altAntonia Pozzi. A cento anni dalla nascita. Non si vive solo di presenze ma anche di assenze nel porto della nostra anima (di Pierfranco Bruni). La luna assente si rispecchia sulle acque di un mare che ha rughe increspaste e hanno la distanza dell’armonia. Sono tinte di un dolore che sanno delle parole di Lorenzo Calogero, di Cesare Pavese che non smette di recitare il suo “fuoco grande” con la bella e travolgente Bianca Garufi, con le parole che hanno la morte nell’anima come quelle di Carlo Michelstaedter (“E’ giunta l’ora del distacco, è giunta…”) o la ricerca della grazia di Simone Weil che, comunque, convive con l’ombra e alla fine con Antonia Pozzi, di cui si celebra il centenario della nascita proprio in questi giorni, (era nata a Milano il 13 febbraio del 1912 e morta, suicida, il 3 dicembre del 1938), restiamo, alla fine di un viaggio, che viaggio non è, ma è soltanto un percorso, degli anonimi invasi da fantasmi...  

Forse un po’ veneziani, questi anonimi e questi fantasmi che si aggirano nella visione: “Poesia, mi confesso con te/che sei la mia voce profonda”, 1934) e cerchiamo nelle notti di un Massimo Marcello l’Adagio più tragico per congedarci da una vita non solo vissuta ma che continua a penetrarci l’anima e ad appartenerci.Così non è con Antonia Pozzi. Poeta del tragico e dell’amore, sucicidatasi a 26 anni, che ha intrecciato nella sua storia un amore che si pensava impossibile, e proprio per questo amore pensato o creduto impossibile, si chiude il sipario di una vita. Ma nella sua poesia gli ancestrali o i lunari significati dell’oltre la vita fanno toccare quella filosofia dell’esistere, il cui insegnamento è portare una lezione di saggezza nell’affrontare la fine di un amore nel destino della fine di una vita.

Pozzi nei suoi anni brevi aveva acquisito la saggezza di una solitudine intrappolata tra la “grazia” e le “ombre”. Ma nella vita ci si impegna a morire come ci si impegna ad amare. Amore e morte. Antica recita di un solstizio che porta alla perdizione. Ma Antonia, che ha fatto della sua vita una poesia del tragico, conosceva il senso della sconfitta. O meglio la consapevolezza della sconfitta che vive nel coraggio di una solitudine che ha la nobiltà non di un gesto, l’ultimo gesto, ma di un pensiero che è, appunto, quello della fine.

Innamorata di Antonio Maria Cervi, il suo maestro di letteratura, vive nella loro storia l’attesa che accompagna il gioco infaticabile della vita nel riposo infinito di un amore che non può conoscere il senso della separazione. Il senso o la realtà. La poesia di Antonia è dentro il senso. E in questo amore impossibile si concentra lo sguardo dell’incancellabile, ma anche di una vita impossibile senza la possibilità di poter tagliare l’impossibile al destino o alla storia di questo amore.

Ma una poesia può costruirsi intorno ad un amore? La Pozzi, studiosa di Flaubert, di Stendhal, di Eliot, di Rilke, di Musil, di Mann e soprattutto di Pound, tra gli altri, chiede a questi poeti se la poesia potrà avere una durata nel momento in cui si strappa il vento che porta l’amore, pur un amore che conosce la sua perdizione? In amore anche la perdizione può diventare salvezza.

Siamo nel tragico del senso o non nella fuga della realtà. Il poeta non si serve della realtà per scrivere. Si lascia lacerare, fino in fondo, dalla realtà per smarrirsi nelle parole. In quelle parole che non hanno la tregua della commemorazione o della spiegazione e gli scatti della lingua stessa sono una deflagrazione di un poeta, che pur conoscendo la sconfitta e la solitudine, non smette di restare in quella lacerazione dei giorni che il “suo” Ungaretti, amato da Pozzi, “urla” come con il pianto della disperazione che Montale ristudia nel suo parziale mosaico, ma che non comprende fino in fondo anche se gli si deve il coraggio della rilettura.

