altE’ mancato Elio Pagliarani, uno dei maggiori poeti del secondo novecento.I funerali verranno celebrati domani, sabato 10 febbraio a Roma alle 11:00 nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella (cosiddetta Chiesa Nuova) della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri (Via del Governo Vecchio, 134).

 

 

 

 

Pubblico ,per gentile concessione di Stefano Guglielmini, il paragrafo dedicato alla sua ragazza Carla, uscito su Scritti nomadi (Anterem 2001), all’interno di una riflessione sui Novissimi

La ragazza Carla o della parola che salva

L’originalità della Ragazza Carla la colse bene Geno Pampaloni (“Epoca”, 15/6/62), quando riconobbe ad Elio Pagliarani il merito di avere “intuito un uomo diverso”, preso “nel cerchio dell’alienazione”, eppure vivo, ancora capace d’opporre, istintivamente, la propria singolare esistenza alla storia universale.
La peculiarità di questa opposizione, lo sottointende lo stesso Pampaloni, esula tuttavia da ogni dialettica, da ogni possibile riscatto; lo si comprende appieno – e da qui cominciamo l’analisi – leggendo l’ultimo coro del poemetto:

non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.
(La ragazza Carla, III, 7)

La conflittualità di storia ed esistenza, di tu ed io – ci suggerisce meravigliosamente l’autore – trova conciliazione soltanto quando questi, abitando la prossimità, si rimettono l’uno all’altro, in un “dare” reciproco svincolato dal tornaconto. Offerta amorosa che pur risente della lacerazione, proprio perché l’altro, anche se condivide il dono, anche se ama, è pur sempre non-io, presenza che rende operoso – sia pure involontariamente – il conflitto. La conciliazione amorosa, in questo senso, non rappacifica l’individuo con la storia, né lo consola, tuttavia gli dà la forza di sopravvivere, di resistere al proprio annullamento, pur in un contesto di generale alienazione.
Il rischio di questa prospettiva, che in parte Pagliarani evita interrompendo il racconto prima che la pulsione amorosa di Carla per Aldo si istituzionalizzi nel matrimonio, consiste nel paventare un’idea dell’amore come luogo dell’affrancamento temporaneo dalla città tentacolare, un’esortazione a cercare il privato naturale, isola d’autenticità che sopravvive all’interno del politico inautentico. Ideologicamente, dunque, il poemetto si mostra fragile o, comunque, non in sintonia con la critica radicale al sistema promossa da Giuliani nell’introduzione ai Novissimi: ferocemente ostile alla metropoli alienante, Pagliarani infatti sembra nel medesimo tempo disposto ad arrendersi ad essa, a cercare un inevitabile compromesso.
Il fatto è che l’autenticità della Ragazza Carla non riposa nel ‘messaggio’. Quest’ultimo, piuttosto, appare strutturalmente funzionale all’insieme; gli dà, per così dire, il peso necessario per farlo rimanere dritto. Anche lo stile contribuisce a tal fine: esso infatti, scarnificando le strutture, le diversifica, allo scopo di liberarle verso l’alto in uno scheletro agile e snodato, soggetto a punti di forza differentemente orientati. L’opera riceve così, attraverso lo stile ed il contenuto, le proprie condizioni di esistenza, la cifra esatta della propria possibilità; e tuttavia, la verità del poemetto riposa in altro. Non nella valenza ideologia, e nemmeno in quella linguistico-sperimentale: in altro. Ci aiuta nell’approfondimento La merce esclusa, primo momento del Dittico della merce contenuto ne Lezione di fisica & Fecaloro (Feltrinelli, 1968, ora in La ragazza Carla e nuove poesie, Mondadori, 1978, pp.169-172), là dove Pagliarani propone un personaggio selvatico eppure colto, incapace d’integrazione e tuttavia sempre in cerca d’umanità.
Il poemetto ci mostra infatti uno studente degli anni Trenta che, pur finendo “con centodieci… i corsi in medicina” (e laureandosi, ancora, in filosofia ed in giurisprudenza), non volle (o non seppe) integrarsi, divenendo così merce esclusa dal sistema. Un ragazzo fuori gioco, ma che sa ancora trattenere la vita a sé, che sa giocare con lei e farla divertire: “Egli era gaio e festoso / e si mise a raccontar una delle sue barzellette”: lo fa dapprima a delle ragazze, che ridono ondeggiando “sopra tacchi di sughero” e poi “a San Vittore”, quando i nazifascisti “lo presero”, probabilmente partigiano, nell'”autunno 43″.
Sotto il profilo ideologico, Pagliarani compie qui un’operazione certo controcorrente: egli cerca di superare le aporie ‘conservatrici’ emerse nella Ragazza Carla riproponendo, in modo originale, la figura decadente dell’escluso e quella neorealista (ma antieroica, alla Fenoglio) del partigiano. Ad essa, contrappone tanto il sistema mercificante quanto ogni forma di consapevolezza che si esplichi soltanto nella teorizzazione: la parodia del “problema” sul numero di polli e di conigli presenti nel cortile, lo testimonia. Polli e conigli, così come l’applicazione dell’analisi marxiana della merce alla proposizione “Dio è l’essere onnipotente” (argomento della tesi di laurea in filosofia dello studente), sono entrambi inutili, o buoni, al più, per ben “figurare / con capuffici e donne”.
