Beethoven e Čajkovskij: è stata questa l’accoppiata vincente del nuovo appuntamento della Stagione sinfonica al Teatro Massimo Bellini del 3 e 4 marzo, un binomio complementare vista la scelta, non casuale, di due sinfonie di matrice molto diversa: la n.6 op. 68 di Beethoven e la n.4 op. 36 di Čajkovskij, dirette magistralmente dal giovane direttore tedesco Eckehard Stier…

Inutile presentare la meravigliosa sesta sinfonia di Beethoven, giustamente famosa grazie anche a Walt Disney, che  la inserì appropriatamente nel suo “Fantasia” per accompagnare le evoluzioni di cavalli alati, ninfe e centauri in un festante Olimpo.

Eseguita per la prima volta pubblicamente il 22 dicembre 1808 a Vienna,  è un lampante esempio di “musica a programma” tra ruscelli mormoranti, temporali, canti di uccelli. Ma sbaglierebbe chi le volesse attribuire un carattere meramente descrittivo. Basti rileggere la definizione che ne diede lo spesso autore: “Sinfonia Pastorale, ossia memorie della vita in campagna. Più espressione dei sentimenti che pittura”.

E l’esecuzione al Bellini, sotto la guida esperta di Stier, ha saputo rendere appieno quel senso di intima comunione con la natura che era nelle più genuine intenzioni di Beethoven. Un senso di pace trasmesso da una direzione originale, ma rispettosa dei tempi di esecuzione dettati dal genio tedesco. Particolarmente riuscito il secondo movimento, nello splendido episodio degli uccelli quando la quaglia, il cuculo e l’usignolo, affidati rispettivamente al suono dell’oboe, del flauto e del clarinetto, lanciano, nella pace bucolica, i loro richiami: qui Stier ha davvero rallentato alla perfezione il ritmo, permettendo agli ascoltatori una fruizione piena e compiuta, dove ogni singolo dettaglio ha avuto il suo giusto risalto.

Come nell’altro  momento clou della sesta sinfonia, quello della tempesta, con il vento suggerito da impietose folate degli archi, che preludono alla schiarita luminosa e rasserenante della conclusione, in perfetta simmetria con il placido inizio, in un clima di pacata gioia e serena contemplazione.

La bacchetta di Stier ha poi dovuta cambiare registro nella seconda parte del concerto, dominata da un Čajkovskij cupo e disperato. Qui la direzione si è fatta vibrante e tesa, ha impugnato davvero l’orchestra: la Sinfonia n.4 op.36 è, infatti, la sinfonia della cupa disperazione di fronte al destino, che si accanisce sull’uomo, impedendogli il raggiungimento della felicità. Davvero il tema del Fato, come lo definì lo stesso compositore “ quella forza oscura che impedisce all’impulso alla felicità di raggiungere il suo obiettivo; quella forza che gelosamente assicura che felicità e pace non siano complete e serene – e che avvelena costantemente il cuore. Una forza invincibile.”, ha pervaso l’intero teatro e strappato il pubblico catanese ai suoi sogni bucolici.

Pubblico infine soddisfatto che ha profuso lunghi applausi,  con la consapevolezza finale che gioire è semplice e che vivere è ancora possibile.

Come dire: ha vinto Beethoven.

Silvana La Porta