altAndrea Zanzotto, uno degli ultimi grandi poeti del secondo Novecento, di cui noto’ per primo i versi Giuseppe Ungaretti e che Federico Fellini chiamo’ per il suo Casanova. Morto oggi all’ospedale di Conegliano, nel suo Veneto che non ha mai abbandonato e per il quale non voleva la secessione,

 

 

 

 

 

 

 

Zanzotto, un epigono fuori tempo dell’ermetismo


Fu Ungaretti ad attirare attenzione sulla sua poesia

Aveva appena festeggiato i 90 anni con gli auguri del presidente Giorgio Napolitano, Andrea Zanzotto, uno degli ultimi grandi poeti del secondo Novecento, di cui’ noto’ per primo i versi Giuseppe Ungaretti e che Federico Fellini chiamo’ per il suo Casanova. Morto oggi all’ospedale di Conegliano, nel suo Veneto che non ha mai abbandonato e per il quale non voleva la secessione, Zanzotto era nato a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, il 10 ottobre del 1921.Dopo la raccolta ”Beltà” del 1968, buona parte della critica gli ha assegnato un posto di tutto rilievo tra i poeti italiani contemporanei. Zanzotto esordì come un “epigono fuori tempo dell’ermetismo”, ha scritto il critico Pierluigi Mengaldo, rifacendosi direttamente a Ungaretti.Altri suoi importanti punti di riferimento sono stati Petrarca, Leopardi, Holderlin e Mallarmé, in corrispondenza con la profonda convinzione che il poeta abbia la precisa missione di dare un ordine all’universo.

Esistere psichicamente
Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
– soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli –
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato
torbido d’alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

Quella di Zanzotto è, come ha scritto il critico Franco Fortini, “un’intensa nostalgia per il momento eroico del poeta come legislatore, sacerdote e agnello da sacrificio”. Per ciò che concerne il lessico, è stato notato come il poeta veneto ne facesse un uso assai particolare: egli ha attinto infatti al linguaggio infantile, al dialetto, a lingue straniere; con questo composito vocabolario, poi, ha spaziato dall’elegia del suo angolo di Veneto all’astrofisica, dalla psicologia alla microbiologia.
Da tanta varietà di temi e linguaggi è nata una “recitazione illimitata”, come ha scritto sempre Fortini, che spesso porta con sé difficoltà di comprensione del testo.
L’oscurità di Zanzotto, però, ha un preciso significato. Egli intende infatti comunicare al lettore i limiti, o l’impossibilità, che incontra la verbalizzazione nel cercare di rendere conto del vissuto privato e intimo di ognuno. Il poeta deve quindi cercare una lingua che rappresenti lo stadio intermedio tra coscienza e incoscienza, con puntate nel silenzio più assoluto da un lato e nella vociferazione babelica dall’altro. Quest’impostazione si fa più evidente soprattutto a partire dalle ”IX Ecloghe” del 1962, a proposito delle quali il critico Stefano Agosti, autore di un saggio ritenuto fondamentale per la miglior comprensione di Zanzotto, ha scritto che “il significante non è più collegato a un significato … ma si intuisce esso stesso come depositario e produttore di senso”.

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Da sempre impegnato in difesa dell’ambiente, ha trovato nei boschi, nei cieli, nel paesaggio della campagna veneta la sua ispirazione fin dall’infanzia, quando bambino andava con il padre pittore, antifascista, a contemplare il paesaggio che poi ritrovava a casa, nei suoi quadri. E proprio versi dedicati al padre ha voluto leggere il giorno del suo compleanno in cui e’ rimasto ”toccato” dalle parole dell”’amico” Napolitano che ha ricordato i ”comuni trascorsi studenteschi a Padova negli anni della guerra e dell’antifascismo”.
”La ringrazio – ha scritto il Capo dello Stato nella lettera per Zanzotto ora raccolta nel volume ‘Nessun consuntivo (Ed.Antiga) – per questa severita’ appassionata dei suoi messaggi, per l’amore che rivolge alla natura ferita cosi’ come alla gente del suo Veneto”. ”Dal paesaggio – aveva piu’ volte detto Zanzotto – ricevevo una forza di bellezza e tranquillita’. Ecco perche’ la distruzione del paesaggio e’ stata per me un lutto terribile”. Cosi’ come e’ stata una grande sofferenza veder crescere l’anima leghista. Recentemente il poeta non aveva risparmiato parole dure al Carroccio dicendo di provare ”repulsione” ogni volta che sentiva la Lega parlare dell’Unita’ d’Italia. E il giorno del suo novantesimo compleanno, festeggiato al Caffe’ Pedrocchi di Padova, con Zanzotto collegato in video-conferenza perche’ ormai non usciva piu’ di casa, non e’ mancata la protesta di Roberto Marcato, vice presidente della Provincia di Padova, per non essere stato invitato al tavolo dei relatori ”perche’ appartengo a un partito che parla di secessione”.
A Padova, la citta’ in cui si era laureato in Lettere nel 1942 con fra gli insegnanti Diego Valeri, e di cui aveva la cittadinanza onoraria, Zanzotto era molto legato. Ma, il poeta del paesaggio e delle angosce e ossessioni del nostro tempo, aveva piu’ volte spiegato di scrivere versi ”per attraversare quest’epoca rotta e maledetta”. E a novant’anni aveva comunque parole di speranza per i giovani: ”c’e’ sempre una possibilita’ positiva. Come la scoperta scientifica dei neutrini”. Piu’ del suo compleanno, aveva detto all’ANSA, ”mi interessa la scoperta dei neutrini che superano la velocita’ della luce. E’ una specie di miracolo che mi attira e vorrei approfondire, per quanto possibile”.
Autore prolifico di raccolte in versi ma anche di testi in prosa come ‘Sull’Altopiano’, Zanzotto ha usato il dialetto in un quarto della sua opera. Nel 1951 usci’ la sua prima raccolta ‘Dietro il paesaggio’ con cui vinse il Premio San Babila per gli inediti che aveva in giuria Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli e Vittorio Sereni. Ma e’ nel 1968 che venne pubblicata la sua raccolta, tuttora considerata la fondamentale della sua opera, ‘La belta”, presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini, a Milano da Franco Fortini e recensita sul Corriere della sera da Eugenio Montale.
Poeta di ispirazione neoclassica, lontano da ‘I Novissimi’ Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Zanzotto ha raccontato il silenzio della natura e la violenza della storia in tutti i suoi versi raccolti da Mondadori per i suoi novant’anni in ‘Tutte le poesie’ (Oscar) – da ‘Dietro il paesaggio’ al recenti ‘Meteo’ e ‘Conglomerati’ – con introduzione di Stefano Dal Bianco, tra i massimi esegeti del poeta, autore fra l’altro di libri come ‘Elegia ed altri versi’ e ‘Fosfeni’. Nel ’99 era uscito il Meridiano ‘Poesie e Prose’. La collaborazione dal 1976 con Fellini e con la moglie Giulietta Masina, che e’ stata madrina del Premio Comisso di Treviso, e’ ben documentato nel libro ‘Il cinema brucia e illumina’, a cura di Luciano De Giusti, appena uscito per Marsilio che comprende una lettera inedita di Fellini e una preziosa conversazione sul cinema di Zanzotto.