altUna ciotola di acqua freschissima per la salvezza del
mondo: Alonso e i visionari di Anna Maria Ortese…

«Il personaggio che seguivo era una creatura “fatata”, di pace e di gioia
fanciullesca. Per questo, Alonso è nato come una favola. […] La sua figurina di
“piccino”, di “beato”, mi si inseriva in un tempo tremendo […] Il puma
rappresenta tutta la terribile miseria del mondo»:

Romanzo conclusivo della trilogia fantastica di Anna Maria Ortese, che consolida la scelta poetica della scrittrice per la rarefazione del linguaggio e le suggestioni oniriche (“…ritengo che l’Universo non sia circolare come si tende a definirlo, ma ellittico, ed esso perde di là, da quella sua deviazione – ancora, fortunatamente, splendente – tutto il suo sangue o sostanza, tutto ciò che chiamiamo tempo”), “Alonso e i visionari” s’incentra su un piccolo puma dell’Arizona intorno al quale ruotano le vicende dei personaggi, “i visionari”, cui tocca in sorte di incontrarlo.
La vicenda si sviluppa per rivelazioni che ogni volta sembrano negare le verità precedenti, tra poliziesche e metafisiche, in merito ad un delitto accaduto, in una certa notte, in una casa vicino Prato.
Tremenda storia “di assassini, di visionari e di complici”, l’opera narra “una vera storia italiana” di cui la narratrice è testimone. I protagonisti sono tutti legati da una sorta di pazzia che è come “un buco nell’intelligenza, nell’azzurro, dal quale entrano il freddo e la cecità degli spazi stellari”. Un noto professore d’italiano ispiratore di terroristi e di altri “uomini del lutto”, i suoi figli circondati dal mistero, un professore americano segnato dalla debolezza di voler capire e compatire, seguono le tracce del puma Alonso, oggetto ora di un odio irragionevole, ora di un amore inerme, in una storia intricata, un giallo che sorge sull’incessante “sgarbo agli dei” da cui ogni altro delitto ha origine, quel peccato molto comune agli uomini che è “il più grave di tutti i peccati: il disconoscimento dello Spirito del mondo”.
ll valore dell’opera di Anna Maria Ortese, ‘scrittrice di visione’, si impone oggi dopo la dimenticanza e l’intolleranza subita in vita.
Sulle difficoltà di comprendere la storia la Ortese è ben cosciente: «”è un libro,
forse, oscuro, e cercare di chiarirne tanti aspetti, è stata la mia vera fatica. Ma non
direi di esservi riuscita (non è chiarissimo)” […] “Secondo lei si capisce?” chiederà la
Ortese a Paolo Mauri a lavoro concluso. “Io stessa ho faticato per venirne a capo, per
ricucire tutti i nessi della storia” […] “Non capivo più niente. Questa è la parte
dolorosa del mio scrivere. Spesso non so che cosa sto scrivendo. Scrivo perché ne
sento l’esigenza. Il lavoro diventa un’avventura bellissima, inventare ogni giorno che
cosa fanno, che cosa diranno i miei personaggi. E quando ho finito, non capire più
nulla”» (L. Clerici, Apparizione e visione, pp. 615-616). Il concetto sulla difficoltà di
comprensione della realtà è ribadito anche lungo la narrazione: Op avvisa l’amica
Stella: «se vuole sapere qualcosa di più sull’uomo, ricordi che all’ultimo momento,
quando sembra di vedere, capire tutto, le lampade più perfette si spengono» Anna Maria Ortese, figura per scelta personale appartata e schiva delle nostre scene letterarie, rischiava di scomparire del tutto se non fosse intervenuto il generoso repêchage dell’Adelphi. La casa milanese, accogliendola nel proprio prestigioso catalogo, le ha dato così non solo maggiore visibilità, ma ha contribuito notevolmente a una ripresa di vigore creativo (due romanzi nel volger di tre anni)
ll tratto saliente della scrittura di Anna Maria Ortese è quello della visionarietà. Visione quale memoria e premonizione che, sparpagliate nell’intera opera, con intelligenza sottile e sguardo attento all’inesauribile profondità del mondo, si condensano in una sorta di invito a una sosta contemplativa circa la bellezza e l’evanescenza di tutto quanto quotidianamente irrompe nel minuscolo universo esistenziale di ognuno.
