Qualche tempo fa Massimo Cacciari ha tenuto una lectio davvero magistrale a Catania sull’Umanesimo italiano. E il leitmotiv del suo dotto intervento è stata una constatazione ricca di profondi significati: l’uomo è linguaggio. Cioè ciò che fa l’uomo uomo è proprio la sua capacità di elaborare in forma evoluta il pensiero e creare una memoria storica…(di Silvana La Porta, dalla Terza pagina de La Sicilia del 25 novembre 2010)

Se dunque si consumano le parole, se la lingua abusata non esprime più le cose, se tra res e verba si crea un abisso, siamo  alla fine di una civiltà o, forse, più ottimisticamente, sull’orlo di un precipizio. Da questa idea nasce l’ultima fatica di Gianrico Carofiglio, magistrato, già conosciuto e apprezzato scrittore di legal thriller, con un saggio dall’intrigante titolo “La manomissione delle parole” (Rizzoli, pp. 184 , € 13) dove manomissione allude all’antica pratica romana dell’affrancamento degli schiavi.

Perché le parole oggi sono prigioniere di convenzioni verbali e di non significati e appaiono “vecchie prostitute che tutti usano, spesso male”, per dirla col poeta greco Ghiannis Ritsos? Da dove deriva questo uso fraudolento, in malafede, senza verginità e candore, del linguaggio? Come mai prolifera il cosiddetto “parlar scorretto”, in forme ora nascoste ora drammaticamente visibili?

Carofiglio risponde che il problema è fondamentalmente etico politico: in Italia la lingua del potere è una lingua pericolosa, raggelata, e, per dirla con Toni Morrison, “unreceptive to interrogation”, assolutamente impermeabile all’interrogazione. Non usa mai i punti interrogativi, non lascia la possibilità del dubbio. Si snoda volgare in tutti i suoi stilemi: “la Lega ce l’ha duro”, “il presidente eletto dal popolo”, “i magistrati comunisti”, “lasciatelo lavorare”.

Lo scrittore passa in rassegna non a caso alcune fondamentali concetti della politica di ogni tempo: libertà, democrazia, popolo, con citazioni varie tratte dal mondo antico, dai moderni saggisti e da famose canzoni, da Tucidide a Victor Klemperer, da Cicerone a Primo Levi, da Dante a Kavafis, da Italo Calvino a Piero Calamandrei alle pagine esemplari della Costituzione italiana. E se in questa analisi la riflessione si fa a tratti generica, in altre pagine del saggio il discorso appare più accattivante. Come nelle riflessioni sull’amore, parola abusata da Silvio Berlusconi, che spesso ha parlato di “partito dell’amore”, senza badare alla strana analogia con il partito fondato nel 1991 dalla pornostar Ilona Staller. Insomma il nostro capo del governo tende a fare della politica, la più razionale delle attività umane, una ridda di moti irrazionali, fondati sugli istinti. E, a ben riflettere, il potere fondato su basi emotive è l’opposto della democrazia. Esilaranti appaiono, dunque, in questa prospettiva, alcune famose affermazioni berlusconiane, citate una per una da Carofiglio: “Se la sinistra andasse al governo, l’esito sarebbe questo: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo.”

In questa ossessione per la “politica del fare”, insomma, c’è un rischio profondo, con acutezza sottolineato dall’autore: il disprezzo retorico per le parole, per il pensiero. Ne viene fuori il ritratto di una nazione senza più vergogna, con uno scarsissimo senso della giustizia, incapace di ribellione, aliena dalla bellezza, indifferente a tutto.

Vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta. Sono proprio queste le parole che dobbiamo liberare, conclude Carofiglio. E alla fine le immaginiamo come un antico servo romano: che roteano leggere su loro stesse, in un impeto di ribellione, per attingere la loro antica genuinità e tornare vive e vere. Evviva la manomissione.

Silvana La Porta, dalla Terza pagina de La Sicilia del 25 novembre 2010)