Renzi appare inconcludente su temi come fisco, giustizia, lavoro, istituzioni: ha abbandonato il Nazareno, è in balìa della minoranza interna, non ha chiuso riforme davvero incisive, non riduce il debito né fa ripartire l’economia.

CAOS RIFORME, LE TRE VIE D’USCITA DI RENZI

di Antonio Fanna – domenica 16 agosto 2015

Ormai è chiaro: se va avanti così, Matteo Renzi la riforma del Senato non la porta a casa. Le opposizioni rafforzate dai dissidenti del Pd hanno la maggioranza a Palazzo Madama. E il contesto non aiuta affatto il presidente del Consiglio: i dati economici sono un disastro, la crescita non si vede a meno di enfatizzare l’ennesimo «zero virgola», i sondaggi confermano la crescente sfiducia verso il rottamatore. Non a caso il premier cita a Ferragosto soltanto i numeri relativi al piano di assunzioni dei precari della scuola.

Aveva promesso 100mila collocazioni in ruolo. Ne ha già effettuate 29mila: si tratta del normale turnover annuale dovuto a trasferimenti e pensionamenti, ma con un colpo di bacchetta magica rientrano in questo programma straordinario. Restano 71mila posti da assegnare per far quadrare i conti: ed ecco che magicamente compaiono esattamente 71mila iscritti al piano di assunzioni. Ergo, il premier è un drago che risolverà ogni problema dell’Italia presente e futura.

Naturalmente non è così. Renzi deve trovare una via d’uscita al vicolo cieco in cui s’è ficcato. Le chiacchiere di Ferragosto ne propongono tre.

Roberto Giachetti, renziano duro e puro, punta a colpire la minoranza interna attraverso la riedizione del patto del Nazareno e quindi lancia messaggi a Berlusconi: Forza Italia otterrebbe l’agognata modifica all’Italicum (premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista) in cambio dell’estensione al Senato dello stesso Italicum. In questo modo, definendo cioè un sistema elettorale per Palazzo Madama, potrebbe prendere corpo la minaccia di voto anticipato se la sinistra interna al Pd decidesse di fare saltare il banco.

La seconda possibilità è adombrata da Roberto Calderoli, alchimista padano delle riforme istituzionali, il quale non vede «muri invalicabili, se non quelli eretti dalla testardaggine di alcuni: se si usa buon senso, si può portare a casa questa riforma con il 75 per cento dei consensi parlamentari», una percentuale che eviterebbe il referendum popolare confermativo. La testardaggine in realtà non apparterrebbe ad «alcuni» ma a una in particolare: la ministra Boschi. E sarebbe lo stesso Renzi ad accreditare tale ipotesi favorevole all’elezione diretta dei senatori: «Mi ha detto che se ci fosse ampio consenso su questo punto per lui andrebbe bene, a patto che non passi come concessione alla sinistra Pd. Certo, poi bisogna superare anche la rigidità della Boschi. Anche questo me l’ha detto Renzi: il ministro sarebbe più rigido rispetto a lui».

Dunque, da un lato ci sarebbe un renziano duro e puro come Giachetti che punta il dito verso la minoranza interna al Pd; dall’altro ci sarebbe nientemeno che lo stesso Renzi il quale punterebbe il dito (qui i condizionali si sprecano, visto che è il suo presunto pensiero riferito da Calderoli) contro uno dei suoi bracci destri, Maria Elena Boschi, che i retroscena di palazzo con crescente insistenza descrivono non più in totale sintonia con il premier.

Il terzo scenario ha come protagonista Berlusconi, che chiederebbe modifiche all’Italicum mentre — in realtà — punterebbe a una radicale riforma della giustizia. Ma in questi giorni il Cavaliere non ha parlato né di legge elettorale né di intercettazioni o separazione delle carriere e men che meno di Rai, ma di economia, crescita, ripresa produttiva. Un anno fa Berlusconi temeva che Renzi stesse per fagocitare il centrodestra con il suo attivismo riformista e l’enfasi sul Nazareno.

