Un commovente atto d’amore nei confronti della sua città. E’ questa la più azzeccata definizione per lo spettacolo teatrale di Roberta Amato I Moschettieri, sotto l’accorta e sempre coraggiosa regia di Nicola Alberto Orofino, che ha debuttato al Palazzo della Cultura -Corte Mariella Lo Giudice, all’interno della rassegna estiva Catania Summer Fest 2021, il 26 agosto, con repliche il 28 e 29 agosto nella suggestiva cornice della terrazza al mare del Lido dei Ciclopi.

L’associazione culturale Madè, con questa nuovissima produzione, coglie veramente nel segno, raccontando una storia struggente, la mala vita  di tre “ bravi ragazzi dei quartieri”, con i loro significativi nomi, Moncada, Bummacaro e Nitta, i tre vialoni anonimi del tormentato quartiere di Librino. E sopra tutti Lei, la regina dei Quatteri, pesantemente truccata e cinicamente spietata, a simboleggiare una città bella , ma tendente pericolosamente all’autodistruzione: è lei che regge le fila della malavita, che manovra senza pietà i suoi burattini.

Così Egle Doria, una perfetta mamma Catania, insieme a Gianmarco Arcadipane, Luigi Nicotra e Vincenzo Ricca, i tre moschettieri della malavita bravissimi, intensi e perfettamente calati nel ruolo, hanno dato vita a una performance in cui il tragico si è sposato adeguatamente col comico, garantendo al folto (ma ben distanziato) pubblico uno spettacolo godibile nella sua amara drammaticità.

La giovane e talentuosa Roberta Amato ci consegna, dunque, uno spaccato terribilmente veritiero della nostra città, rappresentandola veristicamente come l’ha raccolta per le vie dei quartieri etnei: i tre moschettieri usano il turpiloquio come consuetudine e in quel bel turpiloquio mettono tutta la loro anima dannata. Bellissima ed efficace la scena del risveglio (merito dell’arte di Vincenzo La Mendola che ha curato anche i costumi), il loro allungarsi come gatti assonnati, pronti a una nuova giornata di scippi, rapine, estorsioni, il loro sacro vangelo, da cui mai nessuno li distoglierà.

Ma tra le pieghe di questo sofferto spettacolo, dove dal loro bunker dorato questi giovani fiori del male dialogano col mondo esterno attraverso una finestrella, l’autrice prospetta una possibilità di riscatto. Ed è qui il messaggio più autentico. A un certo punto, nel bel mezzo di tante battute attraversate da espressioni volutamente volgari, risuona un verso in latino: ”Timeo Danaos et dona ferentes”.

E’ l’Eneide, libro secondo, il poema più imitato nei secoli. Il moschettiere, vittima del mondo disonesto in cui è cresciuto e da cui è stato nutrito, legge, studia. Vuole cambiare vita. E la cultura rappresenta un modo per riscattarsi, per abbandonare valori materiali quali il denaro, il divertimento sfrenato, l’ossessivo fanatismo per la loro squadra di calcio.

Malgrado ciò, a Catania in certi ambienti diventare disonesti è inevitabile. Il destino di tanti ragazzi sembra segnato. Non  a caso la pièce si conclude con un pezzo di bravura di Egle Doria, che con una frase emblematica definisce Catania: “una città con un piede nella fossa e un piede nel sogno”. Ambigua, dunque, sfuggente, eclatante, esagerata fino all’ossessione. E con lei il catanese, magistralmente definito “funambolo tra il disastro e il miracolo”.

Una città in bilico. Questo ha voluto portare in scena l’associazione Madè, creando un piccolo gioiello che speriamo abbia diffusione anche nelle scuole. Perché la Catania del 2021 ha bisogno ancora di cure, rivalsa, speranza, sogni.