altPur essendo un tema – anzi, un enigma – dal quale è costantemente affascinato, Agostino s’interroga in forma ampia e organica intorno al tempo soprattutto nelle Confessioni e nella Città di Dio, intercettando tale questione nel cuore di una riflessione più complessa sul senso della nostra storia, personale e collettiva…(da Treccani)
Rispetto al pensiero antico, che ricercava la stabilità delle essenze oltre l’incessante ciclicità del divenire naturale, Agostino è colpito da due misteri al centro della rivelazione cristiana: creazione e redenzione, infatti, annunciano che l’intera vicenda umana si comprende nell’ambito di un segmento storico finito entro il quale si decide il nostro destino eterno. La domanda che inaugura la celebre analisi della temporalità, nel libro XI delle Confessioni, nasce da un’obiezione di fondo dei filosofi ‘pagani’: che faceva Dio ‘prima’ di creare il cielo e la terra? Come dire: la verità cristiana della creazione, che introduce un ‘inizio assoluto’ rispetto all’immutabilità eterna della natura divina, così come la verità della redenzione, che i cristiani intendevano come un ‘nuovo inizio’ dopo il peccato, non rappresenta forse una regressione mitologica rispetto alle conquiste del pensiero greco, dove la perfezione era sinonimo di immutabilità? Un Dio che fa ‘cominciare’ e ‘ricominciare’ qualcosa non assomiglia troppo alla volubilità capricciosa degli dèi dell’Olimpo? 

Tra autobiografia ed esegesi biblica

Non a caso, le pagine straordinarie che Agostino dedica al tempo, nella seconda parte delle Confessioni, si trovano all’interno di un ampio commento dei primi versetti del libro della Genesi, dedicati alla creazione del mondo, dopo che, nel libro precedente, l’autore si era impegnato in un’analisi, altrettanto celebre, della memoria. Rispetto alla prima parte dell’opera, in cui l’atto della confessio laudis et peccatorum configura narrativamente il vissuto dell’autore nella forma di una vera e propria autobiografia spirituale, l’analisi del tempo assume ora una funzione di cerniera fra storia personale e storia del mondo: l’atto creatore non solo chiama all’essere dal nulla, ma costituisce un’alleanza inaudita fra Dio e uomo, che si sviluppa appunto – nel bene e nel male – nella forma di una storia. Unica e irripetibile.

La provocazione dei filosofi ‘pagani’ nasce quindi da un problema mal posto: non possiamo collocare l’atto creatore dentro una sequenza cronologica, e interrogarci sul ‘prima’ e sul ‘dopo’. L’eternità divina non è un tempo infinitamente lungo, ma assenza di tempo; nemmeno il tempo, a sua volta, è infinitamente lungo: esso sta ‘dentro’ la creazione, e solo nell’orizzonte della finitezza creaturale ha senso adoperare avverbi di tempo. A partire da qui, Agostino s’inerpica attraverso un’indagine spericolata, a metà strada fra fenomenologia e ontologia, intorno alla natura del tempo, rilevandone la paradossalità: “Che cos’è insomma il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede” (Conf. 11,15,18. L’intera opera di Agostino, in latino e in italiano, è disponibile online: www.augustinus.it).

Il senso comune ci porta a darne una definizione naturalistica, come se il tempo fosse “qualcosa che si muove”; lo stesso Platone ne aveva parlato nel Timeo, come “immagine mobile dell’eternità”. In questo senso si può parlare del tempo degli astri o della ruota del vasaio (oggi diremmo: il tempo degli orologi). Accogliendo acriticamente questo paradigma, dovremmo dire che il movimento si misura lungo un asse lineare, costituito dalle tre ‘dimensioni’ del passato, del presente e del futuro; ma come possiamo descrivere (e quindi ‘oggettivare’) tali dimensioni? Il passato non è più qualcosa, il futuro non lo è ancora; nemmeno il presente, d’altro canto, ha una durata: propriamente parlando, non è ‘presente’ un giorno né un’ora, poiché a loro volta queste unità temporali possono scomporsi in una parte già passata e in una parte futura. Che cosa rimane, allora?


Tra intentio e distentio

Agostino non si arrende: la nostra storia personale è impastata di temporalità; il passato è il nome che diamo alla memoria delle esperienze vissute, il futuro ci abita attraverso i progetti e le speranze che orientano il nostro agire, il presente costituisce la coscienza attuale di quello che stiamo vivendo. Come uscire dal dilemma? Abbandonando una logica naturalistica: il tempo non è una cosa, né una proprietà delle cose, ma una relazione; una relazione fra le cose che passano e l’interiorità spirituale della creatura umana, che le ‘salva’ dalla dispersione, le ricorda, le articola, le riconosce come una trama storica, sensata e orientata: “In te, spirito mio, misuro il tempo. Non protestare con me, dinanzi all’evidenza dei fatti; non protestare con te per il tumulto delle tue impressioni. In te, lo ripeto, io misuro il tempo. L’impressione, prodotta in te dalle cose che passano, sussiste anche oltre il loro passaggio: è questa che misuro, quando misuro il tempo” (Conf. 11,27,36).

Alla luce di un indubitabile avvertimento interiore, la ‘dimensione’ temporale non va dunque situata all’esterno, in una spazialità cosmologica, ma entro una dialettica personale di intentio e distentio: l’intentio esprime la tensione che anima lo spirito umano, costituito da una proiezione trascendente; la distentio esprime una sorta di movimento antagonista, vale a dire una potenzialità di dilatazione e dislocamento della vita dello spirito, che si sedimenta entro un vero e proprio ‘spazio’ interiore, dal quale dipende l’avvertimento della profondità temporale e quindi la possibilità stessa di ogni ricognizione biografica: “ecce distentio est vita mea” (Conf. 11,29,39). La distentio animi attesta dunque l’unico modo in cui la creatura umana, a differenza di Dio, può vivere la durata: appunto come una sorta di ‘dilatazione spirituale’, che rovescia in avanti l’asse della temporalità. Proprio grazie a questa paradossale capacità di vivere ‘controcorrente’, la creatura sperimenta nella finitezza la sua potenziale estraneità al divenire: “Se vai proteso in avanti, se pensi alle realtà future, dimentica le cose passate, non volgerti indietro a riguardarle, per non fermarti là dove hai posto il tuo sguardo” (sermo 169,15,18).