Il realismo non tiene conto che il reale è a più strati e l’intero creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione.
Siamo mutevoli come nuvole, il mondo non è materia, è sogno, apparizione. La mite e umiliata Ragione è tutt’uno con l’invisibile.
L’espressività ortesiana si colloca dunque in quello spazio assolutamente libero che è la letteratura, considerando il reale non come riflesso del mondo, ma come secondo mondo o seconda realtà, un’immensa appropriazione dell’inespresso, del vivente in eterno, da parte dei morituri. Offrendo così al lettore uno spazio meraviglioso e un tempo estatico e sfuggente. Poiché è possibile entrare molto bene in contatto con ..tale inespresso finalmente rivelato, come una seconda irreale realtà, non tanto irreale, poi, se… la realtà vera… si disfa… continuamente al pari di un vapore d’acqua e la realtà irreale… domina… l’eterno. (da Il porto di Toledo)
Tale concetto, che è il perno della poetica di Ortese, si impone al lettore oltre che per la mappa dei sentimenti umani tessuta con impronta religiosamente laica, tramite un insolito vai e vieni da un registro all’altro, nonché per l’uso della lingua, anch’esso visionario, essendo imprevedibile e anche scombinatorio delle regole. Scrittura fluttuante, sontuosa e arbitraria, in funzione del trasporto di quell’universo invisibile che però costantemente incide nella fenomenologia stupefacente del vivere e del sentire. Di modo che il costante snodarsi di ragionamenti e riflessioni, sotteso dall’esaltazione del valore di ogni singola esistenza (la scrittura di Ortese è sovente un ibrido tra saggio e affabulazione) unitamente a forme svariate di ricerca stilistica, fanno sì che la risultanza sia la cifra trasognata. Anche se nel complesso se ne ricava una sorta di concretezza dell’invisibile. In quanto il talento dell’autrice, un libro dopo l’altro, disegna un territorio meditabondo che favorisce la percezione piena della complessità del sentire, improntato da veemente energia vitale.
Una prosa antirealistica condotta quindi con lucidità.
Quasi che una forza misteriosa, producendo una costante pressione su ogni aspetto del reale, lo delinei prepotentemente. Ma con la singolarità di trasformare la pena in bellezza e le lacrime in canto. Poiché la spiccata vocazione estetica di questa zingara assorta in un sogno, come l’ebbe a definire Elio Vittorini, è costantemente permeata da un respiro pubblico che in virtù dello spessore morale mai incorre in inciampi apologetici, seppure fortemente connotato da schietto anticonformismo, da carica animalista, ecologista, e dall’identificazione con la parte sociale più negletta.
Sarà perché, come per Cristina Campo, biografia e opere avanzano congiunte e sospese tra memoria e visione, trasmettendo l’incertezza e la precarietà della vita?
Sta che Ortese non dimentica mai la propria condizione di nomade e di randagia, riuscendo a stabilizzare stretto legame tra biografia e scrittura. Infatti, la sua intera opera somiglia a un lunghissimo monologo assorto che, seppure incanta, graffia, assicurando al lettore un’esperienza non comune. Anche per via di una forza immaginativa, stemperata, nei punti in cui la visionarietà raggiunge l’acme, da una sorta di distacco progressivamente ironico.
Senza meno un doppio sguardo quello di Ortese, tramite il quale la rappresentazione della realtà assume caratteri di coscienza vigorosa e l’immaginazione vasta e duttile immette in un tempo ricco di partecipazione emotiva. Per l’abile tessitura di metafore, similitudini, paragoni deformanti, prolissità dell’ossimoro quale rappresentazione della contraddittorietà della vita.
Verità-finzione, reale-fantastico, ottenuti a mezzo di visioni strepitose, ideazioni inaspettate di luoghi e di immagini allo scopo di favorire il superamento della perdita, del compianto, dell’assenza, della nostalgia. In definitiva una lettura amorosa che introduce alla meravigliosa sfera del sogno dolcemente, naturalmente, senza eccitare il sentimento dell’enigma dentro il chiaroscuro della coscienza.

Maria Allo