Ravensbrück: la guerra nascosta di Hitler alle donne

La storia dimenticata del campo di concentramento femminile, progettato da Hitler con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi”. Dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate da qui 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse, 50 mila delle quali qui sono morte

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Un campo di concentramento femminile. L’unico progettato da Hitler, con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne semplicemente giudicate “inutili” dal regime. La terribile vicenda di Ravensbrück, è tra quelle che ricorrono meno tra le storie dei sopravvissuti, eppure da questo campo di concentramento, 90 chilometri a nord di Berlino, dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse, 50 mila delle quali qui sono morte. Di queste solo il 10% era ebreo.

Una storia nascosta, a cui oggi dà forte rilievo il quotidiano britannico Independent, con una prima pagina dedicata alla memoria del terribile lager, tutto femminile, scritta da Sarah Helm, giornalista e autrice del libro, dal titolo evocativo dell’opera di Primo Levi, “Ravensbrück: If this is a woman”, “Se questa è una donna”, appunto.

“Poco dopo aver scritto il mio primo libro, nel 2005, mi venne chiesto su cosa avrei voluto lavorare, subito dopo. Pensai subito a Ravensbrück, perché era una storia di donne straordinarie, di estremo coraggio, ma anche di estrema sofferenza e brutalità e non era ancora stata raccontata, almeno non in modo che la gente ascoltasse.” E secondo Helm, le ragioni per cui Ravensbrück è rimasto ai margini della storia, sono diverse. “Il campo era relativamente piccolo, non rientrava nella narrativa dominante dell’olocausto, molti documenti poi sono stati distrutti, inotre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro.”

Per Sarah Helm, che nel suo libro è riuscita faticosamente a raccogliere le testimonianze di alcune sopravvissute, tra i motivi che hanno portato Ravensbrück a rimanere nascosto, vi è anche la riluttanza delle vittime a parlare. “Chi è riuscita a tornare a casa, spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Parlando con diverse donne francesi, mi è stato detto che l’unica domanda che veniva rivolta loro, era se fossero state stuprate. Altre mi hanno raccontato che, quando si decisero a parlare nessuno credette a quelle storie orribili.” Racconta Helm, ricordando che invece, in Unione Sovietica, le sopravvissute rimasero zitte per paura. Secondo Stalin i russi dovevano combattere fino alla morte, quelli che erano stati catturati, potevano accusati di tradimento, indagati e spediti in altri campi di detenzione, questa volta in Siberia.

“Eppure nulla spiega davvero l’anonimato di questo campo.” Continua Helm. “I nazisti hanno commesso atrocità nei confronti delle donne, in molti altri posti. Più della metà degli ebrei uccisi nei campi di concentramento, erano donne. Ma come Auschwitz era la capitale dei crimini contro gli ebrei, Ravensbrück era la capitale dei crimini contro le donne.” Le violenze atroci perpetrate nel lager, infatti erano specifici, crimini di genere, tra i più comuni, sterilizzazioni, aborti forzati e stupri.

“Forse gli storici mainstream –quasi tutti uomini- semplicemente non si sono interessati nello specifico a cosa accadesse alle donne. Eppure ignorare Ravensbrück significa ignorare una fase cruciale nella storia del nazismo. I crimini commessi qui non erano solo crimini contro l’umanità, ma crimini contro le donne.”

Negli ultimi mesi della guerra, nell’autunno del 1944, dopo che Himmler aveva ordinato la sospensione delle camere a gas, Ravensbrück ricevette un ordine diverso. Qui, in una baracca vicino al forno crematorio, venne costruita una camera a gas provvisoria, utilizzando componenti provenienti anche da Auschwitz.

6 mila donne vennero uccise, asfissiate. “Fu l’ultimo sterminio di massa del regime nazista”, scrive Helm. “Eppure è stato ignorato dalla storia per un lunghissimo periodo”.

