se le famiglie (alcune famiglie) potranno scegliere l’istituto migliore, i presidi potranno selezionare gli allievi, pratica che esiste già in forma silenziosa. Purtroppo il punto sembra essere questo: assecondare disuguaglianze che andrebbero corrette.

Una scuola a sportello? 

di Maria Pia Donato – 2 aprile 2015

Nonostante il passaggio da un decreto a un disegno di legge, “La Buona Scuola” resta in sostanza un intervento sull’assorbimento dei precari, in sé benemerito. Nessun accenno ai cicli (neanche per la vituperata scuola media) o sull’incongruenza tra fine dell’obbligo e gli obiettivi formativi delle varie materie, nessuna indicazione sui contenuti e i metodi dell’insegnamento se non qualche accenno ai supporti informatici. L’“innovazione digitale e didattica laboratoriale” riguarda la creazione di “laboratori territoriali per l’occupabilità” di informatica con enti pubblici e privati. Il Ddl, infatti, pone un forte accento sulla fungibilità dell’istruzione per l’occupazione.

Sull’alternanza scuola-lavoro, comunque, il governo si riserva di intervenire oltre. Sono per la verità molte, troppe, le materie per le quali chiede delega, dalle abilitazioni al diritto allo studio. Si dovrà dunque seguire l’attività legislativa prima di emettere il verdetto sulla robustezza culturale della scuola renziana, oggi negativo.

Sulla formazione dei docenti, per esempio, c’è un vago “piano di aggiornamento” in servizio e una carta del docente, 500 euro per libri, corsi e attività culturali. Lo scetticismo è inevitabile: prevedibilmente l’attribuzione dipenderà dal preside-manager, figura chiave della riforma, e prima o poi diventerà selettivo o sarà stornato. Un po’ come i fondi di ricerca degli universitari, un’analogia che non deve stupire visto che il ddl sembra voler fare della scuola una brutta copia dell’università. Insomma, il testo non è una proposta su cosa una “buona scuola” debba trasmettere oggi e come. Forse non poteva esserlo. Il governo, nondimeno, disegna la sua versione di scuola dell’autonomia ed è su questo che occorre interrogarsi. Davvero la flessibilità nella versione che ne dà il Ddl renderà migliore la scuola italiana? E per chi?

Il Ddl formalizza alcune sperimentazioni, come due materie opzionali alle superiori e la libertà per gli istituti di attivare insegnamenti. La programmazione triennale degli istituti consentirebbe di scegliere la scuola mediante “valutazione comparativa”. All’autonomia e alla “valorizzazione dell’offerta formativa” sono funzionali le disposizioni cruciali del ddl: il preside-manager, che gestisce – altra innovazione maggiore – l’organico funzionale, ossia dei collaboratori a progetto scelti dagli albi regionali per incarichi triennali. Per inciso, non è chiaro che fine facciano tra un incarico e l’altro; si intravede che, a termine, sarà la condizione di tutti i docenti, una sorta di Jobs Act dei professori. Infine, l’apertura ai “principali attori economici, sociali e culturali del territorio”, non si sa bene identificati come, quali finanziatori potenziali e parti interessate nella programmazione didattica.

Si tratta dunque di un’autonomia prettamente gestionale con una torsione verso la competizione (tra istituti, tra territori, tra persone). Quella di Renzi è una scuola a sportello, per così dire: per le famiglie (ammesso che siano in grado di scegliere); per le aziende (ammesso che esistano); per il territorio (ammesso che ciò non sia solo la politica locale). La scelta ideologica di fondo è un ulteriore, significativo passo indietro dello Stato. Non stupisce quindi che si concedano sgravi fiscali per le scuole private del “sistema scolastico nazionale”. La misura vale per materne e primarie. Sull’infanzia, però si fa anche un passo avanti notevole aprendo la via alla generalizzazione e riqualificazione della scuola dell’infanzia.

