Mettete un meraviglioso testo drammatico di Oscar Wilde musicato dalla maestria di Richard Strauss; poi un cast di cantanti di ottimo livello e un’orchestra diretta con grinta e grande piglio…

E avrete gli ingredienti per la serata di dolcissima musica e grande spettacolo che ha offerto la prima al Teatro bellini di Salomè, diretta da Günter Neuhold. Il pubblico ha assistito a un atto unico, ma solidamente strutturato in tre parti, nettamente distinte, che godono però tutte drammaturgicamente di un confronto diretto fra due personaggi. Lo spazio scenico è si è rivelato semplice ed essenziale, occupato da una cisterna che faceva pensare a un’enorme scudo, al di sopra e intorno al quale si è svolto l’intero dramma con un inquietante piano inclinato che ha gradualmente condotto i protagonisti alla morte.

In quest’atmosfera vera costante primadonna è stata proprio Salomè, interpretata dalla brava Jolana Bubnik Fogašová, sempre dotata di una voce chiara, pulita, e forte nei momenti di maggiore drammaticità, che ha portato sulla scena l’essenza più pura della donna innamorata al pari di un uomo, che osa guardare e desiderare il profeta Jochannaan (San Giovanni Battista interpretato dal bravo Sebastian Holecek) , mentre è desiderata da Narraboth (il “giovane siriano” in Wilde affidato al valido Michael Heim), cui viene impedito di guardarla dal suo paggio. Nel primo quadro si è rivelato davvero splendido l’incontro di vocalità dei personaggi (Salomè soprano, Narraboth tenore, Jochannaan baritono, contralto il paggio, i due soldati bassi), tutti con la loro distinta individualità, ma perfettamente armonizzati dalla sapiente direzione d’orchestra di Neuhold.

Poi, dopo il serrato confronto tra Salomè ed Erode (un Arnold Bezuyen in stato di grazia), è stata la volta della famosa danza dei sette veli, il momento centrale del dramma, che Strauss volle fosse una danza  effettivamente ballata, sia per creare una corrispondenza visiva del lungo intermezzo orchestrale, sia anche per dare corpo alla presenza di Salomè, fino a quel momento immobile e sostanzialmente silente. Forse l’impressione non è stata di grande leggerezza, ma l’insieme ha convinto comunque grazie a una musica sognante e deliziosa.

Infine la ripetizione ossessiva di  quattro parole: «Den Kopf des Jochanaan» (La testa di Jochanaan). E nell’ultimo straziante “dialogo”, quello tra Salomè e la testa di Giovanni, davvero si sono susseguiti momenti di grande emozione in un monologo lungo, uno dei più lunghi della storia dell’opera lirica, un arioso meravigliosamente interpretato dalla cantante con un preciso e convincente  susseguirsi e intersecarsi di motivi e tonalità, valorizzati dall’esecuzione orchestrale sempre puntuale,  fino all’uccisione di Salomè in un’esplosione di fiati e di percussioni.

Guardare è pericoloso: precipita nell’abisso del desiderio. In un passo infatti Salomè dice «Quando ti guardo, sento una musica misteriosa». E questa trepidante innamorata che, femminista ante litteram, non vuole essere baciata e accarezzata, ma solo baciare e accarezzare, ha convinto tutti gli spettatori che alla fine hanno tributato a orchestra, direttore e cantanti lunghi applausi a scena aperta.

Silvana La Porta