altQuando Nietzsche lesse Dostoevskij, in traduzione francese – aveva ‘scoperto’ I demoni e L’idiota in una libreria di Nizza – l’impressione che ne ricavò fu fortissima. Arrivò a parlare dell’autore russo come di un ‘fratello di sangue’…(da Treccani)

 

Come se avesse riconosciuto in lui le sue stesse ossessioni. E forse addirittura qualcosa di più: ossia un certo stile di pensiero, per cui l’idea non è mai un’astrazione, ma sempre e soltanto una realtà incarnata, realtà vivente, realtà fatta persona.

Da qui all’affermazione che sia per Nietzsche sia per Dostoevskij filosofia e letteratura sono strettamente imparentate, il passo è breve. Ma che cosa significa credere che il valore di verità di una certa tesi non è mai oggettivabile ma dipende da colui che se ne fa portatore? Che cosa comporta per Nietzsche specchiarsi in Dostoevskij e trovare per esempio che i suoi azzardi teorici si trovano già in personaggi dostoevskiani dal profilo ambiguo e inquietante?

A questa domanda vorremmo poter rispondere sulla base delle note nietzschiane lasciate a margine dei volumi durante la sua frenetica lettura. Purtroppo queste note sono criptiche e per lo più indecifrabili. Si ha però conferma di quali potessero essere i contenuti in cui Nietzsche vide una sorta di anticipazione della sua concezione del mondo da parte di Dostoevskij. Tre in particolare: il superuomo, la morte di Dio e l’eterno ritorno (o istante eterno).

Il superuomo

Superuomo è Raskol’nikov, ma superuomo è, in senso anche più profondamente nietzschiano, Stavroghin, così come molti dei nichilisti che affollano i romanzi dostoevskiani. Con una differenza, però: mentre in Nietzsche il superuomo rappresenta l’uomo a venire, l’uomo del futuro, l’uomo al di là dell’uomo (tanto che si preferirà chiamarlo oltreuomo piuttosto che superuomo), invece in Dostoevskij questa pretesa di oltrepassamento dei limiti imposti dalla legge morale e dalla natura riprecipita l’uomo nella sua condizione non oltrepassabile. Per Dostoevskij niente rende l’uomo schiavo del male come l’illusione di porsi al di là del bene e del male.

Raskol’nikov è la perfetta espressione di questa parabola umana. Se muove da una morale utilitaristica (è lecito uccidere, se dall’omicidio di uno solo si può trarre un vantaggio per molti altri), tuttavia egli non esita a giudicare miserabile e pretestuosa una giustificazione del genere. Solo un risoluto superamento del concetto di bene e di male giustifica il delitto. Proprio come nel caso del superuomo. Sennonché il superuomo ignora ciò di cui invece Raskol’nikov si rende perfettamente conto. Maligna e perversa è quella fantasia autoassolutoria. Il male trionfa quanto più è negato e cancellato. Invece il bene è umile e vuole il pentimento, vuole il riconoscimento della colpa.

Insomma, in Dostoevskij c’è la teoria del superuomo e c’è anche la sua confutazione. Non a seguito di uno smantellamento critico-filosofico della teoria. Ma perché la teoria si rivela insostenibile non appena calata nella vita. 

La morte di Dio

 Lo stesso accade con la morte di Dio. In Nietzsche si tratta di un evento inaugurale, che apre una nuova era in cui l’uomo sarà affrancato dagli assoluti trascendenti e dagli imperativi categorici per essere restituito alla terra e ai suoi valori. Guai, secondo Nietzsche, a banalizzare ciò che sta accadendo. Bisogna invece pensare il processo di disincantamento a partire dalla sua origine e coglierne tutta la tragicità. Proprio come cerca di fare Dostoevskij (esemplare è il dialogo fra Myskin e Rogozin di fronte alla riproduzione di un celebre Cristo morto). Ma per Dostoevskij portare a fondo il problema della morte di Dio significa ritrovare Dio, non lasciarselo alle spalle.

L’eterno ritorno

Anche più densa di implicazioni la nozione di eterno ritorno, che rimanda non già all’idea classica del ‘grande anno’ in cui tutto si ripete sempre di nuovo ma all’idea moderna dell’istante senza passato né futuro, istante intemporale o eterno, come lo chiama Dostoevskij. Il quale attribuisce questa nozione a due personaggi molto diversi, il terrorista Kirillov e il santo monaco Zosima. Donde una alternativa: in Zosima l’istante eterno diventa il fulcro di un’esperienza mistica rivelatrice del senso ultimo di tutte le cose, in Kirillov al contrario lo stesso istante è quello della morte, anzi, del suicidio, cui conduce una macabra forma di follia.

A sdoppiarsi dunque è la verità. C’è verità in Zosima e c’è verità in Kirillov. Ma la verità di Zosima getta luce sulla verità di Kirillov e ne mostra impietosamente l’aspetto sinistro e demoniaco. O quanto meno l’errore che si nasconde nel cuore stesso della verità.

Questa dialettica è cosa della letteratura più che della filosofia. E certamente il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche dipende in buona parte dal fatto che Dostoevskij fosse uno scrittore e come tale si occupasse non di idee in quanto tali, ma di idee fatte persona. Ciò gli ha permesso non solo di anticipare alcune delle grandi questioni nietzschiane, ma di portare alla luce il loro lato oscuro e più problematico. La domanda a questo punto potrebbe essere: si è reso conto Nietzsche di aver a che fare non solo con uno spirito affine ma anche con un implacabile avversario?