Heidegger e l’antisemitismo: la difesa di Emanuele Severino

NO, NON SONO LA VARIANTE DI HEIDEGGER
di Emanuele Severino

In questi giorni, in cui si è resa ancora più visibile la componente antiebraica del terrorismo islamico, la pubblicazione dei Quaderni neri di Martin Heidegger complica le cose. È tragicamente noto che cosa sia stata la violenza antiebraica del nazismo; Heidegger è stato nazista; i Quaderni neri confermano il suo antiebraismo.
Purtroppo Heidegger li ha scritti. Articoli interessanti in proposito, come quelli di Guido Ceronetti e di Livia Profeti, sono apparsi anche sul «Corriere». In sostanza, mi sembra, Heidegger trascrive nelle proprie categorie l’accusa di deicidio che il cristianesimo ha per secoli e secoli rivolto agli ebrei. Al posto di «Dio» mette cioè l’«Essere» (quello che lui intende con questa parola). Nel suo libro, molto informato e pensato, Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri, 2014), Donatella Di Cesare, pur nella sua decisa opposizione, non intende nascondere nulla, a quanto ho capito, del peso filosofico di Heidegger e proprio per questo bada a mostrare tutta la forza speculativa di cui può disporre la sua condanna degli ebrei. Forza ben misera, che in sostanza, quando è al meglio, si riduce alla seguente affermazione: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale non è razziale, bensì è la questione metafisica su quella specie di umanità che, essendo semplicemente svincolata, può fare dello sradicamento di ogni ente dall’Essere il proprio “compito” nella storia del mondo». Dal fatto che gli ebrei sono un popolo nomade, sradicato dalla terra, essi sarebbero cioè sradicati dall’«Essere». I tedeschi invece no, insieme ai greci antichi non sono sradicati.
Molte, da parte di Heidegger, le descrizioni dello sradicamento ebraico dalla terra e della propensione ebraica alla razionalità calcolante scientifico-economica; ma, appunto, non si va oltre il descrivere, o meglio: oltre la convinzione di dire cose che siano descrizioni; la quale non autorizza certo il passaggio dal nomadismo del popolo ebraico al suo sradicamento dall’«Essere».
Per fortuna Heidegger non è coerente, ossia non esiste una connessione rigorosa tra le sue tesi; sì che si possono lasciar da parte i Quaderni neri senza esser costretti a fare altrettanto con molte altre sue opere, che lo rendono uno dei maggiori pensatori del Novecento. Rileggere tutta la sua opera alla luce di questi Quaderni (dalla copertina nera) è quindi molto arbitrario. Si può dire allora che se l’isolamento dell’ente dall’«Essere» è in Heidegger un problema serio, non altrettanto si può dire dell’affermazione che gli ebrei siano responsabili di tale isolamento. Non lo si può dire anche perché altrove egli sostiene la tesi che già nel primo pensiero greco, dove l’«Essere» si manifesta per la prima volta, si produce l’oblio dell’«Essere», ossia il voler avere a che fare soltanto con le cose e solo con esse, dimenticando l’«Essere». (Una volontà, peraltro, che prima di Heidegger era stata espressa da Husserl e da Gentile, visto che l’«Essere» è in sostanza il manifestarsi, l’apparire delle cose, l’«aver a che fare», appunto, con esse).
«Con Giacomo Marramao — scrive la Di Cesare — ho avuto modo di discutere sin dall’inizio le pagine di Heidegger». E Giacomo Marramao, nel suo importante libro Dopo il Leviatano (Bollati Boringhieri, 2013), ha avuto modo di discutere quelle che egli chiama «filosofie enfatiche del XX secolo (da quella di Heidegger a quella di Severino, che della filosofia heideggeriana può essere tranquillamente considerata l’italica versione o variante)». L’amico Marramao è un filosofo serio; errare humanum est; e avrei lasciato correre se ora non si fossero messi di mezzo quei neri e heideggeriani Quaderni — e se non ci trovassimo in una situazione in cui è meglio che, a proposito dell’antiebraismo, tutto sia il più chiaro possibile. Debbo dunque dirgli che se il bianco può essere tranquillamente considerato una «versione o variante» del nero, allora, sì, si può stare altrettanto tranquilli nel considerare la mia filosofia come l’italica versione o variante di quella heideggeriana. Sennonché per Heidegger l’«Essere» è tempo, evento, e nessun ente è eterno; i miei scritti indicano invece la dimensione in cui appare la necessità che ogni ente sia eterno (e se l’«Essere» è, come in effetti è, l’apparire degli enti, allora anche l’«Essere» è eterno). Per molti la differenza, anzi, l’opposizione, tra queste due prospettive è evidente. Cito per tutti Massimo Cacciari.
Certo, Marramao è ben lontano dall’ingenuità di Victor Farías, la cui accusa a Heidegger sollevò verso gli ultimi anni Ottanta un clamoroso e internazionale vespaio analogo a quello che ora i Quaderni neri stanno suscitando all’estero e in Italia. (Solo che oggi, soprattutto in relazione all’antisemitismo presente nel terrorismo islamico, il problema non è solo «culturale»). Ho sempre sostenuto che se una verità definitiva non esiste, allora non è una verità definitiva nemmeno che la distruzione dell’uomo debba essere condannata; e che a questo risultato disumano, partendo da quella premessa, perviene inevitabilmente la civiltà occidentale (e ormai il Pianeta) — la civiltà occidentale, dico, non il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti.
Ma il disattento Farías (cileno, allievo di Heidegger, docente alla Freie Universität Berlin) aveva capito che questa fosse una delle tesi del mio discorso filosofico — il quale è invece la negazione dei fondamenti di tale civiltà. E quindi, scandalizzato, emetteva nel suo libro giudizi come: «È l’inumanità in atto che parla nelle affermazioni di Emanuele Severino»; oppure: Severino «fa appello a Hegel, ma in realtà si trova pericolosamente vicino a Hitler»; e avanti di questo passo. (E il mio errore, agli occhi di Farías, era anche la pretesa di distinguere, in Heidegger, l’uomo dal filosofo. Pretesa, d’altronde, che tengo tuttora ferma: nel senso, come ho detto all’inizio, che tra le tesi di Heidegger non esiste una connessione rigorosa e che quindi la miseria di una non implica la miseria di tutte le altre).
Marramao è lontano dall’ingenua disattenzione di Farías. Però contrappone il Libro dei libri — cioè la Bibbia, che taglia i ponti col mondo classico — alle «filosofie enfatiche» di Heidegger e mia, appunto, per le quali «non si danno né cesure né metamorfosi, né vuoti né paradossi, ma solo passaggi e inveramenti interni a un monologo nichilistico del Divenire già dato ab originibus nel pensiero greco: almeno a partire dal “parricidio” nei confronti di Parmenide perpetuato da Platone e Aristotele. Per esse le idee di “redenzione” e di “consumazione dei secoli” introdotte dalle tre religioni del Libro non costituiscono novità alcuna».
È curioso — e abbastanza grave — che Marramao descriva Heidegger attribuendogli in sostanza (qualche sbavatura a parte) quella che è la mia diagnosi della storia dell’Occidente e che non solo gli heideggeriani, ma credo nessuno sarebbe disposto a vedere in Heidegger. Negando che tale storia sia un «monologo nichilistico del Divenire», Marramao intende negare che essa abbia un senso unitario. Quasi che «cesure», «metamorfosi», «vuoti», «paradossi», «redenzione» e «consumazione dei secoli», che gli stanno a cuore, non fossero forme del «Divenire».
La filosofia greca pensa che il «Divenire» sia l’andare nell’essere, da parte delle cose, venendo fuori dal loro non essere e ritornandovi. Il futuro è ciò che non è ancora; il passato è ciò che non è più. Nel passato e nel futuro le cose sono nulla. C’è un luogo, nella storia dell’Occidente, dove questa convinzione è negata? C’è un luogo, ovunque lo si cerchi? Assolutamente no. (Ecco perché la storia dell’Occidente è un «monologo»). Ma — e siamo al punto decisivo — questa convinzione è, insieme, l’errore estremo e l’estremo orrore, l’estrema violenza. L’errore estremo, perché, affermando un tempo in cui le cose sono nulla, si identificano le cose, ossia ciò che non è un nulla, al nulla (ecco perché il monologo dell’Occidente è «nichilistico»). L’orrore estremo, perché la convinzione della essenziale nullità delle cose è il fondamento di ogni violenza, omicidio, genocidio, Olocausto: «Tu sei nulla — grida la Violenza —; quindi posso e anzi devo trattarti come un nulla».
I difensori dell’uomo, e quindi dell’uomo ebraico, volendo essere amici del Divenire vogliono essere amici della Violenza?

