Donne Toste nella Storia : Trotula,la prima ginecologa e Ipazia, filosofa e scienziata

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a cura di Maria Allo
La differenza delle donne sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza
Carla Lonzi
Raccontare e riflettere sul ruolo della donna attraverso testimonianze storiche significa anche valorizzare la diversità della donna nella nostra società , fare della differenza un’esperienza di crescita e stabilire un rapporto maturo e consapevole con la cultura, le discriminazioni e le potenzialità in essa contenute per un più ampio margine di espressione e libertà.
Si intitola“Io, Trotula”, lo ha scritto Dorotea Memoli Apicella, professoressa di liceo classico ora in pensione, studiosa di storia locale a autrice di diversi saggi
Un romanzo appena pubblicato dopo un’accurata ricerca storica ricostruisce il coraggio e la battaglia di Trotula De Ruggiero, la prima ginecologa della storia con precisione, ma anche con la semplicità narrativa necessaria per rendere scorrevole la lettura.
Dicono che sia stata la prima ginecologa della storia, dicono che in realtà fosse un uomo, dicono persino che non sia mai esistita. Di Trotula De Ruggiero si è scritto ma anche fantasticato parecchio perché è andata troppo fuori da ogni schema per apparire reale a chi pensa che la vita sia un treno in corsa su tracciati ben definiti e immodificabili.

Siamo nell’XI secolo, Trotula ha studiato più libri di quanti ne avessero mai letti gran parte di tutti gli uomini della sua città, Salerno. Frequenta la Scuola Medica – un crocevia di saperi, la prima istituzione medica d’Europa – ed è una delle poche donne ammesse nella Scuola, l’unica ad aver lasciato traccia della sua opera. Si occupa di materie scomode e fino ad allora poco studiate, la salute delle donne, la loro fertilità e il loro benessere, conosce le erbe, è in grado di curare e alleviare ogni dolore con le piante del suo giardino e quelle delle colline della zona, e lo fa da laica, al di fuori di ogni pressione religiosa che in quel tempo è molto forte. Avrebbe tutti i requisiti per essere condannata come strega, in quell’epoca avviene spesso. Trotula invece è un medico, riconosciuta, stimata e apprezzata dai più grandi uomini di medicina e di scienza dell’epoca.
La casa editrice è la Marlin Editore hanno scelto di arricchire il romanzo con una decina di foto per mostrare i luoghi dove ha vissuto questa donna straordinaria.
Non solo. L’appendice elenca le ricette mediche e cosmetiche di Trotula, per curare malattie, dalla dissenteria all’artrite o l’emorragia post partum o per rendere più belle le donne. Oggi sembrano banali, nell’XI secolo hanno la forza di una rivoluzione.
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Gemma Beretta ha ricostruito la vita, le idee e la fine orribile di Ipazia,filosofa e scienziata martirizzata dal fanatismo, straordinaria «caposcuola» del pensiero neoplatonico nella tarda antichità

Una donna su un carro percorre le strade di Alessandria d’Egitto per fare ritorno a casa. Un gruppo di monaci cristiani la sorprende, la tira giù dal mezzo, la trascina fino a una chiesa, fa del suo corpo macelleria, uccidendola con bastoni e cocci e poi smembrandola. Infine quegli stessi uomini, sulla carta di fede, prendono i miseri resti sanguinolenti e li bruciano per cancellare ogni traccia. È la sorte toccata a Ipazia, la filosofa e scienziata vissuta tra il IV e il V secolo.

Il suo caso costituisce uno dei più efferati femminicidi di matrice cristiana della storia. La vicenda è raccontata da Gemma Beretta in Ipazia d’Alessandria (Editori Riuniti/University Press, pp. 320, e 20). Questo bel libro è una scrupolosa ricostruzione storica della vita e delle idee della martire del paganesimo e della libertà di pensiero, supportata da un uso approfondito delle fonti antiche.

La lotta tra pagani e cristiani

Beretta sottolinea che l’omicidio maturò nell’ambito della lotta per la supremazia tra pagani e cristiani da un lato e del prevalere del potere cosiddetto «spirituale» su quello temporale dall’altro, inteso come «scontro senza mediazioni tra il potere ecclesiastico locale e il potere civile cittadino». Il fulcro del conflitto nel V secolo fu Alessandria, centro della cultura pagana e dunque «laica», cioè un barile di polvere da sparo in cui bisognava solo innescare la miccia. In corso epocali cambiamenti geopolitici che porteranno alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche che riguardavano anche l’Impero romano d’Oriente (come la sconfitta di Adrianopoli, nell’odierna Turchia, del 378) e alla supremazia del Cristianesimo. Il primo evento che ne sancì l’affermazione fu l’Editto di Milano del 313, dell’imperatore Costantino I: stabiliva la libertà di culto, interrompendo le persecuzioni contro i cristiani, ma di fatto privilegiava la loro religione a scapito delle altre. Poi il Concilio di Nicea del 325 formulò i fondamenti dell’ortodossia cristiana. L’Editto di Tessalonica del 380 dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dello Stato nella forma definita «cattolica». Inoltre riconosceva il primato delle sedi episcopali di Roma e di Alessandria in materia di teologia.
La «soluzione finale»

E questo atto inaugurò una specie di «soluzione finale» per il paganesimo con i decreti teodosiani emessi tra il 391 e il 392 (il primo dei quali firmato da Teodosio a Milano) e ispirati da Ambrogio. Infatti, scrive la Beretta, «rientravano nella politica di scambio tra Chiesa e Impero» inaugurata proprio dai due. Cominciò la distruzione dei templi pagani insieme alle persecuzioni e prese slancio la filosofia cristiana con Agostino. Qui si inserisce la storia di Ipazia, nata ad Alessandria e figlia di Teone, uno dei più grandi matematici dell’antichità. Lei stessa, educata dal padre, divenne un punto di riferimento non solo nella filosofia, ma anche nell’astronomia, assurgendo a terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. Ma il suo insegnamento rivolto a tutti, la sua cultura, il fatto che a lei chiedesse consiglio il prefetto romano Oreste, la fecero emblema di un ideale di vita e di politica antitetico alla visione degli episcopi, basato «piuttosto che sul potere che viene dall’essere anello di una scala gerarchica, sull’autorità che viene dall’intelligenza sul mondo e dal coraggio nell’esporsi». La prese di mira il vescovo Cirillo, che la riteneva responsabile della sua mancata riconciliazione con Oreste. E di fatto ispirò lo scempio che nel 415 di lei fecero i monaci, in realtà «corpo di polizia degli episcopi». Un delitto atroce, rimasto impunito, e di cui sarebbe il caso ora, anche se a secoli di distanza, di riconoscere le responsabilità morali.

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