Oggi invece il premier appare inconcludente su temi come fisco, giustizia, lavoro, istituzioni: ha abbandonato il Nazareno, è in balìa della minoranza interna, non ha chiuso riforme davvero incisive, non riduce il debito né fa ripartire l’economia. Meglio aspettare che sia lui a fare la prima mossa. Per Calderoli è una tattica inefficace: «Ho sempre una certa difficoltà a capire cosa vogliano realmente» quelli di Forza Italia. Intanto Berlusconi tiene stretto il suo pacchetto di voti in attesa di capire come si muoverà il capo del governo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2015/8/16/DIETRO-LE-QUINTE-Caos-riforme-le-tre-vie-d-uscita-di-Renzi/632080/

+++++++

RENZI, LO STALLO E TRE VIE D’USCITA

Per quanto il governo dica di avere i numeri, la realtà è che oggi i numeri a Palazzo Madama non li ha. Dunque il premier ha un problema, e deve risolverlo

di Antonio Polito – 13 agosto 2015

Chi nasce tondo non può morire quadrato, dice il proverbio. Nessuna meraviglia quindi se il Senato, privo fin dall’inizio di una maggioranza politica, sembra tornato a essere la Fossa delle Marianne della legislatura. Per quanto il governo dica di avere i numeri, la realtà è che oggi i numeri a Palazzo Madama non li ha. Non li ha per la riforma costituzionale che abolirebbe il Senato elettivo (prima o poi devono essere 161, ed è risaputo che i capponi non votano per il Natale); ma potrebbero mancargli anche ogni volta che la minoranza pd decide di scavarsi una trincea identitaria. Dunque il premier ha un problema, e deve risolverlo. Finora ha praticato il divide et impera, ha assecondato la frantumazione delle forze parlamentari, ha osservato benevolmente il via vai di fuoriusciti e scissionisti, convinto che più nani ci sono in giro più lui giganteggia. La nuova legge elettorale, l’Italicum, codifica anche per il futuro questa aritmetica, togliendo valore alle coalizioni. Ma ora Renzi, al giro di boa della legislatura, deve provare a riattaccare qualche coccio, a coalizzare un arco di forze che vada oltre la sua maggioranza; perché questa, da sola, è oggi minoranza al Senato.

Le vie che Renzi può seguire sono tre. La prima è la più pragmatica. Consiste nello strappare un numero consistente di senatori pd al fronte del dissenso. Ma devono essere molti. Se Renzi non riesce almeno a dimezzare il gruppo Gotor-Chiti, gli «aiutini» esterni su cui conta potrebbero non essere sufficienti. La scissione di Verdini, che è sembrata più concessa che subita da Berlusconi, può essere un veicolo per nuovi soccorsi sottobanco, ma entro certi limiti. Pareggiare così 24/26 voti contrari nel Pd non è possibile. Staccarne 10/12 non è affatto facile. In più l’operazione si baserebbe troppo sui trasformisti, base fragile per governare.

La seconda via è quella di uno scambio politico alla luce del sole. La minoranza pd voterebbe anche domattina il Senato non elettivo se fosse garantita da una legge elettorale con il premio alla coalizione invece che alla lista. Sarebbe la sua assicurazione sulla vita, in caso di scissione. Forza Italia ne ha a sua volta bisogno per allearsi con Salvini. E ai centristi, se vogliono davvero andare alle elezioni col Pd, servirà comunque una lista, non potendo confluirvi. Molti renziani la considererebbero una resa senza condizioni; ma se Renzi accettasse pubblicamente di ritoccare l’Italicum la partita politica cambierebbe in un istante. Non è escluso che nel prossimo dibattito in Senato sulla riforma costituzionale spunti qualche ordine del giorno che chieda al governo di farlo.

La terza via, la più impervia ma anche la più ambiziosa, sarebbe tornare al punto da cui è partita la legislatura, e cioè a un patto tra il Pd e Berlusconi. Non potrebbe essere una riedizione del Nazareno, accordo troppo oscuro e ambiguo, e comunque fallito con l’elezione di Mattarella, uomo che non l’avrebbe garantito. Oggi molti ne parlano, sia nel Pd che in Forza Italia, come di un accordo di coalizione che dia stabilità al governo; anche se nessuno sa che cosa esattamente sia, e ognuno aggiunge sempre nuovi ingredienti alla trattativa, come la giustizia. È perfino riapparso Gianni Letta, con un mezzo mandato a trattare, di cui ha fatto ampio uso nella vicenda Rai.

Si tratterebbe in ogni caso di un vero e proprio riallineamento del sistema politico, perché staccherebbe Berlusconi dalla destra di Salvini e porterebbe il Pd a una scissione con la sinistra. Forse una rotta troppo ambiziosa per chi naviga a vista. Ma Renzi è incline alla mossa del cavallo, e qualcosa dovrà pure tentarla. Non è un caso se si è tenuto finora nel manico la carta del rimpasto di governo, atteso da mesi. Non si sa mai.

13 agosto 2015 (modifica il 13 agosto 2015 | 07:44)

http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_13/renzi-stallo-tre-vie-d-uscita-5c966a7e-4179-11e5-b414-c15278464aa4.shtml