Domenica 25 gennaio 2015, «Corriere Della Sera» (La Lettura)

Filosofia e potenza della tecnica. Intervista a Emanuele Severino

E’ considerato il fondatore del neoparmenidismo. Nella sua concezione filosofica l’essere non può finire nel nulla, perché eterno. La visione del nichilismo da lui intesa ha fatto scuola. Giustifica la condizione di subordinanza odierna dell’uomo alla tecnica come conseguenza della forza e dell’attualità della filosofia. Una condizione, a suo modo di intendere, irreversibile. Una “follia” di questi tempi, dice, destinata a durare negli anni. E quanto a Dio, come è comunemente inteso, nel suo pensiero non c’è posto. Stiamo parlando di Emanuele Severino, uno dei pensatori di spicco nel quadro filosofico della modernità.

Prof. Severino, perché la filosofia dovrebbe essere di grande attualità?

Fin dall’inizio della civiltà occidentale la filosofia porta alla luce i significati di fondo entro i quali si sviluppa ogni forma del pensiero e dell’agire umani. Il concetto di essere, di nulla, di divenire, di ente, di causa, di relazione e così via, restano definitivamente alla base di ciò che si andrà sviluppando come storia dell’occidente. Questo vuol dire che la dimensione aperta dal filosofare è sempre presente. E’ la circolazione sanguigna che ci tiene in vita, anche inconsapevolmente. Soprattutto la filosofia ha posto alla base del pensiero occidentale una determinazione di fondo: cioè che la trasformazione delle cose è il loro provenire dal nulla e andare nel nulla. Una cosa si trasforma se perde parte di ciò che essa è. Tale perdita vuol dire annullamento. Il concetto della trasformazione delle cose sostiene ogni ambito della cultura e della prassi della nostra civiltà. E’ l’aria che respiriamo e senza la quale non muoveremo un passo.

Il filosofare quindi chiarisce come tale trasformazione abbia senso solo se intesa come il non esser più e non essere ancora da parte delle cose del mondo, uomo compreso?

