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Concorso dirigenti Sicilia: TAR dà ragione ai dirigenti Dirigenti in Sicilia: una svolta da un’ordinanza cautelare del Tar Palermo ASASI – 11 febbraio 2010…

E’ costituita da un’ordinanza cautelare del TAR Palermo, emessa il 18 gennaio 2010 su ricorso di alcuni già vincitori di concorso, già nominati dirigenti scolastici, già esercitanti, da uno a tre anni, la relativa funzione. (…)

La citata ordinanza del TAR palermitano, con le inerenti argomentazioni che a breve proveremo a sintetizzare, sembra confermare, nella sostanza, il radicale fraintendimento in cui a suo tempo è incorso il Consiglio di giustizia amministrativa della regione Sicilia. A meno che, a nostra volta, non l’abbiamo fraintesa!

Codesto «radicale fraintendimento era già deducibile in nuce nelle due decisioni (nn. 477 e 478/09) con cui, in appello, veniva riconosciuto il diritto di due candidate bocciate alle prove scritte di vedersele rivalutate da una «diversa sottocommissione, in regolare composizione», accertato che la commissione, rectius: le sottocommissioni, che avevano proceduto alla loro valutazione negativa non risultavano legittimamente composte perché l’unico presidente originario si spostava (si spostava?) ora nell’una ora nell’altra, di conseguenza difettando quella collegialità piena dell’organo giudicante, che per contro avrebbe consentito – com’è scritto in sentenza – «a ogni commissario di essere in grado in ogni momento di fornire il proprio avviso e di percepire e valutare quello degli altri».

Orbene, l’amministrazione, pur avendo traccheggiato per cinque mesi in attesa di improbabili lumi ministeriali, nell’eseguire infine la sentenza non si è resa consapevole del fatto che la «diversa sottocommissione» non poteva essere quella delle due che non aveva effettuato la prima valutazione delle prove, integrata dallo stesso, unico, presidente che già (presumibilmente) aveva concorso all’originaria bocciatura delle ricorrenti (in primo grado) e poi appellanti vittoriose! Per di più senza l’apprestamento di un minimo meccanismo per rendere anonime le due prove, effettivamente sottoposte a revisione e di nuovo bocciate!

Sicché, nel successivo giudizio di ottemperanza, presso lo stesso giudice, promosso dalle due ostinate aspiranti dirigenti, queste reiteravano le richieste, in un primo tempo giustamente disattese, di annullamento dell’intera procedura concorsuale, con effetti travolgenti per tutti i concorrenti, ancorché mai evocati in giudizio, restati estranei alla vicenda in quanto, tecnicamente, non qualificabili come controinteressati. E, inopinatamente, il supremo giudice amministrativo le accoglieva, significando all’amministrazione che l’esecuzione del decisum implicava la innovazione – per tutti coloro che avevano sostenuto le prove scritte con esito negativo, ma anche positivo e susseguenti fasi concorsuali culminate con l’immissione nei ruoli della dirigenza scolastica – dell’intero concorso, con azzeramento di tutte le posizioni acquisite.

Dunque un effetto erga omnes, senza che nessuna utilità rivenisse alle ricorrenti – appellanti – ricorrenti, in termini di conseguimento del c.d. bene della vita. Nel mentre le loro ragioni potevano, e dovevano, ben essere soddisfatte puntualizzando all’amministrazione – certamente pasticciona e approssimativa – che doveva nominare una nuova commissione esterna ed estranea ai fatti di causa e al contesto locale, unitamente all’adozione di misure idonee a garantire l’anonimato, ad esempio con l’inserimento degli elaborati da riesaminare fra un numero congruo di elaborati (minimo dieci) estratti fra quelli all’epoca redatti nell’ambito del medesimo concorso, attribuendo anche a questi ultimi, ma solo ai fini di assicurare l’anonimato, un proprio giudizio o punteggio con applicazione delle norme e dei criteri all’epoca vigenti:

è un passo di una delle due sentenze del Consiglio di stato (le uniche: nn. 5625/06 e 2775/07), richiamate nel giudizio di ottemperanza a sostegno del principio «pacifico»(?!) che l’illegittima composizione della commissione di concorso ha un effetto invalidante del complesso delle operazioni poste in essere dalla medesima e dispiega un’efficacia «necessariamente erga omnes» con relativa «caducazione di tutte le operazioni di valutazione effettuate da detto organo».

