Sei donne sulla scena, le loro storie drammatiche, un pugno allo stomaco per gli spettatori, coinvolti in un emozionante esperimento di rottura dell’illusione scenica e piena immersione nelle vicende narrate.

E’ iniziata così la nuova stagione 2021/22 del Teatro Stabile di Catania,  con il lacerante “Donne in guerra” di Laura Sicignano, direttore dell’Ente catanese, e  Alessandra Vannucci, uno spettacolo che viene riallestito a Catania con un cast da brivido, davvero straordinario, dopo i numerosi premi ottenuti in Italia e all’estero: menzione al premio Ubu; Premio Fersen 2005 per la regia; premio internazionale Les Eurotopiques 2014.

Il risultato? Una performance che, è bene dirlo subito,  non si dimenticherà facilmente e lascerà un segno duraturo nelle coscienze.

Uno spettacolo forte, intenso, una coinvolgente narrazione al femminile, attraverso le voci di sei italiane negli anni bui della guerra civile, precisamente nell’estate 1944. Irene, la signora De Negri, Maria, Anita, Milena, Zaira: sono loro le donne in guerra,  le cui voci le autrici hanno raccolto da racconti familiari o da testimoni del tempo.

Ed è stata davvero la carta vincente dello spettacolo che si è dipanato agile ed icastico, forte della sua verità intrinseca, raccolto com’è stato per le strade e le piazze, tra sfollati, bombardamenti e razionamenti. Davvero, per dirla con il buon poeta satirico romano Marziale,  pagina hominem sapit: nessuna retorica, nessun infingimento, nessuna enfasi inopportuna. Queste moderne eroine hanno narrato loro stesse con un effetto di candore impressionante, complice anche l’efficacissima rottura dell’illusione scenica, che fin dall’inizio, nei primi dieci minuti della performance, ha visto gli spectatores insolitamente collocati sul palco ad “accogliere” le attrici, emergenti con palese inquietudine  da un passato tragico.

Allora  queste donne, impazzite di vita e dolore, si raccontano con immediatezza, donando al pubblico un frutto, un ortaggio, un biglietto, una cartolina, teneri simboli della loro estrema povertà: e il tutto si svolge davanti a un binario morto, in un ambiente buio, asfittico, rischiarato a tratti dall’efficace gioco di luci di Gaetano La Mela che, come sempre, definisce abilmente volti, abiti e sentimenti.

Si genera così una vivace polifonia, che squaderna anime tormentate, davanti a un pubblico attentissimo e perfettamente calato nella vicenda.

Ecco la fragile, indifesa Irene, magistralmente interpretata da Isabella Giacobbe, con un’aria stralunata e sofferente, vittima di una feroce violenza nazista, che balbetta parole farneticanti, nutrite di una loro logica nascosta.

Ecco Zaira, cui ha dato straordinaria e toccante voce Egle Doria, un tempo maieutica levatrice, adesso triste accompagnatrice verso il regno dei morti, che, malgrè tout, pronuncia bellissime parole di speranza: “ Dunque tutto questo dolore si perde come una ciglia nel vento? Ma no. C’è una provvidenza anche nella caduta di un passero. Tutto marcisce e tutto rifiorisce.”

Ecco Maria, incarnata con immensa dolcezza dalla brava Federica Carruba Toscano (che avevamo già tanto apprezzato nello spettacolo della stagione estiva “La pacchiona”), l’operaia senza marito che deve rimboccarsi le maniche e scopre la passione politica e operaia: “Ho preso la bicicletta e son volata in fabbrica. Le compagne del Gruppo Difesa Donne mi aspettano al cancello. Sulla carta rosa pallido dei ciclostili spicca la scritta Guerra alla guerra”, per essere poi tragicamente deportata.

Ecco la signora De Negri, col volto di Carmen Panarello, attrice di lungo corso dalla sapiente presenza scenica, una donna benestante che ha perso agi e ricchezze e si avvia a una funesta conclusione della sua esistenza.

Ecco Milena, la carismatica Leda Kreiner, affascinata dal mito di Mussolini, devota al suo Duce, anch’ella vittima del momento di caos che attraversò l’Italia in quei mesi terribili: sarà eliminata da una vendetta partigiana e morirà manifestando tutta la sua fragilità.

Ecco Anita, interpretata dalla giovane e promettente Barbara Giordano, la partigiana convinta, fedele devota al suo ideale, pronta a tutto, pur di liberare il suo paese, anche ad uccidere un tedesco con rabbia e senza esitazione: “E’ stato il momento più intenso della mia vita, che poi mi sa che mi annoierò anche. Il giorno della liberazione sarò felice ma sentirò anche un po’ la nostalgia: sarà tutto finito per sempre.”

Voci plurali, dunque, che fanno un tragico concerto. E in sottofondo una canzone meravigliosa, anch’essa scelta azzeccatissima: “Non dimenticar le mie parole, bimba tu non sai cos’è l’amore”. E su queste note, cantando queste meravigliose parole,  le nostre donne, illuminate solo da tenui fanali, vanno verso la morte, nude verso la nuda terra.

“Perché? Le donne non fanno la guerra?”, dice la dolce  Irene. Alla fine capiamo che le donne hanno fatto la guerra. Una guerra dura, appassionata, generosa, senza soste, con quella capacità di donare e donarsi  tipicamente femminile. E l’hanno vinta, immolandosi per un’Italia migliore e libera, di cui possiamo solo ringraziarle.