Una magica mano femminile, quella della moscovita Alevtina Ioffe, ha diretto ieri sera, con grande successo, nell’ennesimo appuntamento della Stagione sinfonica,l’orchestra del teatro Massimo Bellini per una serata di musica particolare, che tale si annunciava già dal programma: nella prima parte un’opera Der Dämon di Paul Hindemith, balletto pantomima in due quadri op.28, di straordinaria bellezza e inquietanti sonorità, e nella seconda la famosa sinfonia Patetica (la numero 6 in si minore), il testamento spirituale di Cajkovskij…

E la direttrice è stata sicuramente il fil rouge che ha unito energicamente due composizioni estremamente diverse, ognuna con il suo grande pregio. Hindemith, certamente una  delle  figure  di  maggior  rilievo  nella  storia  della  musica  colta  europea  del primo Novecento, alla stregua di personalità come Bartók o Stravinskij, ha offerto all’orchestra e alla direttrice la possibilità di cimentarsi con una suite da concerto  dove domina un’ accesa  sperimentazione, con scelte di linguaggio, di carattere, di stile inconsuete.

Valentina Ioffe è parsa molto a suo agio tra i suoni aspri e taglienti tipici dell’orchestrina da balera, adeguatamente resi dagli orchestrali, ben conosciuta e tanto cara a Hindemith; e molto bene, con grande piglio, ha reso una sintassi volutamente inceppata e ossessiva, una  musica  brusca  e  spigolosa,  ma   di potente forza evocativa, capace di esaltare al meglio le vivaci qualità immaginifiche del brano letterario di Max Krell sotteso all’articolazione musicale. Davvero è stata un’esecuzione che ha lasciato trasparire un che di mefistofelico e un gioco di tentazioni affascinanti.

Ma la Ioffe ha poi saputo calarsi d’un tratto, nella seconda parte, nell’armonia struggente  della Sinfonia Patetica, l’ultima partitura sinfonica di Tchaikovsky, la sua opera estrema, in quanto l’autore russo morì poco dopo suicidandosi tragicamente. Il costrutto sinfonico, dominato da sentimenti tanto diversi tra loro, ha incantato il pubblico del Bellini, soprattutto nelle parti in cui il musicista disegna una vera e propria tempesta emotiva nell’intrecciarsi d’archi, ottoni e legni.

Potenza, sofferenza e ed eleganza che, dopo l’impeto del terzo movimento, culminano nella tristezza del quarto, con una chiusa magistrale, dove la musica si spegne come da lì a poco si sarebbe spenta la vita del compositore. La direttrice ha siglato così, con dolcezza,  la sua esibizione ampiamente applaudita al Bellini.

Silvana La Porta