Fu Ildebrando, diventato papa Gregorio VII, nel 1073, a eliminare il matrimonio per gli ecclesiastici / Dictatus papae – I 27 assiomi

L’effetto di questa legi­slazione fu di creare migliaia di virtuali prostitute tra le mogli innocenti di piccoli sa­cerdoti confusi e adirati. Quando furono separate dai mariti, per colpa di Ildebran­do, molte di loro si suicidaro­no. Le concezioni monastiche sul sesso e sul matrimonio hanno partorito questa legge che è stata conservata e im­posta con ogni mezzo al prete monarchizzato. Il vero «clero secolare» è quello della Chie­sa orientale; la vita sacerdota­le come lentamente si è fissa­ta in Occidente è sostanzial­mente una vita costruita avendo preso in prestito dal monachesimo gli ideali e i mezzi della santità sacerdota­le, sostiene Yves Congar.

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Una storia fatta di lunghe sofferenze che si ripercuote ancora nell’attualità
I drammi del celibato dei preti

di FERNANDO IACHINI*

Fu Ildebrando, diventato papa Gregorio VII, nel 1073, a eliminare il matrimonio per gli ecclesiastici: come al solito, ne fecero le spese innanzitutto le donne e anche i figli

NEL 1073 divenne papa un monaco potentissimo della curia romana, Ildebran­do, che si chiamò Gregorio VII. Aveva come unico interes­se la grandezza morale e poli­tica della Chiesa. Suoi obietti­vi: ridare autorità e autonomia al papato, moralizzare il clero e rendere la Chiesa indipen­dente dall’Impero. La situa­zione generale di allora era caratterizzata da un papato che aveva perduto la sua autorità, da un impero che aveva rag­giunto il culmine della sua po­tenza e del suo splendore e poi dalle tensioni affioranti tra queste due potenze.
Appena asceso al soglio pontificio Gregorio VII redasse un elenco (Dictatus papae) di 27 sentenze, dove sono e­spressi in forma enfatica gli scopi e le idee del papa. «Gre­gorio non considera il regno di Dio come un campo dove il grano cresce con la gramigna, al contrario vede il regno di Dio come un campo dove si scatena, senza tregua e senza pietà, la lotta della civitas Dei contro la civitas diaboli».È sta­to chiamato «il papa più belli­coso che abbia mai occupato la cattedra di Pietro»; domina in lui la volontà di affermare la potenza terrena del Principe degli Apostoli, per questo è pronto a sacrificare sia gli uo­mini che si mettono sulla sua strada sia i principi immutabi­li di verità e giustizia.

Una classe di chierici

Una volta eletto, Gregorio VII si diede da fare per attua­re i suoi obiettivi. Subito tentò di eliminare il matrimo­nio tra gli ecclesiastici e ciò per garantire alla Chiesa che le sue proprietà non passas­sero mai di mano. È certo che uno dei motivi che hanno portato alla legge ecclesiasti­ca del celibato fu la costitu­zione di una classe sociale, formata di chierici, che dove­va essere potente per salvare una civiltà minacciata, e una delle forze di questo corpo sociale stava nel non disper­dere in eredità i loro beni fon­diari. L’effetto di questa legi­slazione fu di creare migliaia di virtuali prostitute tra le mogli innocenti di piccoli sa­cerdoti confusi e adirati. Quando furono separate dai mariti, per colpa di Ildebran­do, molte di loro si suicidaro­no. Le concezioni monastiche sul sesso e sul matrimonio hanno partorito questa legge che è stata conservata e im­posta con ogni mezzo al prete monarchizzato. Il vero «clero secolare» è quello della Chie­sa orientale; la vita sacerdota­le come lentamente si è fissa­ta in Occidente è sostanzial­mente una vita costruita avendo preso in prestito dal monachesimo gli ideali e i mezzi della santità sacerdota­le, sostiene Yves Congar.

I precedenti

L’idea repressiva di «rom­pere con un perpetuo anate­ma il rapporto dei consacrati con le donne» come esigeva Gregorio VII, ha avuto nella Chiesa, già molti secoli prima, voce e spazio. Il primo scritto ufficiale si trova nel Sinodo di Elvira (306), poi nel concilio di Cartagine (390), poi ancora nel Sinodo romano del 402. Ci furono altri sinodi, padri della Chiesa e soprattutto pa­pi che cercarono di imporre il celibato, nonostante l’op­posizione, le protesta furibonde, le zuffe e I tumulti ve­rificatisi nei secoli contro l’iniqua legge che imponeva agli uomini di vivere come angeli. Questa evoluzione della Chiesa occidentale fu una delle ragioni che portaro­no allo scisma tra Chiesa occidentale e Chiesa orientale nel 1054. Mentre la Chiesa or­todossa fonda la sua prassi sui decreti del Sinodo Trullano II (691-692), nel quale si oppose al papa e concesse a diaconi e presbiteri di conti­nuare a vivere il matrimonio, la Chiesa occidentale sceglie di andare contro il normale corso della natura favorendo la fornicazione, la ribellione, lo scandalo e lentamente la spinta verso la Riforma.

