriente postfazione: «Ultimo baluardo contro la moderna frammentazione del sapere, Leonardo incarna un Antipascal esemplare. Nulla infatti gli è più estraneo dell’opposizione, rivelatasi nefasta, tra esprit de géométrie ed esprit de finesse, un’antinomia che la modernità si è affrettata ad avvalorare, tumulando la naturale aspirazione umana ad un sapere universale nei limiti angusti e alienanti d’una professione parcellizzata».
Molto attuale risulta il saggio La politica dello spirito, nostro supremo bene in cui Valéry, contraddicendo il suo stesso assunto di avere «in orrore le profezie», sembra diagnosticare con sorprendente lucidità alcuni mali da cui è afflitto il suo (e il nostro) tempo, a cominciare dall’inautenticità che contraddistingue i rapporti umani: «Infine, le condizioni della vita moderna tendono inevitabilmente, implacabilmente a livellare gli individui, a uguagliare i caratteri; sfortunatamente e necessariamente, è sul livello più basso che la media tende a ridursi» (oggi viene da pensare alla comunicazione aberrante presente in certi social network dove, per essere ascoltati, bisogna offendere e gridare). Valéry non nasconde la propria insofferenza nei confronti della classe politica tout court, come si legge nella Lettera sulla società degli Spiriti: «Lo confesso: lo spettacolo dell’universo politico mi dà il voltastomaco».

La prosa di Valéry procede elegantemente per sillogismi, è chiara e lineare e non indulge mai all’autocompiacimento. Le stesse considerazioni sulla Storia rimandano a una gerarchia quanto mai arbitraria e inattendibile degli avvenimenti descritti dagli storici, come si legge in Vedute personali sulla scienza: «L’importanza di un avvenimento ha senso esclusivamente per il ruolo che gioca nell’esistenza di qualcuno, e questo nella misura in cui quel qualcuno può avere coscienza di tale ruolo. Ne risulta che l’avvenimento più importante del periodo compreso tra il 1789 e il 1815 è l’invenzione della pila e la scoperta della corrente elettrica da parte di Volta, nel 1800». Non perciò la Rivoluzione o l’Impero, ma «il fatto più innovativo, ricco di conseguenze riscontrabili nella nostra vita presente e universalmente provate». Molto interessante è anche il saggio Considerazioni sull’intelligenza che contiene l’allocuzione, rivolta ai giovani, Discorso sulla storia, in cui Valéry prende le distanze dai vari metodi storiografici osservando che l’importanza attribuita a un determinato evento invece che a un altro, è quanto mai soggettiva e spesso si basa su deformazioni di taglio ideologico. Egli può sostenere, anche se lo spunto è ricavato da altro contesto, che tale «punto di vista è falso, giacché separa il pensiero dal resto delle attività; ma questa operazione astratta e questa falsificazione sono inevitabili: ogni punto di vista è falso».

Più autobiografica e distesa la conferenza intitolata Ispirazioni mediterranee in cui lo scrittore rievoca il suo rapporto con il Mediterraneo, «il quale, sin dalla mia infanzia, non ha mai cessato di essermi presente, sia dinanzi agli occhi, sia allo spirito». Ma il senso dell’ordine, della geometria, si ripercuote anche in brani in cui l’approccio risulta più vibratile e lieve: «Ma questo sguardo, avvicinandosi alla terra, vi scopre subito, innanzitutto, l’opera irregolare del tempo, che modella indefinitamente il lido, e poi l’opera reciproca degli uomini le cui costruzioni accumulate, le forme geometriche impiegate, la linea retta, i piani o gli archi si oppongono al disordine e agli accidenti delle forme naturali, come le guglie, le torri e i fari che essi innalzano, oppongono alle figure caduche e franate della natura geologica, la volontà contraria di edificazione, il lavoro volontario e come ribelle della nostra razza». Come non pensare alle considerazioni architettoniche dell’Eupalinos?

Il pensiero distopico di Valéry, disseminato, oltre che negli scritti «politici», anche nel disegno abnorme dei suoi Cahiers, si configura come una sorta di antidoto a una realtà sempre più combattuta «tra la futilità e l’inquietudine». L’homo europaeus, gravato da un’eredità culturale troppo pesante, non potrà più essere annoverato tra gli «argonauti dello spirito», relegando il proprio ruolo a quello di comprimario. Sussistono al riguardo parecchie analogie con il declino della civiltà occidentale preconizzato da Spengler e Ortega y Gasset. Finché non si abbandonerà un contesto economico atrofizzato intorno ai suoi stessi meccanismi schizoidi, riscoprendo una comune matrice culturale, la funzione dell’europeo tenderà sempre più a essere ridimensionata: «Un’economia non è una società». Se non altro Valéry ci aveva avvertito.

https://ilmanifesto.it/valery-il-pensiero-ferito-di-un-quasi-politico/

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