Sennonché questa giurisprudenza – che sarebbe comunque largamente minoritaria – dei giudici di Palazzo Spada dice tutt’altro, se non l’opposto! Dice sostanzialmente – astraendosi dalla specifica

contingenza – che l’illegittima composizione di una commissione di concorso consente che, unitamente all’appellante vittoriosa, possano vedersi rivalutate le prove anche i ricorrenti che, per la medesima procedura concorsuale, sono stati stoppati in primo grado con motivazioni di carattere essenzialmente procedurale.

Dunque, più che effetti erga omnes, trattasi di effetti ultra partes: di chi, pur sempre, è stato parte in un contenzioso e comunque «fatto salvo il limite delle posizioni acquisite».

E’, questo, un passaggio, non meno cruciale, ma bellamente ignorato dalla corte di giustizia amministrativa siciliana, che evidentemente ha confuso gli atti normativi con i bandi concorsuali, che sono atti amministrativi. E’ pacifico che i primi (correttamente: regolamenti) dispieghino effetti erga omnes in quanto fonti dell’ordinamento siccome dotati dei caratteri dell’innovatività (nel senso dell’idoneità a modificare l’ordinamento giuridico) e dell’astrattezza (attitudine alla ripetizione indefinita). Mentre un bando concorsuale, atto amministrativo, esaurisce i suoi effetti limitatamente alla singola procedura, cioè regola un singolo episodio (ovvero afferente alle parti di quel «singolo episodio») e, quindi, non ha respiro normativo, per l’appunto difettando dei requisiti dell’innovatività e dell’astrattezza.

Cosa dice, allora, la plurimenzionata ordinanza, emessa in esito all’impugnazione del provvedimento con cui l’USR Sicilia ha avviato l’iter per la rinnovazione del concorso a dirigente scolastico?

Premette che il ricorso si appalesa ammissibile perché le decisioni del CGA nn. 477 e 478/09 facevano «salvi ulteriori provvedimenti dell’amministrazione», sì che essa aveva un qualche margine di discrezionalità nell’esecuzione del giudicato in sede di riedizione del potere amministrativo; ragion per cui «i nuovi provvedimenti rimangono soggetti all’ordinario regime di impugnazione anche quando si discostino dai criteri indicati nella sentenza».

Ritiene la sussistenza, oltre che del pregiudizio grave e irreparabile, del fumus boni iuris, attese le perplessità suscitate nei conseguenti giudizi di ottemperanza emessi dallo stesso CGA, che per un verso sembrano imporre la nuova valutazione degli elaborati di tutti i candidati, dall’altro non specificano se la rinnovazione dell’intera procedura significhi ricorrezione degli elaborati da parte di una nuova commissione ovvero ripetizione ex novo delle due prove scritte del concorso.

Conclude pertanto, dopo quest’«abile» arrampicatura sugli specchi, che le poc’anzi asserite contraddizioni devono essere risolte alla stregua del «generale principio della conservazione degli atti giuridici», per cui «la concreta portata dell’annullamento va circoscritta, rigorosamente, soltanto agli atti effettivamente toccati dalle accertate illegittimità».

Pertanto la rinnovazione del procedimento «deve limitarsi solo alle fasi viziate e a quelle successive, conservando l’efficacia dei precedenti atti legittimi del procedimento». In altri termini, «non è necessaria la completa rinnovazione di tutto l’iter procedimentale …che non può ritenersi travolto siccome inficiato da una sorta di invalidità a ritroso».

Potrà quindi costituirsi una nuova commissione, completamente estranea ai fatti di causa per rivalutare gli elaborati (i soli elaborati) contestati, con gli accorgimenti (suggeriti dalle richiamate e menzionate sentenze del CdS – supra) necessari a garantire l’anonimato. Sempreché – lo dicevamo – l’ordinanza de qua non voglia significare la rivalutazione (non il rifacimento) di tutte le prove scritte già effettuate da tutti i candidati, compresi quelli promossi e poi nominati dirigenti scolastici!

Francesco G. Nuzzaci,