altUna delle novità della scuola superiore riformata dal ministro Gelmini è la contrazione della Storia e della Geografia nel biennio dei licei a un’unica voce curricolare, con restrizione delle ore dedicate a queste materie (2 ore di Storia e 1 di Geografia nel biennio). Quest’anno, dunque…(da Treccani)

gli studenti vedranno comparire sulle loro schede di valutazione la dicitura “storia e geografia”, avranno 99 ore di lezione in tutto e un solo voto (così almeno sembrerebbe, ma molti insegnanti non ne sono certi) che dovrà sintetizzare le conoscenze, le capacità e le competenze acquisite nelle due discipline.

Durante la stesura della riforma, le associazioni degli insegnanti di Geografia hanno più volte sottolineato il loro dissenso. “… meno Geografia rende tutti più poveri”, osserva Gino De Vecchis, docente, geografo e presidente dell’Aigg. “La formazione di un cittadino – aggiunge – passa anche dalla Geografia, ossia la scienza dell’umanizzazione del pianeta Terra e dei processi attivati dalle collettività nelle loro relazioni con la natura e nel corso della storia”. Con la riforma Gelmini, invece, spiega De Vecchis “si penalizza una materia già tanto mortificata negli anni, privando gli studenti di conoscenze indispensabili, relative ai grandi problemi mondiali, come quelli ambientali, socio-economici, geopolitici e culturali, legati alla globalizzazione…” (“L’Unità”, 23 gennaio 2010).
Prevale, in alcuni degli interventi che criticano la riforma, la lamentela: da sempre la Geografia è stata maltrattata, considerata ingiustamente noiosa e gli spazi dedicati alla disciplina nella scuola italiana sono sempre stati molto limitati. In tal senso, dunque, la riforma Gelmini sembrerebbe accentuare una situazione (negativa) già esistente e la negata autonomia della Geografia, aggregata nuovamente alla Storia, ravviva l’idea che questa disciplina sia la “Cenerentola” delle materie.
 
Storia e Geografia
In realtà la riforma Gelmini potrebbe essere l’occasione per impostare nuove riflessioni e l’unione delle due discipline potrebbe essere un’opportunità e non uno svantaggio, tanto per i geografi quanto per gli storici.
Iniziamo però dal principio, con una breve puntualizzazione. C’è stato chi ha fatto presente che per gli insegnanti il primo problema che dovranno affrontare con il nuovo anno scolastico è la “Geostoria”. La difficoltà principale, invece, è che non dovranno insegnare un’unica disciplina che comprenda le due materie, ma dovranno seguire indicazioni relative all’una e all’altra, ben distinte e separate, in sole 3 ore a settimana (www.indire.it, nel menù di destra scegliere “riordino delle superiori”) e per il solo biennio.
La “Geostoria” in quanto tale viene espressamente chiamata in causa soltanto una volta, quando si parla degli obiettivi della Geografia: “lo studente descriverà e collocherà su base cartografica, anche attraverso l’esercizio di lettura delle carte mute, i principali Stati del mondo (con un’attenzione particolare all’area mediterranea ed europea). Tale descrizione sintetica mirerà a fornire un quadro degli aspetti ambientali, demografici, politico-economici e culturali favorendo comparazioni e cambiamenti di scala. Importante a tale riguardo sarà anche la capacità di dar conto dell’importanza di alcuni fattori fondamentali per gli insediamenti dei popoli e la costituzione degli Stati, in prospettiva geostorica (esistenza o meno di confini naturali, vie d’acqua navigabili e vie di comunicazione, porti e centri di transito, dislocazione delle materie prime, flussi migratori, aree linguistiche, diffusione delle religioni)”. Per il resto la Geostoria aleggia tra le indicazioni ministeriali, perché se l’obiettivo specifico di apprendimento per la Geografia è “lo studio del pianeta contemporaneo, sotto un profilo tematico, per argomenti e problemi, e sotto un profilo regionale, volto ad approfondire aspetti dell’Italia, dell’Europa, dei continenti e degli Stati”, è evidente che è necessario scomodare la Storia per raggiungerlo. Se i temi principali dei percorsi didattici saranno “il paesaggio, l’urbanizzazione, la globalizzazione e le sue conseguenze, le diversità culturali (lingue, religioni), le migrazioni, la popolazione e la questione demografica, la relazione tra economia, ambiente e società, gli squilibri fra regioni del mondo, lo sviluppo sostenibile (energia, risorse idriche, cambiamento climatico, alimentazione e biodiversità), la geopolitica, l’Unione europea, l’Italia, l’Europa e i suoi Stati principali, i continenti e i loro Stati più rilevanti”, è ovvio che non si sta parlando solamente di Geografia, ma anche di Storia.
D’altro canto, per strutturare percorsi didattici sulle civiltà antiche e altomedievali, la conoscenza della Geografia è fondamentale: non è possibile parlare della civiltà greca senza capire il territorio in cui si è formata, come anche dello sviluppo dell’impero romano, dell’Europa romano-barbarica e di tutti gli altri nuclei tematici che, recitano le indicazioni ministeriali, “non potranno essere tralasciati”.
 