Antonia Pozzi è nella ironia ungarettiana del tragico, in una terra promessa dell’assenza, che si lascia aggredire dalla disperazione e non si concede alla consolazione del “male di vivere”. Ungaretti e Pound, non sono nel male di vivere. Sono nel trapasso che conduce la parola alla disperazione. Il male di vivere resta una profondità senza il senso di morte. Una consolazione. Una concentrazione del male nella vita dolorante. Ma la disperazione non è Sinisgalli, non è Quasimodo non è il “diario” di una rivista come “Frontespizio”.

È, invece, il tocco della pioggia di Thomas Mann che batte con le sue gocce sulle finestre a misurare la consumazione del tempo. È l’uomo che si smarrisce alla ricerca del vuoto musiliano. E questo non è il male di vivere come consolazione. È la “ragione” di von Kleist che si suicida insieme alla sua amante – amica Hanriette Vogel il 21 novembre del 1811, sulle rive del Wannsee, dopo aver scritto una meditata lettera alla sorella nella quale si legge, tra le righe, “la verità è che per me non c’era aiuto possibile sulla terra. E ora addio; possa il cielo donarti una morte solo a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia”. È il Pavese che rifiuta la consolazione e chiede alla solitudine di ubbidire alla grazia.

Antonia Pozzi non è nella storia di una letteratura della semplificazione. È nella storia della vita della letteratura, che è ben altra cosa, perché tocca i destini e non i commenti, e non i giudizi, e non le giustificazioni. La Pozzi che mi appartiene non è quella delle necessità linguistiche. E’, invece, quella delle metafisiche mancate. È quella impercettibile ferita della saggezza sulla vecchiaia di Petrarca o quella dell’Antigone che si scontra con l’ombra che non finisce e con il sogno di un “sapere” che l’amore conosce come perdizione nel momento in cui l’amore stesso è la concertazione di una vita che chiude il suo tempo quando si lascia abitare dal Finito.

Siamo intrappolati dal Papini dell’uomo finito, ma si resta dominati dal pensiero della morte che ha una sua sensualità come in Michelstaedter o come nel sottosuolo dostoevskiano che ha un significato proprio nel non significato. Il suicidio è il senso della tolleranza – intolleranza in Dostoevskij e trova nella giusta morte di Nietzsche il senso dell’insignificante di una vita che perde il senso dell’amore.

Ed è vero, in modo zambraniano, che la poesia ha una sua poetica della filosofia e non una ragione perché nella poesia di Pozzi solo la parola raggiunge la solitudine, ovvero il poeta è solo quando raggiunge le parole. Ma questo è un concetto chiave di Benn soprattutto nel suo “Doppia vita”.

Ma quale letteratura, quali parole per la letteratura? La letteratura non conosce le parole che pretendiamo che siano definite parole. Forse la Teresa di Camino Castelo Branco in “Amore di perdizione” avrebbe capito la solitudine del “noi siamo soli” di Antonia? Antonia e Teresa. Due personaggi diversi in una estrema grandezza. In quell’estrema grandezza che fa scrivere ad Antonia Pozzi, chiudendo il suo lavoro su Flaubert: “Soli, come il beduino nel deserto, bisogna che ci copriamo il viso, che ci stringiamo nei mantelli e che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano – e sempre, incessantemente – fino all’ultima goccia d’acqua, fino all’ultimo battito del nostro cuore. Quando moriremo, avremo questa consolazione di aver fatto della strada e di aver navigato nel Grande”.

Da anni mi accompagna questa frase. Nel cammino degli anonimi veneziani c’è un solo adagio, non percepibile al suono degli archi, che è quello del senso della morte che ricostruisce il tempo della misura dei toni. Ma l’adagio è fatto di odori, profumi intensi, echi: “Io vengo da mari lontani -/io sono una nave sferzata/dai flutti/dai venti -/corrosa dal sole-/macerata/dagli uragni…” (1933).

In Antonia Pozzi l’adagio è la spaziatura di un istante soltanto in cui “misuravo tra le aeree dita/gli spazi/di un eterno mattino” (1934 – 1936) in cui bisogna sapere (anche) di avere la forza dell’accettazione “d’esser poeta” (1935).

C’è, dunque, una luna assente. Ma le onde, alla deriva, non si perdono e il porto, pur rimanendo, un porto di naufraghi, raccoglie le assenze. La vita non vive solo di presenze. Si costruisce su ciò che noi consideriamo assenze. Forse questa è una lezione alla quale Antonia Pozzi ci ha ancorato. Il porto trova sempre un golfo nella nostra anima.