Allo spettatore del Teatro Stabile di Catania qualche sera fa, varcata la soglia d’ingresso, si è offerto uno spettacolo insolito. A sipario alzato, sulla scena un gruppo di attori, rigorosamente (almeno per il momento) vestiti), correvano in circolo, affaticandosi, sudando, sbuffando, riscaldando muscoli e pensieri. Ma subito dopo la scoperta inattesa: non era una fase di training, lo spettacolo era già iniziato…

E’ stato questo l’incipit della coinvolgente e spiazzante performance “Bestie di scena” di Emma Dante, seconda opera in cartellone della stagione 2017/18. Una piece forte, senza pietà, nata, come ha spiegato la stessa coraggiosa regista, dall’idea di “raccontare il lavoro dell’attore, la sua fatica, la sua necessità, il suo abbandono totale fino alla perdita della vergogna e alla fine mi sono ritrovata di fronte a una piccola comunità di esseri primitivi, spaesati, fragili, un gruppo di imbecilli che come gesto estremo consegnano agli spettatori i loro vestiti sudati, rinunciando a tutto”.

Uno spettacolo, dunque, andato oltre le intenzioni, che si è fatto da sé, sul palcoscenico e ogni volta si reinventa. I 14 attori (tutti bravissimi: Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli) via via si denudano: corpi non perfetti, alcuni belli, altri sgraziati e goffi, alcuni  impietosamente scavati e scarnificati dal tempo. Lo spettatore si imbarazza,  si disorienta, il suo orizzonte d’attesa è rotto. Non sa dove dirigere lo sguardo dinanzi a questa umanità sofferta, che in molti tratti ha ricordato certe illustrazioni di Gustavo Dorè delle anime dannate della Commedia dantesca.

Lo spettatore vive l’esatto processo che Emma Dante ha descritto per sé stessa: “Io spettatrice, colei che se ne sta seduta sulla sedia e guarda, ho cominciato a sentire la pena del mio sguardo, provando uno strano senso di colpa di fronte alla scena nuda e ai corpi nudi. Allora ho chiesto loro di coprirsi occhi, seni e genitali per liberarmi da questo peso. E ho capito che il peccato stava nel mio sguardo, nel mio fissare quei corpi quelle facce, che faceva del male soprattutto a me.”

Non vergogna della nudità, peraltro subito percepita come innocente, ma vergogna della sofferenza e delle miserie umane che gli attori sono riusciti a trasmettere con una recitazione convulsa, partecipata, a tratti disperata, senza parole e senza scene, vere maschere nude, per dirla con Pirandello, il riferimento segreto ( a ben pensarci nemmeno tanto) della regista siciliana.

Corpi primordiali che mangiano, litigano, ballano, cantano, amano, sotto l’egida di un deus ex machina nascosto che fornisce loro strumenti e utensili, simbolo della loro servitù maledetta, mentre i Platters cantano Only you.

Ne viene fuori un’opera autentica, senza infingimenti, profondamente metateatrale, un teatro in cerca d’autore, corpi in cerca di verità, perché, son parole di Pirandello nei Giganti della montagna, “un corpo è la morte: tenebra e pietra. Guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome.”

E’ la nudità, dunque, la chiave di tutto. l’innocenza perduta dell’umanità, nella vita come sul palco. C’era proprio bisogno di questa scossa forte di Emma Dante. Ben venga e scuota le paludate acque della nostra società e della nostra produzione teatrale.

Silvana La Porta