Questo è un primo significato di “attualità” della filosofia. Ma c’è un secondo aspetto che ci riguarda più da vicino. E’ quello per il quale la civiltà dell’occidente sta diventando la civiltà della tecnica. La tecnica tende a dominare forme di azione e di pensiero che sono apparse via via lungo la strada dell’occidente. Il cristianesimo, l’umanesimo, il comunismo e il capitalismo stesso, hanno inteso o intendono servirsi della tecnica per incrementare la loro forza. Il capitalismo si serve dell’operare tecnologico per incrementare il profitto. Il cristianesimo capisce che non può più svolgere un’attività di carità planetaria, senza un’organizzazione tecnica della carità.


 La tecnica prospetta il suo
dominio sull’universo


Quindi, la conflittualità esistente tra queste forze fa sì che ognuna, per prevalere sull’altra, usi proprio la potenza della tecnica?

Esatto. Ma ancora, tale progressivo rafforzamento della tecnica fa sì che si riduca lo spazio disponibile per lo scopo che ognuna di queste forze intende raggiungere. Si sta arrivando a un punto in cui non si userà più la tecnica per realizzare un incremento indefinito del capitale, ma si userà il capitale per un incremento infinito delle potenzialità tecnologiche. In questa situazione la tecnica prospetta l’universo intero come dominabile da essa. Significa che la tecnica, rafforzando la propria potenza, non considera più come limiti invalicabili i valori proposti dalle forze tradizionali che intendono servirsi della tecnica. Essa progettando il dominio del mondo è convinta che non esista alcun limite al progressivo allargamento del regno da lei instaurato. Nella tradizione dell’occidente il limite di tutti i limiti è Dio. Ora, perché la tecnica possa operare incondizionatamente è necessario che alcun limite si possa frapporre a essa, Dio compreso. Certo, non si può dimostrare scientificamente che Dio è morto, occorre un sapere che dimostri l’inevitabilità della morte di Dio, e tale sapere ce lo offre proprio la filosofia degli ultimi due secoli, che aveva dichiarato la necessità della morte di Dio.

Significa che la tecnica può progettare il dominio totale solo se ascolta la voce della filosofia del nostro tempo.

L’attualità della filosofia è data dall’essere la condizione della potenza reale della tecnica. Ciò smentisce quanti sostengono che la filosofia sia una scienza astratta che non ha nulla a che vedere con i processi del mondo reale.

Ma al contempo, così come la filosofia offre alla tecnica argomenti per credere nella propria forza e nella capacità di dominio sulle cose, può, per inverso, offrire all’uomo le prospettive, le condizioni e i valori necessari per non essere dominato dalla tecnica, ma esserne il dominatore.

Se l’uomo pensa di progettare un mondo che non sia il mondo che la tecnica intende controllare totalmente, quest’uomo è l’uomo ideologico appartenente a quelle ideologie che abbiamo visto destinate a essere travolte dalla tecnica. L’aver mostrato il senso della radicale attualità della filosofia, non vuol dire che quanto la filosofia ha manifestato lungo la strada dell’occidente sia la verità. Anzi. La filosofia, proprio per essere stata estremamente utile, ci mette in guardia dal credere che l’utilità sia verità. La filosofia è attuale e anche utile, ma è l’utilità di Lucifero, che è il portatore di luce ma anche il negativo assoluto. Il concetto che la filosofia è l’attualità assoluta è anche la follia del filosofare, che è diventata la follia della nostra civiltà.

La follia di divinizzare la tecnica…

Dio è il primo tecnico. La tecnica è l’ultimo dio. L’uomo prima evoca Dio per essere salvato. Dio è lo strumento di cui l’uomo si serve per essere salvato. Ma se si rende conto che lo strumento per essere salvato non è potente, allora ha la necessità di potenziare lo strumento. Che si riconosca a Dio la funzione di non essere semplice strumento per la felicità o la salvezza dell’uomo, fa sì che l’uomo capisce che per salvarsi deve dire a Dio: “sia fatta la tua volontà”. Se l’uomo dice: no, Dio, salvami per fare la mia volontà, non potrà essere salvo. Analogamente, l’uomo oggi dice alla tecnica: “salvami, perché ho bisogno di te per vivere, per vivere bene, per fare tutto ciò che voglio”.

Anche qui si riproduce la situazione precedente.

Chiaro. Se cioè la tecnica è uno strumento che deve servire all’uomo per salvarsi, ciò può accadere unicamente se lo strumento è sempre più rafforzato. Quindi, solo se l’uomo non dice più alla tecnica: “rafforzati per fare la mia volontà di essere salvo”, ma chiede a essa quello che chiedeva a Dio, cioè: “sia fatta la tua volontà”. Non possiamo più considerare l’uomo come l’avente il diritto di essere il padrone della tecnica, ma è la tecnica che ha il diritto d’essere padrona dell’uomo. Con i mezzi che oggi abbiamo a disposizione non possiamo dire alla tecnica: fermati perché io ho le mie esigenze”. Rimane un’illusione.