Un voto che non funziona

Proprio al tempo del Conci­lio di Trento (1545-1563) si è verificato che il parroco basco Pedro Lopez, fratello di Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, lasciò alla morte quattro figli. Non era un’eccezione: infatti nel 1542 l’arcivescovo Alberto di Brandeburgo confessò al nunzio pontificio Morone: «Io so che tutti i miei preti vivono in concubinato. Ma che posso farci?». «La Chiesa è stata quasi sempre in crisi per quanto riguarda il celibato degli ecclesiastici». «Il voto di castità per i sacerdoti non ha quasi mai funzionato; anzi ha probabilmente provocato più danni alla morale di qualsiasi istituzione dell’Occidente, prostituzione compresa» (Pe­ter De Rosa). La storia del ce­libato è talmente poco edifi­cante che oggi neppure il ro­manzo più «spinto» può riva­leggiare con essa.
Il più inflessibile sostenito­re del celibato fu papa Ilde­brando, che nonostante l’a­perta e continua opposizione degli ecclesiastici, chiamò prostitute tutte le donne dei preti, aizzò contro i preti una teppaglia composta di mona­ci e di canaglie; alcuni chierici persero i loro averi e per non vivere da mendicanti lascia­rono il luogo dove erano stati dei notabili; altri furono muti­lati, torturati, trucidati. Così veniva condotta la «lotta per il celibato» da Gregorio VII.

Caccia alle donne dei preti

Persino i partigiani della riforma furono nauseati dalla vergognosa caccia alle donne dei preti che si era scatenata. La storia del celibato è anche storia della degradazione femminile e di frequenti aborti e infanticidi; è anche storia del clero divenuto una minaccia per le mogli e le gio­vani donne delle parrocchie, è anche storia di sacerdozio ed episcopati divenuti sem­pre più ereditari; è storia dei peggiori scandali verificatisi nella stessa Roma con i papi al primo posto nella classifica dei libertini; è storia dell’infa­me cullagium, cioè la tassa sul sesso che preti, vescovi e papi dovevano pagare per po­ter avere una concubina; è storia di monasteri e conventi dove imperversava la promiscuità; è anche storia di una gran quantità di figli di cui nessuno sa chi siano i padri; è anche storia del permesso da­to ai figli di preti di prendere gli ordini per non rischiare l’estinzione della classe sacerdotale. Il celibato risulta esse­re più che un «gioiello prezio­so» della Chiesa una macchia sul nome del cristianesimo.
Come nel caso del divorzio, anche in quello del celibato fu l’Occidente a staccarsi dalle antiche tradizioni. Approfondendo la storia si scopre che per Gregorio VII il celibato non aveva tanto a che fare con un’esistenza casta, quan­to con l’indipendenza della Chiesa dall’interferenza dei laici. Quel pontefice sognava un regno di Dio sulla terra, che disponesse dei benefici e dei profitti dei parroci, come di preti sciolti da ogni vinco­lo, per disporne più libera­mente e facilmente come è nel caso dei preti monaci. Non pochi ecclesiastici consi­derarono papa Ildebrando un eretico che aveva dimenticato la parola di Cristo e quella dell’apostolo Paolo.

