Contro Buonaiuti le inventarono tutte. Stipulando con Mussolini il Concordato del 1929, Pio XI volle un articolo ad hoc, il 5, per precludere gli uffici pubblici ai preti sospesi a divinis. Buonaiuti resistette. Se perse la cattedra all’università di Roma, nel 1931, è perché fu tra gli 11 docenti, in tutta Italia, che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Ma ecco il risultato: non riebbe
l’insegnamento neppure dopo il 1945. I ministri De Ruggiero e Arangio Ruiz si
giustificarono dicendo che così aveva chiesto loro il Vaticano, appellandosi a
quell’articolo 5. Niente pietà per gli spretati. Neppure oggi.

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Spretato, non sarai perdonato

Giovanni Paolo II si batte il petto per tutti. Ma non per i 100 mila sacedoti che hanno gettato la tonaca negli ultimi 30 anni; e che restano al bando. Ora un vescovo lo accusa…

di Sandro Magister – l’Espresso – 11.5.2000 – pagg. 79 e 81

Ebrei, streghe, eretici, scismatici. A tutti Giovanni Paolo II chiede perdono. Sul “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia l’ha rimproverato d’aver dimenticato un mea culpa: per i cattolici modernisti d’inizio Novecento, che in effetti furono duramente perseguitati dalla Chiesa. Ma anche per loro papa Karol Wojtyla qualcosa ha fatto: ha beatificato un loro campione, il cardinale di Milano Andrea Ferrari. Che il papa dell’epoca, Pio X, non cessò mai di tormentare, proprio perché lo giudicava «un semenzaio di modernismo».

C’è però una categoria di vittime della Chiesa alle quali Giovanni Paolo II proprio non vuole dare né chiedere perdono. Gli spretati. Il suo predecessore Paolo VI li aveva presi a cuore: concedeva rapido la dispensa dal celibato, li autorizzava a sposarsi in chiesa, li avvicinava in segreto, li aiutava nelle difficoltà (donò una somma persino al nemico Carlo Falconi, il vaticanista dell'”Espresso” anni Sessanta). Karol Wojtyla invece fa tutto l’opposto. Appena divenuto papa, la dispensa l’ha fatta diventare un miraggio: minimo dieci, dodici anni di attesa, seguiti spesso da un no. Con l’attuale pontefice all’ex prete è rimasto un solo modo per ottenere un veloce via libera al matrimonio: dire una bugia. Basta scriva che quando ha preso gli ordini era sotto costrizione o soffriva di malattie psichiche, ed è fatta: il Vaticano riconosce invalida la sua ordinazione e lui è libero di continuare la sua nuova vita in pace con la Chiesa.

Ma dei circa 100 mila preti cattolici che negli ultimi trent’anni in tutto il mondo hanno abbandonato, la maggior parte non si è piegata a questa recita. A costo di restare messi al bando e senza matrimonio religioso. Giovanni Paolo II lo sa. Ma non deflette. In ventidue anni di regno sono pochissimi gli spretati che lui ha voluto personalmente graziare. Uno di questi è Giovanni Gennari, oggi giornalista Rai e scrittore ombra, con la firma Rosso Malpelo, di una pepata rubrica quotidiana sul giornale dei vescovi, “Avvenire”. La sua riconoscenza al papa per il bel gesto l’ha scritta sul numero in edicola del mensile dei paolini, “Jesus”.

Nessuna grazia in vista, invece, per l’ultimo degli ex: Ezio Palombo, 70 anni, parroco fino a due mesi fa del piccolo borgo di Fabio, in diocesi di Prato, amico e imitatore del celebre don Lorenzo Milani e della sua scuola di Barbiana. È sparito con una donna di trent’anni, divorziata, madre di due bambini. E ha scritto a un paio di giornali: «Lascio l’azienda alla quale ho dedicato cinquant’anni di vita». Di lui il suo vescovo, Gastone Simone, continua a dire un gran bene: «Mi sento come un babbo che non è riuscito a far restare in casa un figlio tanto giudizioso». Ma in Vaticano, si sa, il reprobo non troverà misericordia.

E non per colpa dei burocrati curiali. Reinhold Stecher, austriaco, vescovo emerito di Innsbruck, ha inutilmente perorato a Roma la causa degli ex preti della sua diocesi. Toccando con mano che «la responsabilità di questo stato di cose è del papa in persona», non della curia «che ho persino trovata più umana».

E ne è rimasto così scandalizzato da prendere carta e penna e da scrivere una pubblica denuncia. «Come prete e vescovo ho ascoltato qualcosa come 40 mila confessioni. Ho assolto adùlteri, apostati, persecutori della Chiesa, ladri e persino omicidi. Ma da anni non posso dare la pace dell’anima a un prete che si è sposato. La sua condizione è peggiore di quella di un assassino».

Eppure, ricorda Stecher, «Gesù ha detto che “chi non perdona non sarà perdonato”. E allora come non restare atterriti da queste parole del Giudice del mondo, se il papa muore senza aver prima risposto a migliaia di domande e suppliche di riconciliazione? O si crede forse che le decisioni della Chiesa non siano sottomesse agli insegnamenti di Gesù?».

Il suo atto d’accusa, il vescovo Stecher l’ha reso pubblico nel 1998. Da allora molti ex preti gli hanno scritto, tra i quali un italiano: «Aspetto la dispensa da 13 anni e intanto, preso dal bisogno, ho cercato di ottenere un posto da sacrestano. Me l’hanno negato perché non sono sposato in chiesa». Dal Vaticano, silenzio. Anche nell’anno del Giubileo del perdono. Commenta Stecher: «Con questi suoi no inclementi, Roma ha perso il volto della misericordia e assunto quello del dominio ostentato e duro. Nessuno sfarzo nella celebrazione millenaria, nessun discorso magniloquente toglierà questo peccato».