Non siamo messi proprio bene…

Indubbiamente, ma questa è la storia dell’occidente. L’esigenza dell’individuo passa in secondo piano rispetto a quella della tecnica, che in questo momento, e non solo in questo momento, è destinata ad avere il sopravvento su tutto.

 Il problema del nulla


E alle potenzialità della tecnica l’uomo demanda il superamento del nulla.

La tecnica è la forma più radicale di trasformazione del mondo, portata alla luce dalla filosofia. Non è un concetto astratto, perché prima del filosofare non si è ancora in rapporto al nulla e l’uomo vive la propria morte in modo del tutto diverso da quando incomincia a viverla pensando che essa sia annullamento. Tanto è vero che nel tempo del mito i morti vanno via ma tornano e anche i vivi temono il ritorno dei morti e tendono a farseli amici. La morte non è vissuta come la chiusura definitiva dei conti, determinata dall’annientamento della vita. Quando il clima filosofico inizia a espandersi e il tema del nulla a presentarsi in ogni campo dell’attività dell’uomo, questo pensa che la morte sia la fine del tutto. Tale pensiero fa sì che l’uomo cominci a morire in modo diverso rispetto a prima.

Si è allora andati alla ricerca dei rimedi concettuali o religiosi che ci permettessero di liberarci dal nulla, di non essere definitivamente conquistati dal nulla.

Termina l’evocazione mitica di un dio e inizia quella degli dei che sono il modo in cui Dio è presente nel mondo. Anche il capitalismo in tal senso è un dio. Perché intende i rapporti di mercato come legge naturale eterna. Un altro modo di essere un dio che rispecchia nel mondo il Dio teologico è il diritto naturale. L’affermazione cioè che esiste uno statuto giuridico naturale che non può essere violato da alcuna azione dell’uomo. Oggi non si vive più nel diritto naturale ma in quello positivo.

Lei ha detto che siamo sempre scontenti di ciò che siamo e abbiamo. E’ stato sempre così o è il risultato di questi tempi?

L’uomo è scontento da quando il serpente gli dice: “sarai come Dio”. Egli è scontento della situazione in cui si trova, per ciò che è e ha. Cercherà in tutti i modi di emulare Dio. Non riuscendoci.

Non crede che questa inquietudine possa derivare dalla imperfetta conoscenza che abbiamo della potenzialità dell’amore, inteso come sentimento per un tutto frutto di un dono, elemento capace di posizionare l’uomo in una dimensione non materiale e quindi più vicina allo spirito e alla serenità d’animo?

Personalmente preferisco una civiltà fondata sull’amore ad una lontana da questa concezione. Ma il mio desiderio conta poco. “Amore” è una di quelle parole, come “libertà”, che fa breccia nel cuore di tutti. E’ una delle forme più radicali di volontà di trasformare il mondo. Ma l’amore oggi si può sottrarre alla volontà di potenza della tecnica di mutare il mondo?

Il nostro rapporto con il tempo è troppo spesso condizionato dal fare. Non bisognerebbe invece recuperare il tempo interiore, quello del pensarsi e del pensare. Utile alla crescita personale e anche a quella professionale, cioè, del fare?

E’ una variante di quello che prima lei ha detto sull’amore. Un fare senza il pensare è caduco e ottiene poco. Il fare si potenzia se si appoggia al pensare. Ma è un pensare disposto sempre al fare alla fine. Siamo comunque in presenza del dominio assoluto del tutto da parte della tecno-scienza.

Sì, ma se il mio fare è condizionato da un pensiero che tenga conto di ciò che può determinare “il bene” dell’uomo, esso sarà migliore di un fare assolutamente finalizzato all’utilitarismo economico-materiale. Sarà un fare che giunge al risultato economico o tecnologico, senza aver trascurato, o leso addirittura, un segmento della sfera etica umana. E se questo non potrà essere possibile, la conseguenza sarà la rinuncia del fare.

Il concetto da me espresso non è certo l’espressione dell’ultima parola. E’ l’assurdo degli assurdi di questi tempi, purtroppo. E’ la tensione di cercare, attraverso le forme più disparate governate dalla tecnica, di voler essere come Dio. E’ un aspetto subordinato di ciò che prima ho chiamato “follia”.

Ha ragione Seneca quando afferma che solo il presente ha una verità ontologica?

No. Perché significherebbe dare al passato e al futuro la definizione di nulla.

Addirittura, l’affermazione di Seneca per essere vera non può escludere il valore della memoria e dell’esperienza vissuta. Altrimenti il presente non offrirebbe quei presupposti necessari per vivere al meglio il momento.

E’ così.

 Gentile, uno dei massimi
pensatori della modernità


Lei ha spesso parlato di Giovanni Gentile come uno dei massimi pensatori della modernità. Ci spieghi perché, visto che il pensiero di Gentile è stato costretto all’oblio da una sconsiderata e faziosa vulgata filosofica che ne ha offuscato la portata e la lungimiranza.

