Da Verdi a Puccini attraverso Mascagni. Il Festival lirico dei Teatri di pietra, giunto alla sua terza edizione, si conferma anche quest’anno una delle sorprese più piacevoli della stagione musicale estiva. Merito dei suoi fecondi animatori, il maestro Francesco Costa, frizzante direttore del Coro Lirico Siciliano, e il maestro Alberto Munafò Siragusa, infaticabile direttore artistico di tutte le produzioni.E non a caso è stato scelto, per l’edizione 2021, il tema dell’incontro, quel contatto che ci è stato negato a causa della pandemia, ma che è possibile ritrovare attraverso la bellezza dell’arte e della cultura.

Così, dopo i concerti nei principali siti archeologici siciliani, Gela, Palazzolo Acreide e Tindari,  si sono rivelate due serate di bella e applaudita musica quelle del 19 e 20 agosto nell’incantevole scenario del Teatro greco di Taormina, che hanno offerto uno spaccato significativo del melodramma italiano dell’Ottocento.

Dapprima l’omaggio a Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini con “La Traviata & La Bohème recital”, un viaggio attraverso due capolavori della lirica italiana, che hanno visto come protagonisti cantanti dotati di una bella voce e convincente tecnica: Leonora Ilieva (Violetta, Musetta), Stephanie Van Der Goes ( Mimì), Andrea Bianchi (Alfredo, Rodolfo) e Alessio Verna (Giorgio Germont, Marcello).

Accompagnati dal bravo Francesco Allegra al pianoforte, le dolci e celeberrime note delle più amate romanze hanno allietato i numerosi spettatori, tra cui tanti stranieri, attirati dal luogo e dai titoli che rappresentano l’Italia nel mondo.

Così, da “Mi chiamano Mimì” a “Sempre libera”, da “Che gelida manina” a “Libiamo ne’ lieti calici”, da “O soave fanciulla” a “Parigi, o cara” fino alla struggente parte conclusiva della Bohème (“Sono andati? Fingevo di dormire”) i cantanti, pur in assenza di scene e orchestra, sono riusciti a ricreare personaggi di alta vita drammatica, giocando sulla pura commozione della melodia vocale. In tal senso Leonora Ilieva è stata una Violetta umana, cui l’amore ha dato sincerità d’accenti e di dolore;  Stephanie Van Der Goes ha nutrito la sua Mimì di dolcezza profonda. Bravi anche Andrea Bianchi, un appassionato Rodolfo, e Alessio Verna, un solenne Giorgio Germont.

Venerdì 20 agosto è andata in scena Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e, novità assoluta dopo la prima a Tindari, il suo sequel, “Dodici anni dopo”, di Mario Menicagli.

 

 

 

 

 

 

Sotto l’attenta regia di Pier Francesco Maestrini, in un allestimento colossal in coproduzione con il Teatro dell’Opera di Malta Astra, sulla scena si è dipanata una storia godibile, con belle scene e bei costumi di Rosy Bellomia,, soprattutto quelli femminili, molto colorati e d’effetto, atti a sottolineare l’allegria del giorno di Pasqua su cui piomberà addosso la tragedia. Grande protagonista il Coro lirico siciliano, che ha fornito un’ottima prova, per coesione e abilità tecnico vocale, rivelandosi un ensemble ormai collaudato, caratterizzato da un potente amalgama, cui presiede il carisma indiscusso del maestro Francesco Costa, che è riuscito nell’opera più difficile: far sì che ogni cantore sappia dare il suo contributo in maniera corretta, equilibrata ed efficace.

Piero Giuliacci, ormai esperto nel ruolo, ha donato a Turiddu il giusto pathos, e Patrizia Patelmo è stata una Santuzza intensa e dolente. Omar Camata ha dato ad Alfio l’adeguata terribilità con la sua voce profonda e Giorgia Gazzola tutta la dolcezza a mamma Lucia;  Leonora Ilieva ha vestito Lola della giusta sensualità. L’Orchestra Filarmonica della Calabria, diretta da Filippo Arlia, per la prima parte e dallo stesso Menicagli per il sequel, è stata all’altezza del ruolo, donando sonorità adeguate e dimostrando un ottimo feeling con i direttori.

Alla fine della Rusticana, lungamente e meritatamente applaudita, grande serpeggiava tra il pubblico la curiosità per la novità assoluta dell’edizione 2021, il sequel di Cavalleria Rusticana di Mario Menicagli per la regia di Alessandro Idonea, che proietta la vicenda a Vizzini dodici anni dopo: il “figlio della colpa” di Turiddu e Santuzza viene amorevolmente allevato e cresciuto dalla madre, compare Alfio, uscito di prigione, ritorna e, grazie alla mediazione di zio Brasi, si riconcilia con la comunita’.

Dobbiamo dire che è stata una bella sorpresa questo atto unico su libretto di Lido Pacciardi e Mario Menicagli liberamente ispirato al dramma di Giovanni Grasso  del 1917, nato da un’idea di Franco Zappalà, regista e attore siciliano, direttore del Gran Teatro Tenda Zappalà.

Mario Menicagli, mutatis mutandis, è riuscito a creare una naturale prosecuzione dal punto di vista musicale con l’opera di Mascagni, senza fratture, ricalcando, oltre all’organico orchestrale similare, alcuni cavalli vincenti del grande musicista verista come la ”Preghiera”, lo “Stornello di Lola”, il “Brindisi” e l’Intermezzo, composto rigorosamente in tonalità di fa maggiore.

Bellissimo l’inizio con Turidduzzu (animato dalla bella voce bianca di Agnese Rossi) vittima di rifiuto da parte dei ragazzi intenti a giocare, i deliziosi cantori del coro di Voci bianche “Note colorate” diretto da Giovanni Mundo. Gradevole tutta la piéce con Stephanie Van Der Goes (Santuzza) Alessio Verna (Zu Brasi),  Omar Camata (Compar Alfio) Leonora Ilieva (Lola) Giorgia Gazzola (Gna Lucia) Francesco Congiu (Pietro).

Tanti applausi finali col cuor consolato. Stavolta, invece dell’agghiacciante grido “Hanno ammazzato cumpari Turiddu”, si è levato il canto del lieto fine e dell’incontro, non a caso fil rouge di questo bel Festival che mieterà, ne siamo certi, tanto successo ancora….

Silvana La Porta

 

Le foto sono di Donatella Turillo