A proposito delle diffide e messa in mora per l’indebita ritenuta del 2,50% dei dipendenti a regime TFR…(da sindacatoscuolaathena)

 

 

 

 

Ci rendiamo conto che la materia è complessa, per questo proviamo a schematizzare facendo un breve escursus della normativa e della sua evoluzione.

 

Fino al 2000 i dipendenti pubblici hanno conservato una norma di miglior favore: il TFS (trattamento di fine servizio) ,  chiamato comunemente buonuscita.

 

Con l’armonizzazione del sistema previdenziale pubblico a quello privato,  introdotto dalla c.d. riforma Dini del 1995, tutti gli assunti, invece, dal 01/01/2001 sono passati a regime TFR (trattamento di fine rapporto)

 

In sintesi il TFS veniva calcolato sull’ 80% dell’ ultima retribuzione percepita, moltiplicato per gli anni di servizio di ruolo o riscattati.

 

Cosi ad esempio un collega che era transitato, anche nell’ultimo anno,  dal ruolo della primaria al ruolo delle superiori, o,  ancor più,  al ruolo dei dirigenti, si vedeva riconosciuto il TFS con la nuova retribuzione.

 

Tutti i dipendenti a regime TFS erano tenuti a pagare il 2.50% sull’80 per cento della retribuzione lorda.

 

Il TFR invece è una somma accantonata dal solo datore di lavoro che si  rivaluta in parte con l’inflazione e l’ aumento del PIL, e viene corrisposta al momento della cessazione del servizio.

 

Il governo Monti,  a dicembre 2011,  stabilì che dal 1° gennaio 2012  per tutti i lavoratori dipendi, pubblici e privati, transitassero a regime TFR, oltre che a regime contributivo per il calcolo della pensione.

 

Dimenticò però, non casualmente,  insieme all’assegno di reinserimento per gli ex parlamentari, che pure un surrogato di TFS è, di cancellare il 2,50% a carico dei dipendenti pubblici.

 

La Corte Costituzionale è intervenuta con sentenza n. 223 dell’8 ottobre 2012, a sancire l’illegittimità del prelievo.

 

Il governo, pur di non restituire le somme indebitamente trattenute ha preferito ripristinare il trattamento più favorevole (TFS) a tutti gli assunti entro il 2001.

 

Ora, pur di non restituire le somme, anche queste, scippate agli assunti dal gennaio 2002,  ha stabilito che  la retribuzione lorda viene ridotta in misura pari al contributo previdenziale obbligatorio già versato e soppresso dalla sentenza della Corte.

 

Non lo ha stabilito ora e per il futuro, il che sarebbe stato già grave,  ma forse legittimo, lo ha previsto retroattivo al 1° gennaio 2002.

 

Come dire tutto quello che ti è stato trattenuto dal 2001, non era legittimo, ma io ti diminuisco  lo stipendio in misura pari a quello che hai pagato e così stiamo pari.

 

Della serie chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

 

Intervenire a posteriori, dopo più di 11 anni, per diminuire il salario di un  dipendente, a noi pare un assurdo giuridico.

 

Insomma,  un papocchio che, in nome della crisi, colpisce solo e sempre i soliti noti.

 

In questo bailamme di norme si sono inseriti alcuni cialtroni, venditori di fumo,  che girano per le scuole chiedendo 10 euro per  aderire ad un fantomatico ricorso al giudice del lavoro.

 

Come già anticipato della nostra nota del 12 aprile scorso, crediamo  che in questa fase sia temerario  e azzardato adire la Magistratura del Lavoro.

 

  

 

Il problema, a nostro avviso,  dovrà essere risolto con iniziative politiche e sindacali,  anche,  nel caso, con un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale.