altRendere non più obbligatorio l’insegnamento della letteratura nella scuola secondaria. Questa la proposta provocatoria del poeta e critico Davide Rondoni. Una proposta che sta facendo discutere…(da Treccani)


Uscito all’inizio di settembre, l’ultimo libro di Davide Rondoni, Contro la letteratura (Milano, il Saggiatore, pp. 136, euro 13,00), non ha mancato di suscitare accese polemiche. Del resto si tratta di un pamphlet volutamente provocatorio. Il sottotitolo – “Poeti e scrittori: una strage quotidiana a scuola” – strilla la tesi del poeta forlivese: gli insegnanti non sono in grado di trasmettere il gusto e il piacere dei testi letterari. Se la scuola forma generazioni di non-lettori, di chi sarà la colpa? Degli insegnanti, ovviamente. Anche se, ufficialmente, non si può dire.

Ecco allora la sua proposta: non rendiamo più obbligatorio, sui banchi, l’insegnamento della letteratura.

“Lo vorrei così” – scrive, – “l’insegnamento della letteratura nella scuola superiore. Per far saltare, con la leggerezza di un gesto di danza o di un colpo d’ali di farfalla, il sistema che sta uccidendo la letteratura tra i nostri ragazzi. E non ditemi che non è vero. Lo dico, lo ripeterò: non ce l’ho con la scuola, né coi professori in generale. Troppo facile. Ma è che amo certi capolavori, che sono poi capolavori ‘nostri’. Ce l’ho con chi li tratta male. Con la mite prof dagli occhi da killer. E siccome mi fido del fatto (perché l’ho veduto) che la bellezza dei capolavori interessi e parli anche ai nostri figli e al loro spirito fantastico, voglio puntare sulla loro libertà. E sulla libertà degli insegnanti. Chiamatela pure: folle, allegra stima nei confronti di ragazzi e insegnanti. Perché la letteratura ha a che fare con la libertà. Leggere non può che essere un atto libero. Una specie d’amore. E dunque a una certa età, da quando ci si avvia a uscire dall’obbligo scolastico (e ci si incomincia a innamorare sul serio) a quattordici, quindici anni, partiti per la grande avventura dell’adolescenza, si deve uscire dalla letteratura come obbligo”.

 

 

Se Petrarca “deraglia”…

Rondoni riflette su come quelli di Dante, Leopardi e Manzoni siano nomi “che evocano ai giovani italiani perlopiù noia o astrusità invece che amore per l’avventura della vita e senso dell’infinito”. Si chiede poi: “Lasciamo che si compia questo deragliamento continuo? Se in uno sventurato incidente un treno deraglia, giustamente lo sconcerto e l’indignazione salgono e riempiono le pagine dei media. Se invece deraglia Dante o Petrarca silenzio assoluto?”. E accusa: “Il gran dispendio di soldi, persone, energie sulle cattedre delle scuole superiori di letteratura sembra non generare, se non minimamente, gusto e abitudine alla letteratura”.

Per Rondoni la diagnosi è la seguente: “Uno degli errori d’impostazionetentativo di fare dei ragazzi degli esperti. Invece che degli amanti. Come se la scuola dovesse creare dei minicritici letterari invece che dei lettori. E almeno dei curiosi”.
Su questo punto Rondoni ha ragione da vendere: gli insegnanti dovrebbero, prima di tutto, suscitare nei ragazzi gusto e passione per i contenuti umani e per la bellezza stilistica dei grandi capolavori della letteratura, più che insegnare loro a ‘smontare’ i testi, a contare le rime o a individuare le figure retoriche. Ma tale aspetto ha già fatto il suo mea culpa, negli ultimi anni, uno dei grandi padri dello strutturalismo, Tzvetan Todorov, ha parlato di “perversione del metodo”, quando il metodo si sostituisca al significato (cfr. La letteratura in pericolo, Milano, Garzanti, 2008).
  dell’attuale generale modo di insegnare la poesia e la letteratura è il  
 
Un’utopia irrealizzabile
Per il resto, però, quelle di Davide Rondoni sono parole appassionate ma fortemente utopiche. Parole tipiche di chi – temiamo – nelle aule scolastiche entra solo ogni tanto come ‘ospite d’onore’. Perché Rondoni, con altri suoi colleghi poeti e scrittori, ha sperimentato che, quando è invitato a parlare nelle scuole, lui sì che è capace di appassionare gli studenti. Ma la quotidianità scolastica è altra cosa. È fatta, purtroppo, anche di obblighi e imposizioni, in una certa misura inevitabilmente autoritarie. La scuola non è e non può essere il regno della libertà indiscriminata.
Gli insegnanti di Lettere vivono quotidianamente questa insanabile contraddizione, librandosi in precario equilibrio tra due poli: obbligo (cioè la necessità di ‘far leggere’ i loro studenti) e il tentativo di trasmettere agli alunni la piacevolezza, intellettuale ed estetica, dell’attività del leggere.
In un suo celebre saggio (Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 1993), lo scrittore francese Daniel Pennac elencava i dieci diritti dei lettori. Giusto e sacrosanto, ma i lettori, oltre ai diritti, hanno anche dei doveri. Soprattutto a scuola, dove la lettura è strettamente connessa alla pratica dell’apprendimento, per esempio della storia letteraria che, checché ne pensi Rondoni, sarebbe meglio non mandare in soffitta troppo in fretta: perché essa aiuta a sviluppare negli studenti il senso del tempo storico, soprattutto in un’epoca, come la nostra, in cui tutto risulta terribilmente appiattito su un presente grigio o comunque ‘monocolore’.
Perciò temiamo che un libro come questo pamphlet di Rondoni possa servire a suscitare animati dibattiti sui giornali, a scaldare l’animo di qualche insegnante, che, con o senza “occhi da killer”, si senta punto sul vivo, ma non possa incidere più di tanto sulla vita concreta della scuola.