In Germania è nato un movimento (“la Repubblica” del 23 u. s.) che sostiene che insegnare ai bambini a scrivere con la penna non ha più senso, stante il fatto che ormai fin da piccoli si è soliti usare la tastiera del computer o dei cellulari!…di Maurizio Tiriticco, da ScuolaOggi)


Non entro nel merito della questione, anche perché una semplice informazione giornalistica non è sufficiente a dar ragione di una scelta, ma la proposta mi suggerisce comunque alcune riflessioni, anche perché nelle nostre scuole sono ormai pochi gli insegnanti che si adoperano perché i loro alunni scrivano non solo correttamente, ma anche con una grafia leggibile.

E’ ormai noto che tra pensiero e linguaggio corre un rapporto molto stretto e che si alimentano l’un l’altro. Ma, se il pensare costituisce una operazione invisibile, il linguaggio assume sempre due forme concrete, quella orale e quella scritta. Potremmo definire in senso lato “operazioni linguistiche” anche il disegnare, il dipingere, il suonare, il fare un qualcosa sempre e comunque! Perché, come vuole la scuola di Palo Alto, la comunicazione è comportamento e viceversa. In effetti, l’espressione di sé, se ragionata e finalizzata, assume sempre forme visibili e tangibili. La domanda che allora mi pongo è: esiste un rapporto tra lo scrivere manualmente ed apprendere a pensare, ragionare, intuire, a costruire se stessi, in altre parole ad essere? Io penso di sì!Umberto Eco afferma tra l’altro (“The Guardian” del 9 settembre del 2009) che “l’arte della scrittura insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano”; e che, anche se “può sembrare un esercizio ottuso e repressivo, ci ha insegnato a tenere i polsi fermi sulle nostre scrivanie, sui nostri computer portatili”. A mio avviso, non si tratta solo di controllo delle dita, ma di un avvio consapevole e riflesso dell’uso delle dita e delle mani nonché della costruzione di un vedere coordinato con il tatto, quindi mirato e puntuale. Sono i segnali evidenti di una psicomotricità in crescita.
Attenzione! Non penso alla calligrafia, che è altra cosa rispetto ad una grafia corretta! La prima rinviava direttamente, nelle scuole del nostro secondo Ottocento, al fatto che molti bambini da grandi sarebbero stati impiegati in una pubblica amministrazione totalmente nuova in uno Stato unitario appena costituito, e che avrebbero dovuto redigere registri e documenti manualmente, essendo ancora lontano l’uso della macchina da scrivere: documenti che, scritti da un milanese o da un palermitano sarebbero stati letti con analoga competenza da un palermitano o da un milanese! Si poneva anche, infatti, la questione di un lingua nazionale orale e scritta. Che poi i metodi per realizzarla, in genere sempre coercitivi, fossero discutibili è un’altra questione. Anche perché leggere e scrivere era importante in primo luogo sotto il profilo strumentale; la comprensione e l’uso funzionali erano di secondaria importanza!
Penso invece alla grafia pura e semplice, per cui una p non deve confondersi con una q, una m con una n, e penso soprattutto a come legare insieme le lettere che costituiscono l’unità di una parola, sia nella comunicazione orale che in quella scritta: legami che nella scrittura a stampa non si evidenziano; e penso alla punteggiatura, che non si vede… ma si scrive! Tutte cose non da poco.
In seguito nelle scuole, quando in effetti l’insegnamento della calligrafia non aveva più una piena giustificazione, non si è passati però all’insegnamento della grafia, ma ad una pressoché totale disattenzione verso l’apprendimento della scrittura. Tutti notiamo che un’altissima percentuale di ragazzi scrive con la sinistra, anche se non sono affatto mancini! Se una volta il mancinismo era considerato segno del diavolo, oggi fortunatamente non è più così! Ma pochi sanno che scrivere con la destra è funzionale ad una scrittura destrorsa, mentre scrivere con la sinistra non lo è affatto. Il mancino che scrive, di fatto copre con la mano ciò che ha già scritto e ciò non solo provoca che foglio e mano si sporchino, ma rompe anche la continuità della formulazione del pensiero. A volte fa un certo effetto osservare ragazzi che scrivono con la sinistra tenendo penna e foglio in modi assai scomodi e strani. Del resto è anche frequente osservare ragazzi che, pur destrimani, tengono la penna come se fosse uno scalpello o che so io! A parte queste