Gentile è uno dei più grandi filosofi in senso assoluto. E’ un lungimirante, perché è una di quelle voci che sanno dire al mondo che Dio è morto. Gentile non è distante dalla scienza e dalla tecnica, contrariamente a quel che si crede, perché affermando la morte del vecchio Dio, consente alla tecnica di progettare il dominio del mondo.

Anche se Gentile diceva di essere cattolico.

Ma il suo cattolicesimo era tutt’altra cosa. Il dio di cui parla non è il vecchio Dio che egli distrugge, ma è l’atto del nostro pensare. E’ la capacità di trasformare il mondo in cui consiste il nostro pensare. Chiama Dio noi, in quanto atto del pensare.

Siamo tutti debitori a Nietzsche?

Certo. Anche se Gentile è più rigoroso di Nietzsche. Io poi, con Gentile e Nietzsche metterei anche Leopardi. Dimenticato ingiustamente dalla filosofia internazionale. Solo ora il mondo anglosassone comincia ad accorgersi della grandezza di Leopardi. E’ tardi, ma non mai troppo, per fortuna.

Romolo Paradiso, da Antologia del tempo che resta

Filosofia e tecnica. Intervista a Emanuele Severino

E’ considerato il fondatore del neoparmenidismo. Nella sua concezione filosofica l’essere non può finire nel nulla, perché eterno. La visione del nichilismo da lui intesa ha fatto scuola. Giustifica la condizione di subordinanza odierna dell’uomo alla tecnica come conseguenza della forza e dell’attualità della filosofia. Una condizione, a suo modo di intendere, irreversibile. Una “follia” di questi tempi, dice, destinata a durare negli anni. E quanto a Dio, come è comunemente inteso, nel suo pensiero non c’è posto. Stiamo parlando di Emanuele Severino, uno dei pensatori di spicco nel quadro filosofico della modernità.

Prof. Severino, perché la filosofia dovrebbe essere di grande attualità?

Fin dall’inizio della civiltà occidentale la filosofia porta alla luce i significati di fondo entro i quali si sviluppa ogni forma del pensiero e dell’agire umani. Il concetto di essere, di nulla, di divenire, di ente, di causa, di relazione e così via, restano definitivamente alla base di ciò che si andrà sviluppando come storia dell’occidente. Questo vuol dire che la dimensione aperta dal filosofare è sempre presente. E’ la circolazione sanguigna che ci tiene in vita, anche inconsapevolmente. Soprattutto la filosofia ha posto alla base del pensiero occidentale una determinazione di fondo: cioè che la trasformazione delle cose è il loro provenire dal nulla e andare nel nulla. Una cosa si trasforma se perde parte di ciò che essa è. Tale perdita vuol dire annullamento. Il concetto della trasformazione delle cose sostiene ogni ambito della cultura e della prassi della nostra civiltà. E’ l’aria che respiriamo e senza la quale non muoveremo un passo.

Il filosofare quindi chiarisce come tale trasformazione abbia senso solo se intesa come il non esser più e non essere ancora da parte delle cose del mondo, uomo compreso?

Questo è un primo significato di “attualità” della filosofia. Ma c’è un secondo aspetto che ci riguarda più da vicino. E’ quello per il quale la civiltà dell’occidente sta diventando la civiltà della tecnica. La tecnica tende a dominare forme di azione e di pensiero che sono apparse via via lungo la strada dell’occidente. Il cristianesimo, l’umanesimo, il comunismo e il capitalismo stesso, hanno inteso o intendono servirsi della tecnica per incrementare la loro forza. Il capitalismo si serve dell’operare tecnologico per incrementare il profitto. Il cristianesimo capisce che non può più svolgere un’attività di carità planetaria, senza un’organizzazione tecnica della carità.


 La tecnica prospetta il suo
dominio sull’universo


Quindi, la conflittualità esistente tra queste forze fa sì che ognuna, per prevalere sull’altra, usi proprio la potenza della tecnica?

Esatto. Ma ancora, tale progressivo rafforzamento della tecnica fa sì che si riduca lo spazio disponibile per lo scopo che ognuna di queste forze intende raggiungere. Si sta arrivando a un punto in cui non si userà più la tecnica per realizzare un incremento indefinito del capitale, ma si userà il capitale per un incremento infinito delle potenzialità tecnologiche. In questa situazione la tecnica prospetta l’universo intero come dominabile da essa. Significa che la tecnica, rafforzando la propria potenza, non considera più come limiti invalicabili i valori proposti dalle forze tradizionali che intendono servirsi della tecnica. Essa progettando il dominio del mondo è convinta che non esista alcun limite al progressivo allargamento del regno da lei instaurato. Nella tradizione dell’occidente il limite di tutti i limiti è Dio. Ora, perché la tecnica possa operare incondizionatamente è necessario che alcun limite si possa frapporre a essa, Dio compreso. Certo, non si può dimostrare scientificamente che Dio è morto, occorre un sapere che dimostri l’inevitabilità della morte di Dio, e tale sapere ce lo offre proprio la filosofia degli ultimi due secoli, che aveva dichiarato la necessità della morte di Dio.

