In una nazione dominata dalla presenza di montagne e di piccole isole come l’Italia, è logico chiudere le istituzioni scolastiche in esse presenti e costringere genitori e alunni a spostamenti massacranti?…

A quanto pare sì. Tra i 3.600 istituti falcidiati dalle riforme e dal dimensionamento degli ultimi anni, vi sono ben 236 realtà scolastiche cancellate nelle aree più isolate e impervie del Paese. Nelle zone montane del Molise ne sono state fatte sparire il 37%: quattro su dieci. Nel Lazio il 25%, in Calabria e Campania il 24%. In Toscana sono state chiuse sei scuole, che corrispondono a 46 cattedre. Nelle isole minori i tagli sono stati meno vistosi, ma si sta andando verso le classi “pollaio”. Con utenti e insegnanti costretti a raggiungere le sedi rimaste in vita attraverso viaggi lunghi e al limite del sopportabile.

E allora si è pensato di sfruttare le nuove tecnologie. Per i tanti alunni rimasti senza scuola, a volte anche nel raggio di decine e decine di chilometri, un’ancora di salvataggio sembrerebbe giungere dall’Indire, l’Istituto di innovazione e ricerca del Miur, che “nel corso del 2014 ha organizzato “Piccole scuole crescono”, un network di istituti che operano nei territori di montagna e nelle isole minori. Una rete aperta a tutti i presidi che per superare l’isolamento vogliono introdurre formule didattiche nuove. Uno dei problemi principali, in questi casi, è la difficoltà di assegnazione dell’organico e l’elevato turnover dei docenti: durano poco, in montagna, e la discontinuità dell’insegnamento rallenta l’apprendimento degli alunni”.

Il risultato pratico di questo progetto è che “nelle rete toscana, undici scuole, Indire ha previsto due modelli, esportabili: “didattica condivisa” e “ambiente di apprendimento allargato”. La didattica condivisa prevede l’uso quotidiano della videoconferenza tra due o più classi appartenenti a istituzioni scolastiche diverse. Nelle piccole scuole la lezione condivisa favorisce lo scambio di esperienze e garantisce l’insegnamento di tutte le discipline. Le classi lontane spesso sono “classi capovolte”, con gli studenti che imparano da soli, a casa, la teoria, poi la sperimentano in classe. Con l’ambiente di apprendimento allargato una o più classi lavorano invece a un progetto disciplinare comune e organizzano incontri periodici tra docenti, studenti ed esperti che possono fare uso di videoconferenze o di altri setting tecnologici. In questo caso la didattica a distanza diventa una metodologia complementare all’insegnamento tradizionale”.

Immediato l’intervento dell’Anief: ““Il problema – ribatte il presidente Marcello Pacifico – è che quando la scuola è lontana o difficile da raggiungere, un progetto didattico di questo genere, incentrato sull’esperienza telematica, rischia di diventare quello di gran lunga prevalente. E pensare che ciò possa avvenire non per una scelta pedagogico-formativa, ma solo per esigenze di risparmio per le casse dello Stato diventa davvero inaccettabile”.

Insomma l’attività scolastica si fa in classe. E se il Governo vuole davvero rilanciare la scuola pubblica, si impegni seriamente a ridare vita alle 3.600 scuole falcidiate dalle riforme e dal cosiddetto dimensionamento. O la logica è esclusivamente quella dei tagli indiscriminati?

Silvana La Porta