Non basta la presenza di un organico allargato per migliorare la scuola: bisogna dare agli studenti la possibilità di scegliere fra discipline diverse…

Il documento sulla scuola presentato in questi giorni dal governo merita di essere letto e discusso nella sua interezza. Per una volta non siamo di fronte a semplici messe a fuoco di obiettivi da conseguire, ma ad un vero progetto di cambiamento, munito di dati quantitativi, proiezioni temporali, poste economiche, soluzioni organizzative. Di ciò va dato atto non solo per obbligo di equanimità, ma perché, diversamente dal passato, il disegno che viene offerto al confronto invita a un dibattito serrato sulle cose da fare, sfidando tutti ad una dimensione di pari impegno e rigore.

Non si parla di ridurre gli anni di studio da tredici a dodici

Parto dai vuoti, da ciò che manca. Due temi. Il primo riguarda il comparto della formazione professionale; benissimo la proposta di arricchire e stabilizzare l’alternanza scuola-lavoro e di integrare forme innovative di apprendistato. C’è però una questione di ordinamento da risolvere, su cui il documento tace: occorre superare per sempre il dualismo istituzionale tra istruzione e formazione professionale. Le esperienze maturate in molte regioni negli ultimi anni hanno dimostrato che i tempi sono maturi. Si può e si deve fare. Il secondo tema riguarda invece la riduzione della scolarità da tredici a dodici anni. Il dibattito va ripreso, mentre il documento, volutamente credo, non vi fa cenno.
Una buona parte delle centotrentasei pagine verte invece sugli insegnanti. Buona l’intenzione di sostituire i meriti acquisiti agli anni di servizio come criterio di avanzamento stipendiale, con soluzioni equilibrate e sostenibili – anche se credo che un qualche meccanismo di premio retributivo, seppur residuale, debba rimanere ancorato all’anzianità: non sarei così giacobino. Ciò che tuttavia costituisce il cuore del documento è legato al piano delle assunzioni e al nuovo modello organizzativo che ne deriverebbe. Vediamo.

Tutti i governi hanno promesso che la loro sarebbe stata l’ultima sanatoria

Tutti gli ultimi governi hanno promesso che la loro sanatoria sarebbe stata l’ultima. Il governo Renzi non fa eccezioni. La novità è data dal piano poliennale del progetto (il primo esempio di «politica del personale» nel settore da decenni), che aspira non a tamponare l’esistente ma a governare il processo nel medio periodo: lo svuotamento in un sol colpo delle Gae (graduatorie ad esaurimento), consentirebbe infatti di azzerare la platea del precariato e di aprire una stagione nella quale si entra nella scuola solo attraverso i concorsi.
Una soluzione coraggiosa e forte, che tuttavia sconta due problemi. Il primo è che costa tanto (a regime 4 miliardi all’anno): è vero che gli ultimi anni di tagli hanno inciso del doppio sulla scuola, ma è vero anche che la composizione della spesa totale del settore si sbilancerebbe ancora di più sul versante degli oneri correnti rispetto agli investimenti, il che non solo non è bello da vedere (nei confronti internazionali), ma alla lunga incide negativamente sulla qualità del sistema. Molto dipende da come si immagina l’impiego di un contingente così corposo di docenti nella scuola dei prossimi anni. L’ipotesi del governo è quella di dotare le scuole di un organico aggiuntivo, grazie al quale esse potrebbero provvedere non solo alle supplenze temporanee, ma anche all’arricchimento e potenziamento della propria offerta formativa.
Scuole e docenti non sono pronti ad una duttilità operativa
Il rischio di questa operazione (ecco il secondo problema) è che le scuole non siano affatto pronte a una radicale innovazione di modello, che richiederebbe ai dirigenti scolastici una capacità di regia che in gran parte non hanno, e ai docenti una duttilità operativa estranea alle loro consuetudini professionali. Nella peggiore, ma ahimé non inverosimile, delle ipotesi, ci troveremmo in una scuola con una pletora di docenti sotto o male utilizzati, con scarso vantaggio per gli studenti e forte aggravio per le casse dello Stato.
Perché ciò non accada, occorre più coraggio proprio sul fronte dell’autonomia scolastica. La presenza di un organico allargato non basta: occorrono due altre condizioni. 1) La flessibilità dei curricula : fornita l’ossatura dei quadri orari nazionali, è indispensabile permettere non soltanto alle scuole di «curvare» il curriculum , ma anche agli utenti di scegliere all’interno di un ventaglio di discipline opzionali; 2) la flessibilità degli orari di cattedra: che significa, per il dirigente, potere disporre con maggiore libertà della gestione del personale (inimmaginabile, per chi vive fuori dalla scuola, il danno didattico provocato dall’obbligatorietà delle 18 ore frontali, che ha spezzettato le cattedre, spacchettato le discipline, impedito la continuità dei consigli di classe). C’è ancora molto da mettere a punto, ma il passo compiuto è importante e va nella giusta direzione.

di Paolo Ferratini, Il Corriere della Sera scuola