Significa che la tecnica può progettare il dominio totale solo se ascolta la voce della filosofia del nostro tempo.

L’attualità della filosofia è data dall’essere la condizione della potenza reale della tecnica. Ciò smentisce quanti sostengono che la filosofia sia una scienza astratta che non ha nulla a che vedere con i processi del mondo reale.

Ma al contempo, così come la filosofia offre alla tecnica argomenti per credere nella propria forza e nella capacità di dominio sulle cose, può, per inverso, offrire all’uomo le prospettive, le condizioni e i valori necessari per non essere dominato dalla tecnica, ma esserne il dominatore.

Se l’uomo pensa di progettare un mondo che non sia il mondo che la tecnica intende controllare totalmente, quest’uomo è l’uomo ideologico appartenente a quelle ideologie che abbiamo visto destinate a essere travolte dalla tecnica. L’aver mostrato il senso della radicale attualità della filosofia, non vuol dire che quanto la filosofia ha manifestato lungo la strada dell’occidente sia la verità. Anzi. La filosofia, proprio per essere stata estremamente utile, ci mette in guardia dal credere che l’utilità sia verità. La filosofia è attuale e anche utile, ma è l’utilità di Lucifero, che è il portatore di luce ma anche il negativo assoluto. Il concetto che la filosofia è l’attualità assoluta è anche la follia del filosofare, che è diventata la follia della nostra civiltà.

La follia di divinizzare la tecnica…

Dio è il primo tecnico. La tecnica è l’ultimo dio. L’uomo prima evoca Dio per essere salvato. Dio è lo strumento di cui l’uomo si serve per essere salvato. Ma se si rende conto che lo strumento per essere salvato non è potente, allora ha la necessità di potenziare lo strumento. Che si riconosca a Dio la funzione di non essere semplice strumento per la felicità o la salvezza dell’uomo, fa sì che l’uomo capisce che per salvarsi deve dire a Dio: “sia fatta la tua volontà”. Se l’uomo dice: no, Dio, salvami per fare la mia volontà, non potrà essere salvo. Analogamente, l’uomo oggi dice alla tecnica: “salvami, perché ho bisogno di te per vivere, per vivere bene, per fare tutto ciò che voglio”.

Anche qui si riproduce la situazione precedente.

Chiaro. Se cioè la tecnica è uno strumento che deve servire all’uomo per salvarsi, ciò può accadere unicamente se lo strumento è sempre più rafforzato. Quindi, solo se l’uomo non dice più alla tecnica: “rafforzati per fare la mia volontà di essere salvo”, ma chiede a essa quello che chiedeva a Dio, cioè: “sia fatta la tua volontà”. Non possiamo più considerare l’uomo come l’avente il diritto di essere il padrone della tecnica, ma è la tecnica che ha il diritto d’essere padrona dell’uomo. Con i mezzi che oggi abbiamo a disposizione non possiamo dire alla tecnica: fermati perché io ho le mie esigenze”. Rimane un’illusione.

Non siamo messi proprio bene…

Indubbiamente, ma questa è la storia dell’occidente. L’esigenza dell’individuo passa in secondo piano rispetto a quella della tecnica, che in questo momento, e non solo in questo momento, è destinata ad avere il sopravvento su tutto.

 Il problema del nulla


E alle potenzialità della tecnica l’uomo demanda il superamento del nulla.

La tecnica è la forma più radicale di trasformazione del mondo, portata alla luce dalla filosofia. Non è un concetto astratto, perché prima del filosofare non si è ancora in rapporto al nulla e l’uomo vive la propria morte in modo del tutto diverso da quando incomincia a viverla pensando che essa sia annullamento. Tanto è vero che nel tempo del mito i morti vanno via ma tornano e anche i vivi temono il ritorno dei morti e tendono a farseli amici. La morte non è vissuta come la chiusura definitiva dei conti, determinata dall’annientamento della vita. Quando il clima filosofico inizia a espandersi e il tema del nulla a presentarsi in ogni campo dell’attività dell’uomo, questo pensa che la morte sia la fine del tutto. Tale pensiero fa sì che l’uomo cominci a morire in modo diverso rispetto a prima.

Si è allora andati alla ricerca dei rimedi concettuali o religiosi che ci permettessero di liberarci dal nulla, di non essere definitivamente conquistati dal nulla.

Termina l’evocazione mitica di un dio e inizia quella degli dei che sono il modo in cui Dio è presente nel mondo. Anche il capitalismo in tal senso è un dio. Perché intende i rapporti di mercato come legge naturale eterna. Un altro modo di essere un dio che rispecchia nel mondo il Dio teologico è il diritto naturale. L’affermazione cioè che esiste uno statuto giuridico naturale che non può essere violato da alcuna azione dell’uomo. Oggi non si vive più nel diritto naturale ma in quello positivo.