note di colore, resta sempre il fatto che un uso non corretto dello strumentazione penna/carta provoca nel soggetto che apprende fastidio e stanchezza nei confronti della scrittura, se non una vera e propria disaffezione. Nulla quindi contro il mancinismo, qualora abbia una reale giustificazione, ma tutto contro quando si manifesta solo perché l’insegnante non si preoccupa affatto di come l’alunno instaura i suoi primi rapporti con la carta/penna. Ovviamente, un’attenzione analoga andrebbe osservata da parte della maestra dell’infanzia quando il bambino comincia ad utilizzare carta, matite e pennarelli: anche perché i disegni dei bambini sono più eloquenti di quanto non si creda… disegnano ciò che ancora non sanno dire o scrivere, e la letteratura al proposito è sterminata!
Occorre anche considerare che la scrittura ha sempre una doppia finalità, una assolutamente personale (il caso degli appunti, di un diario) un’altra interpersonale e comunicativa (una lettera, un articolo). E scrivere “per gli altri” è forse più frequente dello scrivere per se stessi, soprattutto nella scuola dove gli altri sono in primo luogo gli insegnanti. Pretendere, dunque, un grafia non solo corretta ma anche leggibile non è un optional; e nell’insegnamento linguistico, la grafia dovrebbe costituire un indicatore di primaria importanza, lasciando comunque all’esperto grafologo “leggere” in un testo il carattere di una persona.
L’insegnare a scrivere non può essere disgiunto dall’insegnare a scrivere secondo una grafia condivisa. La scrittura è lo strumento che in parte aiuta il soggetto a dar corpo ai suoi pensieri, alle sue emozioni, a prenderne consapevolezza, in altri termini a prendere coscienza di sé, di fatto a “costruirsi”. Ma è anche lo strumento che gli permette di raccontarsi, ed anche agli altri, quindi di apprendere a comunicare: tutto ciò coniugato con la lettura e l’ascolto, ovviamente. Se leggere, scrivere e far di conto erano strumentali, nelle nostre scuole del secondo Ottocento, al fine di costruire un suddito diligente e un bravo impiegato, oggi leggere, scrivere, parlare, ascoltare, transcodificare, ragionare, esplorare, ecc., sono finalizzati a costruire un cittadino a pieno titolo.
L’insegnamento/apprendimento non della calligrafia eguale per tutti (le variabili erano molte, c’era la scrittura posata di più grandezze, c’era quella corsiva; per non dire della gran varietà di caratteri; e le regole erano molto rigide), ma di una grafia corretta pur se personale, dovrebbe costituire pertanto un alto fattore di formatività (se per formazione intendiamo quella della persona in quanto tale). E ciò alla pari di altre operazioni altrettanto formative, ma in larga parte oggi trascurate, quali ad esempio la lettura ad alta voce o l’apprendimento mnemonico di poesie e di altri brani significativi. Il dantesco “lo ritener l’avere inteso” non aveva senso solo per un’epoca in cui i codici dei copisti erano per pochi iniziati e il supporto cartaceo muoveva i suoi primi passi dalla cartiera di Fabriano! Molti si chiedono: a che giova ricordare, oggi, quando basta un clic e dal web hai tutto ciò che ti serve? Ma la memoria non è una sacca di ricordi più o meno importanti, è un archivio organizzato che giorno dopo giorno possiamo e dobbiamo implementare per tutte quelle sfide che non solo un mondo del lavoro particolare, quello della cosiddetta società della conoscenza, ma anche quello del quotidiano ci propongono!
Riconoscere quanto sia formativa la scrittura per la persona, per il suo apprendere e per il suo comprendere, significa porre un’attenzione particolare al suo primo approccio con la carta, la matita, il pennarello, la penna! Nelle aule occorre attivare subito interventi mirati in modo da evitare in seguito interventi correttivi che forse non avrebbero più successo. I docenti, soprattutto nelle prime classi della scuola primaria, non dovrebbero limitarsi ad insegnare a scrivere indiscriminatamente, ma dovrebbero avere una particolare cura per lo sviluppo della grafia di ciascun alunno e progettare tutte le azioni didattiche che ne conseguono. E soprattutto sarebbe necessario che nelle prossime Indicazioni nazionali per il primo ciclo attività di insegnamento/apprendimento di questo tipo trovassero lo spazio dovuto! Con tutti i suggerimenti operativi del caso e non solo con enunciazioni di principio.

 

Roma, 25 agosto 2010