La torta con la scritta di cioccolato “Dateci un 60 che andiamo in vacanza…!”. La pizza “umanistica”, quella “scientifica” o quella “multidisciplinare”…

Se le inventano di tutte gli studenti, soprattutto quelli prossimi agli esami di Licenza media inferiore e degli esami di Stato, in occasione degli ultimi giorni di scuola, fra loro e con noi docenti. “Se non si fa l’ultima cena con i professori, porta sfiga”. “E’ il momento – spiega Alessandra, prossima agli esami di Licenza media – in cui ci si dice tutto ciò che non si è stati capaci di dirsi in tre anni, soprattutto con voi professori”.

E allora, c’è sempre lo studente che fa le imitazioni del professore, quell’altro che ammicca al modo di camminare della professoressa di inglese, si sprecano le imitazioni dei dirigenti scolastici. Sempre più di moda va il gavettone “o comunque gli scherzi con l’acqua, l’ultimo giorno di scuola, sono un classico”. In generale, sono giorni anche nostalgici, perché, in occasione della fine dell’anno scolastico, ci sono anche i pensionamenti di colleghi e presidi, e ahinoi sempre meno nuovi assunti fra le migliaia di precari che attendono. E’ la scuola bellezza, anche quando questa diventa il luogo della vita, “di quella che non si è persa, ma che si è conquistata, stando cinque anni a scuola, a condividere con altri compagni e voi professori tanti problemi, gioie, difficoltà, ma soprattutto la sfida della crescita. Io – ha sostenuto Roberta – alla fine della scuola superiore vivo con il grande rimpianto di non aver fatto il possibile per imparare di più le lingue. Alla fine di questo percorso non mi sento pronta a dover affrontare un colloquio per l’estero. Si, la scuola mi ha dato tanto umanamente, ma poco dal punto di vista di quello che davvero mi serve per il mondo del lavoro o per affrontare l’Università”. Durante “le cene prima degli esami”, c’è stato anche un altro clamoroso passaggio, con il passare degli anni: ormai si è noi docenti ad offrire la cena agli studenti, “era meglio prima – dice Massimo, neo-diplomando – che erano gli studenti ad offrire ai professori, anche con un senso di ringraziamento. Ma mo sta la crisi e dovete pagare voi a noi!”. Ricordo, solo qualche anno fa, le collette di classe, per raccogliere l’occorrente e “pagare noi la pizza ai professori”.

I conti, poi, al momento del pagamento non tornavano mai fra loro, ma mica perché a far di conto non erano bravi… In realtà, anche per chi fa questo mestiere, durante gli ultimi giorni in cui sei a contatto con ragazzi e ragazze che hai seguito in vari passaggi, durante almeno un paio d’anni, ti accorgi anche dei danni o delle sorprese che hai potuto generare nelle loro vite. Specie quando, “almeno in questi ultimi giorni, a me va di dirle che secondo me lei ha utilizzato sempre pregiudizi nei miei confronti”, ma anche “se non fosse stato per lei, prof – ha sostenuto emozionata Annalisa, alla sua professoressa di Latino – chissà dove ero a quest’ora!”. Il riconoscimento, insieme all’esplicito sentimento “rispetto a quello che sentivo e che non ho mai avuto il coraggio di dirle, professore: lei non mi ha fatto dormire per mesi, mi ha messo sempre paura. Lo so che lei rimarrà un po’ male a sentirselo dire, ma glielo dico perché non faccia così nei confronti di altri studenti: lei deve tener conto che la nostra vita è uguale a quella dei suoi figli. Anche i suoi figli non sono nati imparati” è stato il pensiero di Angela nei confronti del suo professore di italiano, che “mi ha dato tormenti per tre anni. Sentirsi dire sempre che sono una buon a nulla, non è stato facile. Spero, dal prossimo anno, possa convincermi di altro, rispetto alla mia stessa vita”. Parole che pesano, che dovrebbero avere il loro giusto valore, rispetto a chi fa questo lavoro in cui si è contatto con la vita e il suo formarsi. Da queste cene, ultimi incontri con i propri o altrui studenti si impara molto di più, rispetto ai tanti corsi di formazione per docenti che spesso sono il riassunto di libri letti, riciclati e ristampati per l’occasione. Perché gli studenti diventano, loro stessi, libri aperti, ma anche il riflesso di quello che te, come docente, hai tentato di far specchiare nelle vite di adolescenti prossimi ad un altro duro e pesante confronto con la vita.

“Ci hanno detto che quando finisce la scuola superiore, finisce l’era dei professori che ti capiscono – sostiene Massimo, prossimo alla Maturità – Quasi che all’Università e nei vari luoghi che si incontrano, dopo quelli della scuola superiore, si finisca di trovare persone disponibili a capirti. Ma che mondo è questo?”. “Se ci penso – Gianluca, anche lui prossimo al diploma di Maturità – la maggior parte di voi adulti rimpiange proprio gli anni del liceo, gli anni in cui si smette di essere spensierati, per dirlo con le parole di mio padre, e si comincia a pensare alle cose serie. Io non sono d’accordo. Piuttosto, credo che, dalla scuola superiore, ognuno dovrebbe ereditare la possibilità di non prendersi troppo sul serio, per non rendersi la vita impossibile, poi, alla vostra età”.

Pubblicato su “la Repubblica” del 21 giugno 2014