Lei ha detto che siamo sempre scontenti di ciò che siamo e abbiamo. E’ stato sempre così o è il risultato di questi tempi?

L’uomo è scontento da quando il serpente gli dice: “sarai come Dio”. Egli è scontento della situazione in cui si trova, per ciò che è e ha. Cercherà in tutti i modi di emulare Dio. Non riuscendoci.

Non crede che questa inquietudine possa derivare dalla imperfetta conoscenza che abbiamo della potenzialità dell’amore, inteso come sentimento per un tutto frutto di un dono, elemento capace di posizionare l’uomo in una dimensione non materiale e quindi più vicina allo spirito e alla serenità d’animo?

Personalmente preferisco una civiltà fondata sull’amore ad una lontana da questa concezione. Ma il mio desiderio conta poco. “Amore” è una di quelle parole, come “libertà”, che fa breccia nel cuore di tutti. E’ una delle forme più radicali di volontà di trasformare il mondo. Ma l’amore oggi si può sottrarre alla volontà di potenza della tecnica di mutare il mondo?

Il nostro rapporto con il tempo è troppo spesso condizionato dal fare. Non bisognerebbe invece recuperare il tempo interiore, quello del pensarsi e del pensare. Utile alla crescita personale e anche a quella professionale, cioè, del fare?

E’ una variante di quello che prima lei ha detto sull’amore. Un fare senza il pensare è caduco e ottiene poco. Il fare si potenzia se si appoggia al pensare. Ma è un pensare disposto sempre al fare alla fine. Siamo comunque in presenza del dominio assoluto del tutto da parte della tecno-scienza.

Sì, ma se il mio fare è condizionato da un pensiero che tenga conto di ciò che può determinare “il bene” dell’uomo, esso sarà migliore di un fare assolutamente finalizzato all’utilitarismo economico-materiale. Sarà un fare che giunge al risultato economico o tecnologico, senza aver trascurato, o leso addirittura, un segmento della sfera etica umana. E se questo non potrà essere possibile, la conseguenza sarà la rinuncia del fare.

Il concetto da me espresso non è certo l’espressione dell’ultima parola. E’ l’assurdo degli assurdi di questi tempi, purtroppo. E’ la tensione di cercare, attraverso le forme più disparate governate dalla tecnica, di voler essere come Dio. E’ un aspetto subordinato di ciò che prima ho chiamato “follia”.

Ha ragione Seneca quando afferma che solo il presente ha una verità ontologica?

No. Perché significherebbe dare al passato e al futuro la definizione di nulla.

Addirittura, l’affermazione di Seneca per essere vera non può escludere il valore della memoria e dell’esperienza vissuta. Altrimenti il presente non offrirebbe quei presupposti necessari per vivere al meglio il momento.

E’ così.

 Gentile, uno dei massimi
pensatori della modernità


Lei ha spesso parlato di Giovanni Gentile come uno dei massimi pensatori della modernità. Ci spieghi perché, visto che il pensiero di Gentile è stato costretto all’oblio da una sconsiderata e faziosa vulgata filosofica che ne ha offuscato la portata e la lungimiranza.

Gentile è uno dei più grandi filosofi in senso assoluto. E’ un lungimirante, perché è una di quelle voci che sanno dire al mondo che Dio è morto. Gentile non è distante dalla scienza e dalla tecnica, contrariamente a quel che si crede, perché affermando la morte del vecchio Dio, consente alla tecnica di progettare il dominio del mondo.

Anche se Gentile diceva di essere cattolico.

Ma il suo cattolicesimo era tutt’altra cosa. Il dio di cui parla non è il vecchio Dio che egli distrugge, ma è l’atto del nostro pensare. E’ la capacità di trasformare il mondo in cui consiste il nostro pensare. Chiama Dio noi, in quanto atto del pensare.

Siamo tutti debitori a Nietzsche?

Certo. Anche se Gentile è più rigoroso di Nietzsche. Io poi, con Gentile e Nietzsche metterei anche Leopardi. Dimenticato ingiustamente dalla filosofia internazionale. Solo ora il mondo anglosassone comincia ad accorgersi della grandezza di Leopardi. E’ tardi, ma non mai troppo, per fortuna.

Romolo Paradiso, Antologia del tempo che resta

Luce Irigaray: i sentimenti sono linfa per la vita

Il nostro modo di vivere le relazioni ci distingue da tutti gli altri esseri viventi, è per questo che secondo la studiosa l’educazione sentimentale andrebbe insegnata a scuola. “La nostra cultura troppo spesso ha fatto dell’amore un imperativo morale o religioso e non il mezzo e il luogo più determinanti perché l’umanità possa sbocciare. È accaduto perché non ci siamo abbastanza preoccupati di coltivare la vita”… Continua a leggere