Una vedova allegra? Di più. Frizzante, briosa e per tutti i palati. Si è chiusa così, in bellezza, la stagione lirica (con repliche fino al 17) del Teatro Massimo Bellini, che ha affidato il suo saluto al 2017 alla messa in scena della famosa operetta di Franz Lehàr , operetta che è a tutt’oggi uno dei titoli più rappresentati nelle stagioni teatrali di tutto il mondo, per la regia di Vittorio Sgarbi…

La messa in scena è stata dominata proprio da un forte senso estetico, con scenografie piacevolmente liberty affidate alla computer grafica e bei costumi, che hanno ricreato l’atmosfera da Belle Époque della Vienna di primo Novecento, per la quale Lehàr s’inventò una musica gaia e dominata dalla leggerezza, facendo sospirare tutti d’amore.

E proprio questo è stato l’effetto finale, un clima di festa tra equivoci e battute comiche e leziose, affidate alla sempre gradita comicità di Tuccio Musumeci, nei panni di Njegus, e di Armando Ariostini nei panni del Barone Zeta. Bravi i cantanti, Silvia Dalla Benetta, nel ruolo di Hanna Glawari, si è distinta per una voce ben calibrata che ha compensato capacità attoriali forse non eccelse; dolce e valida l’esecuzione canora di Fabio Armiliato nei panni di Danilo, più calato nel ruolo.

Convincenti anche Manuela Cucuccio, nei panni della sfiziosa Valencienne, e  Emanuele D’Aguanno,  che ha interpretato Camille de Rosillon, l’altra coppia dell’intricata storia, anche loro capaci di distinguersi per una bella vocalità, senza forzature e molto equilibrata.

Grandi applausi per il coro, sotto la guida di Gea Garatti Ansini, mai sopra le righe, e per il direttore d’orchestra, Andrea Sanguineti, elegantissimo con fazzoletto rosso e con una direzione eccellente soprattutto nell’inserto del Can Can di Offenbach,  capace dunque di usare la bacchetta con grande fedeltà alle intenzioni dell’autore e allo spirito stesso del genere.

Che erano quelle di creare l’ultimo palpito inebriante di una società languente attraverso un inno alla gioia di vivere.  Le sue note hanno veramente siglato nel migliore dei modi una bella stagione lirica, nell’illusione di una rinascita perenne, anche se di pura finzione. Come dire il fine supremo dell’arte…

Silvana La Porta