altUna volta “sbalzato” il centro destra dal governo del Paese i primi soldi sulla scuola verranno messi dal centro sinistra per ripristinare l’organico precedente ai tagli di Tremonti o per dare alle scuole più infrastrutture e più fondi per autonomia, ricerca e sviluppo? Temo che da (centro) sinistra venga la solita risposta: tutte e due le cose. Che vuol dire una sola cosa: posizionarci tra Grecia e Portogallo.

 

 

 

 

 

Anticipare il declino

di Stefano Stefanel – Gio, 07/07/2011 – 14:11

In una pluralità di interventi di grande valore apparsi su www.educationduepuntozero.it, www.scuolaoggi.org e su www.edscuola.it Maurizio Tiriticco e Franco de Anna sono entrati nel problema fondamentale del nostro momento storico: come inserire la scuola dentro una rinascita italiana capace di anticipare il declino. Sia la visione fortemente manichea di Tiriticco, che considera la politica Tremonti-Gelmini solo come una “nuvola devastatrice”, sia il realismo critico di De Anna, che comunque considera ineluttabili i tagli all’istruzione dato l’immanente pericolo di default, sono animati da un forte entusiasmo nelle possibilità insite nel sistema scolastico italiano. Senza tentare neppure per un attimo di alzarmi al loro livello mi permetto di fornire alcune brevi opinioni per alimentare il dibattito.

Valore d’uso e valore di scambio. C’è un’evidente crisi nel sistema scolastico italiano perché il valore d’uso prodotto (la cultura, in senso generale: Kultur e Zivilisation insieme) è nel complesso modesto, tradizionalista, italianocentrico e poco spendibile (anche nei quiz televisivi) e il valore di scambio in assoluta crisi, visto che anche l’aggrapparsi italico al valore legale del titolo di studio non ferma la disoccupazione o sottoccupazione intellettuale e visto anche che non c’è la corsa ad assumere stabilmente nel nostro “Sistema Italia” neppure i laureati migliori (le Università continuano a preferire ai “geni” i “parenti”). La crisi della scuola come soggetto di cultura e professionalizzazione che oggi produce valori d’uso e di scambio deboli (insieme ad esperienze umane e di crescita molto forti, pervasive ed insostituibili) dovrebbe far riflettere coloro che sono fautori di un “conservatorismo progressista” secondo cui per progredire meglio non bisogna cambiare (quasi) nulla.
 
La politica scolastica della destra. Uno degli errori più comuni che vedo fare è quello che assegna alla destra governativa (Tremonti-Gelmini) intenti di “taglio” e non di “progetto”. “Dio acceca chi vuole perdere”, dice la Bibbia e la sinistra cieca ha sempre perso. La destra governativa persegue un obiettivo molto chiaro: diminuire la spesa per una scuola statale considerata da tutto il mondo catastrofica e aumentare le possibilità per una scuola pubblica gestita dai privati. Dov’è lo scandalo, visto che questo modello prospera in buona parte del Mondo? Perché la destra non ha diritto di cambiare un modello che nessuno ci invidia? Lecito e doveroso per la sinistra contrastare questo modello, ma non snobbarlo, deriderlo, consideralo insistente.

Credo sia ora che anche in Italia si perda il vizio di scambiare il concetto di “pubblico” per quello di “statale” e cominciare a ragionare su un sistema di istruzione pubblica, che contempli l’opzione statale (oggi l’unica in alcuni settori – scuole dell’infanzia, molte scuole primarie, alcuni licei – di qualità) accanto a quella privata (oggi molto modesta praticamente dappertutto).
 
Pier Paolo Pasolini. Il 18 ottobre 1975 sul Corriere della sera propose di abolire la televisione pubblica e l’obbligatorietà della scuola (Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo). L’idea che descolarizzare avrebbe aiutato non è di oggi.
Diciamo che se oggi la Rai fosse in mano a un soggetto privato e la scuola non rilasciasse titoli di studio con valore legale (con susseguente abolizione degli Ordini) forse la nostra società sarebbe un po’ più avanti.
 
Tagli orizzontali e valutazione del sistema. Penso che poche persone di buon senso non abbiano capito che senza i tagli (alla scuola) di Tremonti oggi staremo tra Grecia e Portogallo e non dove stiamo. Il disastro di quei tagli non è stata la loro entità, ma la loro linearità ingiusta, punitiva e arbitraria. Se però ci domandiamo se oggi è possibile in Italia un taglio mirato, dobbiamo rispondere no. Questo perché ci sono resistente al controllo reale del sistema da parte dei sindacati e del ministero e alla valutazione del personale. Se il Miur non riesce a valutare noi 8.000 dirigenti scolastici in servizio come si può pensare di valutare oltre un milione di dipendenti e diecimila scuole (44.000 plessi con complessità mai mappate)?
 
La politica scolastica dei tempi migliori. Mentre mi è chiara la politica scolastica del (centro) destra, mi è molto più oscura quella del (centro) sinistra che voto. Una volta “sbalzato” il centro destra dal governo del Paese i primi soldi sulla scuola verranno messi dal centro sinistra per ripristinare l’organico precedente ai tagli di Tremonti o per dare alle scuole più infrastrutture e più fondi per autonomia, ricerca e sviluppo? Temo che da (centro) sinistra venga la solita risposta: tutte e due le cose. Che vuol dire una sola cosa: posizionarci tra Grecia e Portogallo. Forse le garanzie sindacali, in contratto nazionale di 400 pagine, “articolesse” ministeriali trasformate in circolari, un centralismo tenace e altro ancora a tutti noto non sono gli elementi più utili per competere ed evitare il declino.

http://www.scuolaoggi.org/archivio/anticipare_il_declino