Oltre le apparenze
É noto che non si può insegnare la Storia senza la Geografia e insegnare la Geografia senza la Storia. L’unione tra le due materie potrebbe essere uno strumento per allontanare metodologie mnemoniche, spesso noiose tanto per il docente quanto per il discente. Non solo. Se tendenzialmente si preferisce una delle due discipline rispetto all’altra, lavorare su entrambe contemporaneamente dovrebbe essere comunque un elemento di facilitazione per l’apprendimento e anche per l’insegnamento.
Il problema è un altro ed è intimamente legato all’esiguità delle ore di insegnamento dedicate alle due materie, soprattutto in relazione agli obiettivi che vengono indicati dal ministero.
In primo luogo, la scelta di unificare le due discipline dovrebbe esser fatta non per motivi economici, ma per motivi “funzionali” (sostenendo per esempio che in questo modo si migliorerebbe l’apprendimento e si faciliterebbe il raggiungimento degli obiettivi per quanto riguarda non solo le conoscenze ma anche le capacità); in tal senso questa impostazione dovrebbe essere seguita fino in fondo e quindi per tutto il corso degli studi, non solamente per il biennio. Se il programma di Storia del biennio prevede lo studio del mondo antico fino all’alto Medioevo, probabilmente sarà la Geografia fisica ad avere una maggiore importanza rispetto ad altri temi che potranno, invece, essere affrontati negli anni successivi.
In secondo luogo, la “Storia e Geografia” così come viene proposta oggi non tiene affatto conto delle sole 3 ore settimanali a disposizione del docente: in 33 ore (per un totale di ben 66 ore nel biennio) dovrebbe esser così bravo da insegnare ai suoi studenti a leggere carte mute, a fornire quadri di sviluppo demografico, ambientale ed economico (per citare soltanto alcuni degli obiettivi) in termini geografici e a far prender loro “familiarità con la lettura e la produzione degli strumenti statistico-quantitativi (compresi grafici e istogrammi, che consentono letture di sintesi e di dettaglio in grado di far emergere le specificità locali), e con le diverse rappresentazioni della Terra e le loro finalità, dalle origini della cartografia (argomento che si presta più che mai a un rapporto con la Storia) fino al GIS”.
Per quanto riguarda la Storia la situazione non cambia. Il programma del biennio, che sembra più limitato perché condensato in sole nove righe, elenca una serie di macroargomenti che avrebbero bisogno di più ore delle 66 annuali previste. Non solo. Gli obiettivi finali del quinquennio (quelli indicati nelle “Linee generali e competenze”) sono piuttosto ambiziosi e assolutamente squilibrati rispetto allo spazio che la disciplina – così importante – ha nel quadro formativo liceale. Inoltre, ci si chiede perché non vengano sottolineati i “temi-ponte” con la Geografia. Forse perché poi sarebbe stata ancor più evidente la necessità di continuare a insegnarla per tutto il corso degli studi…