Il rischio della scomunica

Le violazioni del celibato furono nei secoli punite con la scomunica, il carcere, con pene pecuniarie, con la fustigazione e la bastonatura, con la riduzione in schiavitù delle mogli dei preti, con l’invalida­zione di validi matrimoni e la separazione forzata dei co­niugi, con la proibizione di prender parte al matrimonio e alla sepoltura dei figli, con la proibizione di seppellire le mogli dei preti con rito eccle­siastico. Da sottolineare: poi­ché le violazioni del celibato spesso furono punite con pe­ne pecuniarie, il matrimonio dei preti ebbe un ruolo note­vole nella diffusione della Riforma luterana in quanto questa portò a molti trasgres­sori un guadagno economico, consistente nell’evitare l’eso­sa pena pecuniaria.
S. Bonifacio (VIII secolo) in Germania trovò una grande depravazione tra vescovi e sa­cerdoti. Che fare? Si doveva biasimare il clero o la discipli­na impostagli? Dopo la con­statazione che la legge impo­sta procurava solo corruzio­ne, ribellione e scandali, la decisione più ovvia era di abolirla. Questa la soluzione logica per chi aveva veramen­te a cuore il «bene» della Chiesa. Ma poiché lo scopo principale e prevalente è sempre stato di mantenere I «beni» della Chiesa, il nepoti­smo dei papi medievali e ri­nascimentali finì con l’essere doppiamente oltraggioso; in­fatti dando questi «celibi» gran parte dei beni ecclesia­stici ai parenti, resero il celi­bato privo di qualsiasi scopo.
In molte diocesi la religione scomparve proprio a causa del celibato. Nel 1562 Agosti­no Baumgartner, rappresen­tante del duca Alberto di Baviera, in un discorso al Conci­lio di Trento, sottolinea che «la maggioranza delle provin­cia protestanti della Germa­nia sarebbe rimasta fedele a Roma se Roma sulla questio­ne secondaria del matrimo­nio dei preti, avesse mostrato accondiscendenza».Ma i pa­dri conciliari furono sordi. Paolo Sarpi disse che lo Spiri­to Santo era venuto a Trento dentro una valigia preparata a Roma. Gregorio VII non esitò a rivolgersi alle autorità civili per imporre il celibato e molti altri papi hanno conti­nuato nel corso dei secoli su quella linea. In Italia con il Concordato del 1929 lo Stato è diventato il «braccio secola­re» nella persecuzione degli ex preti e religiosi.

Comunità «matrigna»?

La Chiesa, che è chiamata a essere la comunità dell’amo­re, qui si rivela matrigna. Di­versi giuristi e uomini di cul­tura si sono schierati per l’abrogazione dell’articolo 5 concordatario per l’incompa­tibilità con le norme della Co­stituzione. Cesare Magni ha sostenuto che le norme sui diritti di libertà riguardano tutti gli individui, cioè sono inderogabili e non consento­no eccezioni; però una volta sanciti, è stata dichiarata l’in­capacità giuridica degli orga­ni dello Stato a limitare o sop­primere i diritti fondamentali di libertà nei confronti di tutti gli individui, nessuno escluso. Ogni eccezione sarebbe vizia­ta di incostituzionalità. Gram­sci nel 1932 definì gli ex preti «i paria» della società italiana.
La Chiesa, a danno dei suoi preti ribelli, ha usato sia vio­lare il diritto naturale come al primo Concilio Lateranense (1123), sia infrangere i diritti costituzionali come nel Con­cordato (1929).Perchè così impone il sistema ecclesiasti­co. Perché certi poteri occulti sono osteggiati mentre altri, altrettanto nefasti e iniqui, sono ignorati, avendo così massima libertà di ledere im­punemente qualsiasi diritto del cittadino? Vuole davvero essere l’Italia uno Stato sovrano e indipendente? Che cosa aspettano i parlamentari ad adeguare il Concordato alla Costituzione superando que­sta anomalia che è causa di tante ingiustizie per I 10.000 ex preti italiani? La cecità e la sordità di chi è al potere mi costringono a porre certe do­mande che evidentemente at­tendono e meritano risposte «credibili» per chi ha conosciuto persone e vicende «in­credibili». L’ultima notizia in­credibile è che questo papa è stato proclamato santo: san Gregorio VII.

* teologo e psicologo

Il presente articolo è tratto da Riforma – SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE, VALDESI Anno 143 – numero 6 – 9 febbraio 2007. Ringraziamo la redazione di Riforma (per contatti: www.riforma.it) per averci messo a disposizione questo testo

Martedì, 06 febbraio 2007

§ https://www.ildialogo.org/pretisposati/idrammi06022007.htm

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Dictatus papae – I 27 assiomi

Il Papa stabilisce:

