Spiegare ai non addetti ai lavori il contorto sistema di attribuzione degli organici alle scuole è un’impresa impossibile. Spesso anche i docenti ne hanno una conoscenza sommaria…

Partiamo da due concetti di fondo, in puro gergo “burocratese”, che costituiscono un nodo strutturale importante: l’organico di diritto e l’organico di fatto.

Tradotto in linguaggio comune: l’organico di diritto è l’insieme dei docenti che vengono attribuiti ad un istituto sulla base dei dati delle iscrizioni. In genere lo si conosce verso marzo dell’anno scolastico precedente. Nonostante il nome (il termine “diritto” evoca una certa sicurezza) si tratta di un computo dei posti del tutto provvisorio. Verso l’estate si determina la situazione definitiva e l’attribuzione delle cattedre viene ritoccata , dando luogo all’organico di fatto.

Come correttamente sostiene il documento del governo, ogni anno si verifica un disallineamento, inevitabile dato questo meccanismo, tra il fabbisogno previsto da ciascuna scuola dopo le iscrizioni di febbraio e quello effettivamente necessario a settembre, a inizio anno scolastico.

Si determina così un’incertezza anche rispetto a ciò che si può promettere o meno ai genitori e agli studenti. Penso ad esempio alla seconda lingua straniera alla secondaria di primo grado o ad un tempo scuola ampliato nella primaria o , ancor più grave, alle ore da garantire per il sostegno.

Tra l’organico di diritto e l’organico di fatto passano mesi ed una miriade di operazioni complesse (passaggi di iscrizioni da una scuola all’altra, trasferimenti e pensionamenti dei docenti, aumento o diminuzione di certificazioni per il sostegno e così via) , la cui gestione comporta un lavoro immane da parte delle segreterie delle scuole e degli uffici del MIUR.

Parliamo di un’anomalia funzionale che deve essere risolta al più presto.

Il documento propone l’istituzione di un organico dell’autonomia, o “organico funzionale” unico , che superi la fastidiosa dicotomia precedente. Ma non approfondisce su come si potrebbe organizzare.

Allora proviamo a mettere insieme qualche ingrediente, ricordando l’esperienza della scuola primaria, unico ordine in cui l’organico funzionale è normato ed effettivo dal 1999.

L’organico funzionale, per essere definito tale, dovrebbe:

  • costituire una certezza, prevedendo tutte le variabili che in una scuola comportano un impegno organizzativo consistente: tempo scuola, curricolo dell’autonomia, ore degli specialisti alla primaria, necessità per la copertura delle sostituzioni urgenti.
  • essere noto prima, e non dopo, le iscrizioni. Cioè in quella fase in cui i genitori devono conoscere , come certe, le proposte della scuola.
  • essere arricchito, altrimenti non ha senso. Deve poter garantire tutte quelle attività che fanno di una scuola una buona scuola (ampliamento dell’offerta in termini di tempo e di proposte educative, continuità nella garanzia dei servizi, copertura delle assenze)
  • essere flessibile, cioè calcolato non aritmeticamente, ma sulla base di una pianificazione seria e puntuale da parte degli istituti scolastici della propria offerta formativa.
  • prevedere la gestione di una quota di cattedre per reti di scuole. Qui però bisogna intendersi, perché la questione è complessa. Intanto è necessario definire chiaramente che cosa sia una rete formalizzata stabilmente e come funziona. Poi, l’affidamento alla rete di una quota di cattedre (e pure di personale Ata) non dovrebbe basarsi sui resti, a consuntivo, degli organici regionali, ma su una progettazione seria di ciò che serve al territorio.

Il concetto è sempre e comunque lo stesso: il superamento di un sistema inefficace e dispendioso, che determina incertezza fino a poco prima dell’inizio dell’anno scolastico, verso una gestione delle cattedre che coniughi con tempestività l’offerta formativa delle scuole, la necessità di farla conoscere alle famiglie all’atto della scelta, l’impegno organizzativo e progettuale.

In coda, una storiella (purtroppo vera…) , che la dice tutta sull’illogicità dell’attuale sistema di gestione degli organici e sui suoi (a volte devastanti) effetti.

Data la presenza in aumento di colleghe con la specializzazione, la maestra specialista di inglese che chiameremo Alba (brava, competente e laureata) nell’organico di diritto risulta perdente posto rispetto alla maestra specialista di inglese Bice (altrettanto brava e competente). Bice però, a malincuore, ha già deciso di chiedere nello stesso Istituto trasferimento su posto comune. Gelmini così volle: che le bravissime maestre specialiste di inglese diventassero una specie in via di estinzione, gettando a mare vent’anni di sperimentazioni eccellenti alla scuola primaria. Ma torniamo ad Alba, che sa di poter restare ad insegnare inglese, perché Bice lascerà libera la sua cattedra, passando su posto comune (giusto giusto, ci sono due pensionamenti certi in quella scuola). Dall’ufficio scolastico però insistono: Alba risulta al momento della composizione dell’organico di diritto perdente posto e deve presentare domanda di trasferimento! Così è. Come volevasi dimostrare, all’uscita dei trasferimenti, Bice ottiene il posto comune e, suo malgrado, anche Alba. L’unico posto da specialista di inglese in quella scuola resta libero e vuoto. E nel computo dell’organico di fatto, la cattedra di inglese vacante viene ritenuta disponibile ed assegnata ad una nuova docente a tempo determinato nominata dall’Ufficio provinciale, Cecilia. Così gli alunni di Alba cambiano la loro maestra di inglese, presente comunque su posto comune nel plesso a insegnare tutt’altro. Chiedono spiegazioni i bambini. Protestano i genitori. Il dirigente non sa come spiegare…

Aberrazioni di un sistema malato alla radice.

Laura Biancato (da Pavone risorse)