Il messaggio è chiaro: rispetto alla fatica del vivere, i saperi istituzionali valgono poco o addirittura, come scriverà nel Doppio trittico di Nandi (1970-1973), nascondono “sempre il tranello” (ne La ragazza Carla e nuove poesie, cit., p.187). Se nel poemetto presente nei Novissimi, essi servivano almeno ad imparare un mestiere e possedevano una neutralità, ora il disincanto è forte, decisivo: occorre diffidare sia della storia, che porta l’uomo alla deriva, che lo imprigiona, sia della cultura, che vive alle dipendenze del potere.
Ma allora, dobbiamo chiederci, per Pagliarani quale sapere conta davvero? E per illuminare che cosa?
Nella seconda parte del Dittico della merce, dedicata al giocoso Toti Scialoja e che si intitola, molto emblematicamente, Certificato di sopravvivenza, Pagliarani ci indica la via da seguire, riconoscendo all’arte, alla poesia, un precipuo rapporto con la verità: l’arte, scrive infatti, “è uno dei modi” di essere “del tempo”; è una delle sue voci autentiche, allorché “sono di più / i modi di non essere del tempo”. E aggiunge, poco sotto, quasi spaventato: “… adesso cerco altro nella gente / cerco le permanenze / cerco le permanenze nel presente”, per non curvarmi nella “mobilità del mutamento” (Ivi, p.174).
Il due momenti citati, apparentemente irrelati, trovano convergenza proprio nella “mobilità del mutamento”, e dunque nel tempo, in quel tempo-verità “che brucia” e “devasta”, com’egli allusivamente scrive in Oggetti e argomenti per una disperazione (Ivi, p.154). E davvero disperante gli appare questa necessaria caduta delle cose, questo svanire che è il tempo stesso nel suo procedere. Dare voce al tempo significa dunque questo: cantarne, con terrore, la caducità. E’ infatti rispetto ad essa che il poeta, prima dello scienziato e del prete, deve “illuminarci”, chiarendoci il senso del morire di tutte le cose e l’orrore che questo comporta (Ivi, p.151). Un compito che ha in sé anche un momento salvifico, giacché,  nominandoli, il poeta dona alle cose, alle persone e agli eventi, una sorta di temporanea, ossimorica, immortalità. A questo, in definitiva, serve la poesia: non a indicare una soluzione politica al collettivo, né a consolare i sofferenti, bensì a tirare fuori, pietosamente, dall’inesorabile estinzione qualche frammento di vita, tramandandolo ai posteri nel qui ed ora della parola.
Se questo è vero, e se rileggiamo La ragazza Carla il tale chiave, allora il suo senso va cercato anzitutto nel desiderio, da parte del poeta, di mostrare, come recita il finale del poemetto, lo “svolgimento / concreto dell’uomo in storia che resiste / solo vivo scarnendosi al suo tempo” (III, 7): testimoniare insomma la fatica dell’essere umano, solo e vivo, che resiste – amando, lavorando, facendo i conti sporchi con il capitale, sfamando i propri istinti brutali – al vento lacerante che scarnifica la vita, che la consuma. Certo c’è anche dell’altro: una rabbia verso questo tempo, quest’aria di ferro e fretta che ingolfa e piega; ma pure si tratta, prima che di sistema economico, o di sopruso dei potenti, di modo in cui il tempo mette in forma la vita, qui e ora. E non c’è rivoluzione capace di togliere il vero dagli occhi, di annullare quel ‘sapere la caducità’ che il poeta, pur spaventato, mette in gioco; lo fa nella Ragazza Carla, ma anche nei testi successivi, come ci mostra per esempio Lezione di fisica:

Dio gioca ai dadi
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?

Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona …

Sarà questo grido soffocato, leopardianamente fattosi poesia, a salvare Carla, Aldo, e quant’altro patisca caducità: la “traversa di via Ripamonti”, “il satiro dei boschi di cemento”, il manuale di stenodattilo, i bar, la “bicicletta scassata”, la “TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY”, la Milano del “marzo quarantotto” piena di gente spaesata; un grido talmente figlio dell’orrore da non poter essere socialmente condiviso: da estinguere perciò in privato, conficcando silenziosamente le unghie nella poltrona, come in Lezione di fisica, o scrivendo con la massima lucidità possibile – ed è questa la missione del poeta contemporaneo, per Pagliarani – di quanto il tempo scarnifichi la vita, nell’illusione, pallida invero, che la parola possa in parte riscattarla dall’oblio.