altW. e A., rispettivamente cinese e rumeno, 14 anni, invece, sono entrambi assolutamente in grado di usare l’italiano come lingua orale. Imprecazioni e turpiloquio compresi: hanno infatti perfettamente appreso la plurisemanticità della paraola “minghia” (la “g” è d’obbligo). Così la pronunciano i numerosi compagni meridionali, trapiantati a Torino. Un misto di ‘nduja e Juventus, anche nelle sfumature tonali meno congeniali alle loro origini linguistiche.

 

 

 

 

 

 

 

Alla faccia di chi gli vuol male

di Marina Boscaino – Adista n. 11 – Lun 19 marzo 2012
Quando ero bambina andava molto di moda un archetipo di barzelletta, che noi piccoli raccontavamo compulsivamente, illudendoci di suscitare un’improbabile ilarità: un francese, un italiano e un tedesco venivano “raccontati” in una situazione in cui esprimevano appieno tutto il loro Dna antropologico; quello dell’italiano, naturalmente, borderline tra Pulcinella e Schettino, un po’ gioiosamente dissacrante, un po’ fanfarone, un po’ pavido e vigliacco.
Segno dei tempi. Non c’era l’Europa, l’Europa che oggi rappresenta – per il solo fatto di pronunciarne il nome – una garanzia. Il cui concetto ispiratore, in ogni caso, dovrebbe stemperare differenze nazionali e vetero-nazionalismi, in nome della casa comune: c’era una volta lo spread.
Oggi la situazione è altra rispetto agli anni della mia infanzia. È una situazione potenzialmente multicolore e multilingue, che trova la sua massima espressione in certe zone d’Italia, dove l’immigrazione è stata più massiccia per motivi economici e dove l’accoglienza – l’inclusione, come si dice – ha provato (e spesso è riuscita) più che altrove ad essere non orpello retorico ma pratica quotidiana, concreta e sostanziale. Si tratta delle zone dove è più probabilmente applicabile quella norma che chiamiamo “quota del 30%”, che indica la percentuale oltre la quale le classi non possono essere formate da alunni migranti. Una norma che è frutto della mediazione rispetto ad un’odiosa proposta di legge (Cota primo proponente) che voleva classi ponte, luoghi di raccolta della diversità per tutelare la purezza degli autoctoni doc.
Il mio pusher di “notizie dal fronte”, un amico che lavora presso un professionale di Torino, mi racconta invece che il processo di integrazione non va poi così male e che tenere i ragazzi tutti in un’unica classe non rappresenta quella inaccettabile penalizzazione dei compagni italiani madrelingua. L. ed E. (la prima di fatto parla italiano da tempo, perché immigrata da piccola, la seconda beginner della lingua di Calderoli), sono spontaneamente passate – nel loro stato di migliori amiche – dal rumeno all’italiano per raccontarsi segreti e tecniche di seduzione dell’adolescenza: hanno capito che la perizia si conquista con l’allenamento continuo.
W. e A., rispettivamente cinese e rumeno, 14 anni, invece, sono entrambi assolutamente in grado di usare l’italiano come lingua orale. Imprecazioni e turpiloquio compresi: hanno infatti perfettamente appreso la plurisemanticità della paraola “minghia” (la “g” è d’obbligo). Così la pronunciano i numerosi compagni meridionali, trapiantati a Torino. Un misto di ‘nduja e Juventus, anche nelle sfumature tonali meno congeniali alle loro origini linguistiche. W e A. hanno deciso di ripristinare un gioco che ai miei tempi andava molto di moda, l’impiccato. Che gli studenti italiani non apprezzano particolarmente, dal momento che l’esecuzione dell’avversario – pratica a cui sono peraltro abituati dai videogiochi sui quali trascorrono tempi dilatati della loro giornata – prevede una competenza lessicale che è entrata in disuso. Un cinese e un rumeno che fanno training dell’italiano scritto giocando all’impiccato: un piccolo, lieve e sorridente miracolo della scuola pubblica.

http://www.adistaonline.it/index.php?op=numero&id=2300

http://it.wikipedia.org/wiki/L’impiccato