Ma se la società è più libera di scegliere, la scuola, se possibile, rischia di diventare ancor meno autonoma nel definire e perseguire degli obiettivi educativi perché, oltre a sottostare ancora alla dittatura dei programmi, del monte-ore e dei curricoli (visto che di ritoccarli non si parla), subisce un’ulteriore verticalizzazione per via finanziaria. A ben vedere, infatti, l’offerta formativa flessibile è un optional. Poiché l’autonomia didattica è intesa come offerta aggiuntiva modulabile secondo le esigenze del sociale (o del governo) e non come filosofia pedagogica, essa è soggetta al vaglio ministeriale e alle disponibilità di bilancio. Le scuole (che non recuperano autonomia di cassa) progettano, poi negoziano con i vertici. Il ministero, visto il budget, sceglie cosa finanziare, non è ben chiaro se con criteri competitivi o perequativi, ma inevitabilmente attraverso mediazioni opache.

Dal combinato dei vari articoli, oltre che dall’esperienza, si deduce inoltre che gli istituti in grado di attirare sponsor e investimenti saranno avvantaggiati. Si adotta il principio – e torna il paragone con l’università – del chi più ha, più riceve. Nonostante il richiamo all’unitarietà del sistema, viene sancita de iure (de facto è sempre esistita) la disparità sul territorio nazionale della scuola, anche dell’obbligo.

Ovviamente, se le famiglie (alcune famiglie) potranno scegliere l’istituto migliore, i presidi potranno selezionare gli allievi, pratica che esiste già in forma silenziosa. Purtroppo il punto sembra essere questo: assecondare disuguaglianze che andrebbero corrette. Il sociale tende a riprodursi con le sue disparità di classe e di zona: scegliere la preminenza del sociale sull’istituzione implica la rinuncia a concepire la scuola come una leva, pur ormai molto arrugginita, di ridistribuzione delle opportunità.

Certo, considerando che su tutto prevale la contabilità, si può obiettare che cambierà poco. Il piano di studio personalizzato è una possibilità. A parte qualche liceo, le scuole avvieranno un paio di corsi, scegliendo l’arte o lo sport, e resteranno le attività a pagamento. Con buona pace della qualità dell’istruzione, l’insegnante “funzionale” farà il supplente del “comune” di qualunque materia (articoli 7.3d e 8.5; e il governo promette di andare oltre). La formazione in servizio obbligatoria si riduce a seminari interni. Per fugare le illusioni sulla portata culturale e pedagogica di tali misure basta la relazione tecnica della Direzione generale per le risorse umane e finanziarie del Miur.

Nondimeno, le scelte sono chiare. A confermarle interviene una norma all’apparenza minore, la possibilità di destinare il 5 x mille all’istituto preferito. Questa piccola rivoluzione ha finora attirato l’attenzione più che altro per la guerra tra poveri che scatenerà. Poiché il governo non aumenta il totale delle detrazioni destinabili, enti e associazioni avranno una temibile concorrente: non a caso l’Associazione nazionale dirigenti scolastici si è dichiarata favorevole. Con il 5 x mille si invitano i cittadini a fare “propria” (nel senso letterale della parola) la scuola dei propri figli, a dare ognuno il suo contributo. Ma così si stabilisce anche per legge la disuguaglianza tra istituti.

Ci sarà ancora modo di correggere la rotta? Si è parlato di un ricatto: o si passa la legge e tutte le deleghe o i precari restano fuori. Speriamo non sia così.

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Maria Pia Donato

è professore associato di Storia moderna all’Università di Cagliari e chargé de recherche del C.N.R.S. all’Institut d’Histoire moderne et contemporaine di Parigi. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Morti improvvise. Medicina e religione nel Settecento (Carocci, 2010) e Atlante storico dell’Italia rivoluzionaria e napoleonica (curato con D. Armando, M. Cattaneo e J.-F. Chauvard, École française de Rome, 2013).

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