Ecco serviti i tagli alle pensioni Docenti e dirigenti perderanno da 9 a 64 euro al mese 12/07/2011 da ItaliaOggi

 

Mario D’Adamo

La riduzione e il blocco delle prossime due rivalutazioni delle pensioni interessano tutto il personale della scuola a riposo: dal 1° gennaio 2012 e dal 1° gennaio 2013 l’indicizzazione annuale del loro assegno mensile lordo, compreso fra tre e cinque volte il trattamento minimo Inps (467 euro), verrà applicata per intero solo sugli importi fino a 1.400 euro, per essere ridotta al 45 per cento per la parte eccedente e fino a 2.340 euro (prima era corrisposta al 90 per cento).

Tutti i dirigenti scolastici, poi, non avranno alcuna indicizzazione sulla quota di pensione superiore a 2.340 euro, mentre, se non fosse intervenuta la manovra, l’avrebbero percepita ridotta al 75 per cento. Il tutto, ovviamente, salvo non intervengano modifiche in sede di conversione parlamentare del dl, che è stato assegnato in prima lettura al senato. Intenzioni in tal senso erano state espresse dalla Lega Nord ma anche dallo stesso ministro del lavoro, Maurizio Sacconi. Dopo i dipendenti pubblici, il blocco dei cui contratti, già operativo dal 2009, è stato prorogato fino al 2013, anche i pensionati sono chiamati a dare il loro contributo al risanamento del bilancio dello stato dalla manovra finanziaria (art. 11, terzo comma, del d.l. n. 98/2011). Il sistema di indicizzazione delle pensioni, che rimane in vigore sia pure con le riduzioni appena descritte, prevede che entro il mese di novembre di ciascun il ministro del tesoro, oggi Giulio Tremonti, determini la percentuale di adeguamento delle pensioni all’andamento del costo della vita da applicare dal 1° gennaio successivo. È prevedibile che la percentuale di indicizzazione decorrente dal prossimo 1° gennaio 2012, che sarà determinata entro novembre, sarà di circa il 2 per cento. La perdita media mensile per le pensioni superiori a 1400 euro sarà al massimo di 9 euro, non esagerata, ma aumenterà progressivamente per le pensioni più alte, facendosi maggiormente sentire in termini di diminuzione del potere d’acquisto. Rispetto al precedente del 2008, governo Prodi, che aveva escluso le pensioni superiori a 3.420 euro (otto volte il trattamento minimo Inps) da qualsiasi percentuale di indicizzazione anche relativamente alle parti inferiori a tale importo, l’attuale meccanismo permette di conseguire un aumento mensile di 36 euro, uguale per tutti gli assegni superiori a 2.340 euro.

Sulla decisione del governo di non escludere del tutto da miglioramenti anche le pensioni cosiddette d’oro, ha sicuramente pesato la posizione della Consulta che aveva riconosciuto la legittimità costituzionale del precedente blocco del 2008, ancorché totale, solo perché collegata a un intervento perequativo di carattere solidaristico, che questa volta non c’è, all’epoca era l’eliminazione dello scalone (sentenza n. 316/2010). Secondo la Corte, poi, la mancata indicizzazione sarebbe stata irragionevole, e quindi da dichiarare illegittima perché il diritto alla rivalutazione è costituzionalmente protetto, solo se riproposta di frequente. Poiché il blocco precedente ancora risaliva a dieci anni prima, l’intervallo di tempo per riproporla è di dieci anni, poco più o poco meno, non solo quattro anni. Nel frattempo, il legislatore, come anche gli avevano riconosciuto i giudici costituzionali, è libero di modulare i miglioramenti bilanciando i vari interessi in gioco. Come ha fatto ora il ministro dell’economia.