Norma è donna totale: sacerdotessa, madre, amante, amica è uno dei personaggi più complessi, più amati e più ricchi di sfumature del melodramma preromantico.

Non a caso, nell’ambito della prima bella edizione del Bellini fest che si concluderà il 6 ottobre,  proprio quest’opera di Vincenzo Bellini (su libretto di Felice Romani, tratto dalla tragedia Norma, ou L’Infanticide di Louis-Alexandre Soumet e composta in meno di tre mesi) è andata in scena il 23 settembre, anniversario della morte del Cigno, nel tempio della lirica catanese per la regia di David Livermore, meritando una prestigiosa diretta su Rai 5 (non sempre perfetta per resa audio purtroppo)  con la splendida voce di Marina Rebeka, soprano di bella ed efficace presenza scenica,  nel ruolo della protagonista.

Regia di David Livermore. Il che significa affidare una delle più belle, ma anche complesse opere melodrammatiche a un artista a 360 gradi, torinese di nascita, dal 2015  Sovrintendente e Direttore artistico del Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia.

Un artista eclettico, uomo di teatro globale: musicista, scenografo, costumista, lighting designer, ballerino, sceneggiatore, attore e insegnante, nonché cantante. Un uomo vulcanico, basti pensare alla politica culturale basata sul volontariato sociale che ha cambiato il volto del teatro Baretti in San Salvario,  contribuendo a far crescere Torino.

 Ecco perché questa Norma ha convinto, emozionato e portato una benvenuta ventata di innovazione nella messa in scena che il magico Teatro Bellini attendeva da tempo.

Così Livermore, per questa Norma che giocava in casa, si è inventato una trovata scenica, prolungata (quanto opportunamente?, si sono chiesti in tanti) per tutta la rappresentazione, mettendo in scena Giuditta Pasta attrice (e patriota fervente) che fu l’eroina belliniana la sera della prima, il 26 dicembre 1831, impersonata efficacemente da Clara Galante, che (rivista più da vicino in tv) ha sfoderato una mimica facciale suadente e davvero intonata alle vicende, accompagnata da una serie di comparse in vesti ottocentesche che hanno preso posto nei palchi, atteggiandosi a spettatori, parte del valido coro istruito da Luigi Petrozziello.

Sotto la sua egida si è dipanata la vicenda della sacerdotessa tradita e umiliata, sottolineata dall’uso sapiente dei ledwall non solo come muro di luce viva e immagini profonde, ma soprattutto efficace supporto alla rappresentazione, che si è arricchita di colori e sensazioni, ora passionali con i rossi accesi, ora tempestose e malinconici con grigi scuri inquietanti.

Ma infine la grande parte l’ha fatta sempre la musica. Fabrizio Maria Carminati ha diretto l’orchestra disposta in platea con la sua abituale maestria, il suo rigore millimetrico, la sua attenzione alle esigenze del belcanto, imprimendo all’orchestra la fluidità e la tenuta necessarie.

Marina Rebeka si è cimentata con successo in un ruolo che rappresenta da sempre il sogno proibito di ogni soprano, cosciente com’era di confrontarsi con voci inarrivabili come Maria Callas (la cui interpretazione di Casta Diva  tutti noi custodiamo nella nostra memoria, istituendo un immediato e inevitabile paragone), Monserrat Caballè, Joan Sutherland. Eppure la Rebeka è stata una bella e piacevole sorpresa (non a caso sottolineata da scroscianti applausi e richiesta inascoltata di bis): accettando coraggiosamente  la sfida, ha cantato la celeberrima aria alla Luna addirittura in sol maggiore, evitando le “facilitazioni” che Bellini riservò a Giuditta Pasta.  Dotata di un timbro autenticamente drammatico, è passata agevolmente dall’incisività dei momenti tragici alla fluente sonorità dei momenti belcantistici, offrendo un’ottima prova come cantante e come attrice.

Dal canto suo Annalisa Stroppa è stata una dolcissima Adalgisa, ricca dei chiaroscuri che il personaggio richiede e particolarmente attenta alle sfumature espressive, sottolineando la complicità tra donne, che è una delle cifre più interessanti della trama.

 

Stefan Pop, che avevamo avuto modo di apprezzare nei concerti estivi, ha dato a Pollione la giusta dignità sonora ed espressiva, con la sua vocalità imponente, fraseggiando agilmente e giugendo a vette sonore apprezzabili. Bravi anche Dario Russo, un Oroveso di incisiva presenza scenica e bella voce, insieme a Tonia Langella (Clotilde) e Saverio Pugliese (Flavio).

Un plauso va dunque al maestro Giovanni Cultrera, promotore di un’edizione del capolavoro belliniano che non dimenticheremo. Tanto per dirla con Nino Martoglio e la sua dedica al celebre compositore catanese, quando si trovò davanti il famoso piatto di pasta al pomodoro con melanzane fritte e ricotta salata, “Chista è ‘na vera Norma!”…

Silvana La Porta

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