Numero Originale latino Italiano
I «Quod Romana ecclesia a solo Domino sit fundata». Che la Chiesa Romana è stata fondata unicamente da Dio.
II «Quod solus Romanus pontifex iure dicatur universalis». Che il Pontefice Romano sia l’unico ad essere di diritto chiamato universale.
III «Quod ille solus possit deponere episcopos vel reconciliare». Che Egli solo può deporre o reinsediare i vescovi.
IV «Quod legatus eius omnibus episcopis presit in concilio etiam inferioris gradus et adversus eos sententiam depositionis possit dare». Che in qualunque concilio il suo legato, anche se minore in grado, ha autorità superiore a quella dei vescovi, e può emanare sentenza di deposizione contro di loro.
V «Quod absentes papa possit deponere». Che il Papa può deporre gli assenti.
VI «Quod cum excommunicatis ab illo inter cetera nec in eadem domo debemus manere». Che, fra le altre cose, non si possa abitare sotto lo stesso tetto con coloro che egli ha scomunicato.
VII «Quod illi soli licet pro temporis necessitate novas leges condere, novas plebes congregare, de canonica abatiam facere et e contra, divitem episcopatum dividere et inopes unire». Che a Lui solo è lecito, secondo i bisogni del momento, fare nuove leggi, riunire nuove congregazioni, fondare abbazie o canoniche; e, dall’altra parte, dividere le diocesi ricche e unire quelle povere.
VIII «Quod solus possit uti imperialibus insigniis». Che Egli solo può usare le insegne imperiali.
IX «Quod solius pape pedes omnes principes deosculentur». Che solo al Papa tutti i principi debbano baciare i piedi.
X «Quod illius solius nomen in ecclesiis recitetur». Che solo il Suo nome sia pronunciato nelle chiese.
XI «Quod hoc unicum est nomen in mundo». Che il Suo nome sia il solo in tutto il mondo.
XII «Quod illi liceat imperatores deponere». Che a Lui è permesso di deporre gli imperatori.
XIII «Quod illi liceat de sede ad sedem necessitate cogente episcopos transmutare». Che a Lui è permesso di trasferire i vescovi secondo necessità.
XIV «Quod de omni ecclesia quocunque voluerit clericum valeat ordinare». Che Egli ha il potere di ordinare un sacerdote di qualsiasi chiesa, in qualsiasi territorio.
XV «Quod ab illo ordinatus alii eclesie preesse potest, sed non militare; et quod ab aliquo episcopo non debet superiorem gradum accipere». Che colui che Egli ha ordinato può guidare un’altra chiesa, ma non può muovergli guerra; inoltre non può ricevere un grado superiore da alcun altro vescovo.
XVI «Quod nulla synodus absque precepto eius debet generalis vocari». Che nessun sinodo sia definito “generale” senza il Suo ordine.
XVII «Quod nullum capitulum nullusque liber canonicus habeatur absque illius auctoritate». Che un testo possa essere dichiarato canonico solamente sotto la Sua autorità.
XVIII «Quod sententia illius a ullo debeat retractari et ipse omnium solus retractare possit». Che una Sua sentenza non possa essere riformata da alcuno; al contrario, Egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri.
XIX «Quod a nemine ipse iudicare debeat». Che Egli non possa essere giudicato da alcuno.
XX «Quo nullus audeat condemnare apostolicam sedem apellantem». Che nessuno possa condannare chi si è appellato alla Santa Sede.
XXI «Quod maiores cause cuiscunque ecclesie ad eam referri debeant». Che tutte le maiores cause, di qualsiasi chiesa, debbano essere portate davanti a Lui.
XXII «Quod Romana ecclesia nunquam erravit nec imperpetuum scriptura testante errabit». Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’eternità.
XXIII «Quod Romanus pontifex, si canonice fuerit ordinatus, meritis beati Petri indubitanter efficitur sanctus testante sancto Ennodio Papiensi episcopo ei multis sanctis patribus faventibus, sicut in decretis beati Symachi pape continetur». Che il Pontefice Romano eletto canonicamente, è senza dubbio, per i meriti di San Pietro, santificato [2], secondo quanto detto da sant’Ennodiovescovo di Pavia, e confermato da molti santi padri a lui favorevoli, come si legge nei decreti di San Simmaco papa.
XXIV «Quod illius precepto et licentia subiectis liceat accusare». Che, dietro Suo comando e col suo consenso, i vassalli abbiano titolo per presentare accuse.
XXV «Quod absque synodali conventu possit episcopus deponere et reconciliare». Che Egli possa deporre o reinsediare vescovi senza convocare un sinodo.
XXVI «Quod catholicus non habeatur, qui non concordat Romane ecclesie». Che colui il quale non è in comunione con la Chiesa Romana non sia da considerare cattolico.
XXVII «Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest absolvere». Che Egli possa sciogliere dalla fedeltà i sudditi dei principi iniqui.[3]

§ https://it.wikipedia.org/wiki/Dictatus_papae

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