altCicerone reputava l’impegno politico l’espressione più significativa della virtù umana. Fondandosi sulla tradizione filosofica greca e ispirandosi ai valori tradizionali, concepì il progetto di uno Stato duraturo nel quale gli uomini migliori e il senato fossero i custodi della concordia tra tutti i cittadini…(da Treccani)
 

Valente oratore e filosofo della politica
Fu, com’è noto, uno dei massimi uomini politici dell’età repubblicana. Ciò è testimoniato dalle cariche che ricoprì (nel 63 a.C. ottenne addirittura il consolato), dai rapporti di potere che intrattenne, dal ruolo che svolse nella fase critica del confronto con Cesare. Ma è interessante notare come egli abbia guadagnato il successo soprattutto grazie a due fattori: a) la qualità eccelsa della sua tecnica oratoria, che gli consentì di misurarsi efficacemente con gli avversari in tribunale oppure di proporsi come autorevole portavoce di interessi politici in senato; b) la riflessione teorica che riuscì a sviluppare sulla politica medesima, sulla concezione dello Stato e sul ruolo che in esso doveva svolgere il civis romanus.
In quest’ultima direzione si mosse sollecitato non da una vaga ispirazione, ma avendo ben chiari alcuni capisaldi e profittando di un approccio eminentemente filosofico.
 
Valori del passato
Quali capisaldi? Anzitutto Cicerone, che per nascita proveniva dalla classe sociale degli equites (l’ordine equestre) e che dunque non apparteneva alle grandi nobili famiglie romane, capì di doversi confrontare da un lato con la classe senatoriale (per la quale egli era un homo novus, cioè un estraneo), dall’altro con la plebe. La scelta fu istintiva: spinto da un forte bisogno di promozione sociale, volle non solo farsi accettare dalla classe senatoriale, ma soprattutto proporre una vera e propria concordia ordinum, cioè un accordo politico tra gli equites e i senatores. Agli uni e agli altri egli additò i valori del passato e della tradizione che si fondava sul culto dei maiores (cioè degli antenati illustri); fece brillare concetti quale honos, virtus, dignitas, constantia, gravitas, auctoritas maiorum, res publica, gloria. Nella pratica però ciò comportò l’inevitabile adesione a un “ideale conservatore” in virtù del quale la fazione dei nobili patrizi e dei ricchi cittadini romani dei municipi e delle campagne (gli optimates) – che ai senatores si appoggiavano – vedeva garantiti i propri privilegi. D’altro canto collocò Cicerone dalla parte opposta a quanti invece al populus si rifacevano: a cominciare da Catilina per finire con Cesare.
Dunque il richiamo ai valori, il richiamo al passato glorioso nel quale riconoscersi come Stato, come res publica, come ‘bene di tutti’. Questi i capisaldi.
 
La tradizione filosofica greca
Per darvi sostanza Cicerone poteva contare sull’apporto della filosofia greca che appassionatamente aveva studiato in gioventù e della quale fu poi il grande interprete negli ultimi anni di vita. E infatti, nel dialogo dedicato alla ‘concezione dello Stato’, il De re publica, egli volle teorizzare una filosofia di vita che gli permettesse di giocare un ruolo attivo nella politica; vi riuscì interpretando in modo originale la linea di pensiero che discendeva da Platone e da Aristotele, opponendosi agli Epicurei che negavano la necessità dell’impegno politico e contestando agli Stoici l’ambiguità di un esercizio solo teorico della virtù. Ecco dunque profilarsi l’ideale del bios sinthetos, di una concezione in grado di ‘conciliare’ la ‘vita attiva’ e la ‘vita contemplativa’. Cicerone riteneva di ritrovarne l’esempio in uno dei padri della patria, in Scipione l’Emiliano, ed era convinto che tale esempio potesse essere valido e quindi proposto come obiettivo al saggio vir romanus.
Come alla Politeia (= la cosiddetta ‘Repubblica’) di Platone fecero seguito i Nomoi (le ‘Leggi’), così anche Cicerone fece seguire al suo De re publica (iniziato nel 54 a.C.) il De legibus (del 52). D’accordo con i suoi ispiratori greci, secondo Cicerone l’impegno politico è qualcosa di naturale per l’uomo che, in quanto essere vivente, è capace di usare il pensiero e il linguaggio e che, per questo, può assurgere a una posizione di predominio rispetto agli altri. Non si può quindi ritenere quest’uomo semplicemente inserito in una struttura di sviluppo naturale di carattere provvidenzialistico: a lui spetta davvero la responsabilità di un intervento diretto, di un progetto da realizzare.
 
Lo Stato duraturo
Di qui ecco la concezione di uno Stato che, basato su valori eterni, deve garantire lo sviluppo all’umanità e che, per questo, dev’essere stabile: “Lo Stato deve essere organizzato in maniera tale da essere eterno … quando uno Stato va incontro alla crisi, allo sfacelo e alla soppressione, è un po’ come se tutto questo intero mondo sprofondasse nella rovina e nella morte” ( rep. 3.34).
La domanda chiave viene però ora. Qual è la via più efficace per promuovere un esito duraturo dello Stato?
Cicerone sa benissimo che, al suo tempo, la repubblica è tale solo a parole e che nella realtà è quasi perduta; sa però anche individuare con estrema lucidità il nocciolo teorico da cui è derivata e da cui potrebbe ripartire con sicura certezza di durata. Si tratta della ‘comunanza di interessi’ (utilitatis communio) e dell’‘accordo nell’osservare la giustizia’ (iuris consensus). Come dire: nella prospettiva di un vantaggio personale l’uomo deve impegnarsi per il vantaggio dello Stato; quindi ‘associandosi’ (e a ciò egli per istinto è orientato) e ‘ricercando il consenso’ sulle necessarie giuste norme da adottare (rep. 1.39). Cos’è infatti il populus se non un’aggregazione civile (societas coetus) fondata sul ‘consenso’ (consensus) e sul ‘vincolo del diritto’ (vinculum iuris)?
 
Quale costituzione?
Certo se poi si osserva che Cicerone identificò senz’altro la res publica con la res populi, si potrebbe immaginare che da qui egli potesse sviluppare anche una concezione ‘democratica’ dello Stato in senso moderno; ma così non fu. Per lui la struttura dello Stato deve sì riferirsi a una costituzione, ma si tratta di una costituzione mista, nella quale gli elementi monarchici, aristocratici e popolari devono trovare un equilibrio, come avevano insegnato i Greci e rammentato Polibio. Un equilibrio peraltro in cui la concordia finisce comunque per qualificare l’armonia tra le diverse fazioni all’insegna del consensus bonorum omnium, cioè dell’adesione di tutti alle aspettative dei ‘cittadini migliori’.