§ http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7218.html

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Nessuna pietà per Buonaiuti

Storia di un ex sacerdote perseguitato

l’Espresso – l’Espresso – 11.5.2000 – pagg. 79 e 81

Il numero uno degli spretati del Novecento si chiama Ernesto Buonaiuti.
Scomunicato nel 1921, è morto nel 1946 senza ottenere perdono. Ma fino all’ultimo ha voluto indossare la tonaca. E oggi è tornato a sfidare la Chiesa.

Non tanto per sue le tesi eretiche, che negli ultimi anni lui stesso aveva
mitigato. Ma per i maltrattamenti subiti. Tra il marzo e l’aprile di quest’anno si
sono fatti avvocati di Buonaiuti presso papa Giovanni Paolo II prima lo storico e prete cattolico Maurilio Guasco con un articolo su “Vita Pastorale”, poi il laico Ernesto Galli della Loggia con un editoriale sul “Corriere della Sera”, e infine il senatore a vita Giulio Andreotti con un libro dal titolo “I quattro del Gesù”, edito da Rizzoli. Tutti e tre hanno chiesto alla Chiesa un mea culpa per le cattiverie commesse contro Buonaiuti e gli altri preti modernisti come lui.

E la risposta è venuta in questi giorni con un articolo della “Civiltà Cattolica”,
la rivista dei gesuiti di Roma che è anche voce ufficiale del papa e della
segreteria di Stato vaticana. L’autore dell’articolo, padre Giovanni Sale, scrive
che in effetti contro Buonaiuti furono adottate «censure odiose». Ma se fu
trattato così male, lo fu anche per il suo «atteggiamento ostinato e a volte
ambiguo». Al massimo, la Chiesa può oggi «rammaricarsi» per la pesantezza delle sanzioni date, «quando sarebbe bastato un provvedimento disciplinare più leggero».

Tutto qui. In tempi di mea culpa a fiumi, sorprende questa lacrima risicata per un «traviato sacerdote» contro il quale fu fatto scattare uno smisurato ostracismo. E la sorpresa è ancor maggiore perché sul caso Buonaiuti le alte gerarchie dell’epoca furono a lungo divise. C’erano quelli ferocemente avversi: Pio X e il suo segretario di Stato Raffaele Merry del Val, Pio XI. Ma c’erano anche quelli che gli facevano scudo: in curia i cardinali Pietro Gasparri e Giacomo Della Chiesa, poi papa Benedetto XV, e fuori i cardinali Ferrari di Milano, Svampa di Bologna, Maffi di Pisa.

Se la materia era così opinabile, che cosa costerebbe alla Chiesa d’oggi
collocarsi dalla parte dei buoni di allora? Col beato cardinal Ferrari, invece che
con san Pio X, entrambi elevati agli altari pur appartenendo a sponde opposte? La risposta è una: niente pietà per gli spretati.

Contro Buonaiuti le inventarono tutte. Stipulando con Mussolini il Concordato del 1929, Pio XI volle un articolo ad hoc, il 5, per precludere gli uffici pubblici ai preti sospesi a divinis. Buonaiuti resistette. Se perse la cattedra all’università di Roma, nel 1931, è perché fu tra gli 11 docenti, in tutta Italia, che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Ma ecco il risultato: non riebbe
l’insegnamento neppure dopo il 1945. I ministri De Ruggiero e Arangio Ruiz si
giustificarono dicendo che così aveva chiesto loro il Vaticano, appellandosi a
quell’articolo 5. Niente pietà per gli spretati. Neppure oggi.

http://www.espressoedit.kataweb.it/cgi-bin/spd-gettext.sh?ft_cid=39204

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All’inizio del XX secolo, nella Chiesa cattolica alcuni sacerdoti e laici iniziarono a professare il «modernismo», un movimento di pensiero eretico che auspicava un ammodernamento della Chiesa per metterla al passo con i tempi. Tra essi, figuravano personaggi di spicco come lo scrittore Antonio Fogazzaro (1842-1911) e i sacerdoti – entrambi scomunicati e ridotti allo stato laicale – Romolo Murri (1870-1944) ed Ernesto Buonaiuti (1881-1946).

antonio fogazzaro

romolo murri

ernesto buonaiuti

Antonio Fogazzaro Romolo Murri Ernesto Buonaiuti

Distinguendo tra il «Cristo della fede» e il «Cristo della storia», i modernisti negavano di fatto la storicità dei Vangeli (e quindi anche l’esistenza e la divinità di Cristo), l’immutabilità dei dogmi e riducevano la fede ad una mera esperienza e al sentimento religioso. Essi furono condannati da Papa San Pio X (1835-1914) che scomunicò i capi del movimento e ne stigmatizzò gli errori nell’Enciclica Pascendi Dominici Gregis (dell’8 settembre 1907).

Ciò nonostante, questa eresia carsica continuò a covare sotto la cenere per riemergere tracotante subito dopo la morte di Papa Pio XII (1876-1958) sotto forma di neo-modernismo o progressismo cattolico, il quale pur non negando apertamente la divinità di Cristo o la storicità dei Vangeli, pone l’accento unicamente sull’umanità del Redentore.

§ http://www.centrosangiorgio.com/apologetica/pagine_articoli/chi_e_gesu_cristo.htm

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