Il Consiglio di Stato il 29 settembre ha respinto il ricorso del Miur e ha riconfermato di fatto l’illegittimità dei Decreti ministeriali che hanno ridotto l’orario di funzionamento delle classi non riformate degli istituti tecnici e professionali…(da ScuolaOggi)


Le prime reazioni del Governo e ministeriali confermano che, alla luce dei precedenti comportamenti, questa amministrazione sarà costretta a fare carte false e ad ignorare i pronunciamenti della magistratura. E’ bene non dimenticare, a proposito di illegalità, che ancora oggi non risultano pubblicati sulla G.U. i Decreti interministeriali che riguardano la definizione degli organici docenti per gli anni 2009-10 e 2010-11.

Anche per questo motivo è utile avere presente che il prossimo 12 ottobre il Consiglio di Stato si pronuncerà sul ricorso contro la sentenza con cui il TAR del LAZIO (Sezione Terza Bis), lo scorso 3 marzo, aveva respinto i ricorsi presentati contro il Piano Programmatico e contro i Regolamenti sul Primo Ciclo d’Istruzione (D.P.R. n.89/09) e sulla razionalizzazione della rete scolastica (D.P.R. n. 81/09). Il TAR del Lazio in quell’occasione liquidò assai sbrigativamente le contestazione presentate. Molto spesso senza entrare nel merito delle questioni poste. Ed è per questo motivo auspicabile che il Consiglio di Stato operi prossimamente con la serietà che ha dimostrato nel citato pronunciamento.
I ricorsi ora impugnati presso il Consiglio di Stato erano stati trattati da TAR del Lazio nell’udienza pubblica del 3 dicembre 2009 dopo che la Camera di Consiglio del 22 ottobre 2009 aveva fissato l’udienza per tale data per una più opportuna trattazione del merito.
Per quanto riguarda le motivazioni concernenti il Ricorso contro il Piano programmatico il Tar si rifà largamente alla Sentenza n° 200/09 della Corte Costituzionale.
Ne consegue, in questo caso in maniera del tutto convincente, il rigetto, delle censure di costituzionalità. Ciò perché lo Stato, secondo quanto confermato nella sentenza dell’Alta Corte, quando tali materie riguardino quelle di competenza legislativa statale, può delegificare tramite i regolamenti di cui all’art.17 della legge n°400/88. E tali sono tutte le materie, tranne quelle di cui alla lettera f-bis, enumerate all’art.64, comma 4, della legge 133/08.
Meno convincente appare la motivazione con cui il TAR respinge il terzo motivo del ricorso che riguarda l’anomala attribuzione al piano programmatico del compito di definire materie e criteri di delegificazione non previsti dalla legge.
In questo ambito si deve rilevare che il Tar sostiene che le modifiche alla legislazione vigente indicate nel Piano sono legittime in quanto risalirebbero ai decreti legislativi emanati in attuazione della legge n°53/2003.
I ricorsi, tra le altre, indicano la scuola dell’Infanzia e l’abolizione generalizzata del TEAM della scuola primaria come materie che la legge 133/08 non tratta e non prevede. Se si esaminano le precedenti decisioni della Corte dei conti sullo stesso argomento in sede di esame del Regolamento si scopre che anche in quella circostanza tali questioni erano state poste e poi lasciate cadere.
In ogni caso tutti gli organismi di giustizia Costituzionale o di controllo amministrativo che si erano pronunciati su tale materia erano rimasti  nello specifico terreno loro attribuito dalla giurisdizione.
La Corte Costituzionale, valutando esclusivamente la sfera di competenza legislativa statale e la legittimità di regolamentare su tali materie con gli strumenti della delegificazione.
La Sezione di Controllo del Consiglio di Stato, verificando la corrispondenza delle materie trattate nei regolamenti con quelle indicate nel Piano programmatico e nella legge, non era mai entrata nel merito di un riscontro puntuale dei contenuti dei Regolamenti con le direttive del Piano e con i criteri stabiliti dalla legge. Proprio in quei pareri peraltro nasce la bizzarra tesi del ruolo delegificante, integrativo della legge, assegnato al Piano programmatico. Del resto quei pareri furono pronunciati in maniera assai precaria se si tiene presente che il piano programmatico all’epoca non risultava ufficialmente individuato e disponibile. Ci volle, come sappiamo, un successivo decreto legge per renderlo tale.
Nel primo ricorso, presentato e respinto dal Tar del Lazio, veniva ripresa la contestazione riguardante l’indicazione di materie di delegificazione non esplicitamente indicate nella legge.
L’altra linea di contestazione del Piano programmatico riguarda la sua mancata formalizzazione dopo l’acquisizione dei previsti pareri.
La dove la sentenza del TAR comincia dimostrare vistose crepe logico interpretative è quando affronta il merito dei contenuti del Piano. Infatti laddove si contesta il modo con cui i ricorrenti segnalano la illegittimità del Piano, come dovuta alla circostanza che esso disciplinerebbe da un lato l’ordinamento della Scuola d’Infanzia, mentre l’art. 64 del d.l. n. 112 del 2008 non lo prevede e dall’altro lato che esso eccederebbe la delega di cui all’art. 64 del d.l. n. 112 del 2008 nella parte in cui incide sull’ordinamento didattico della Scuola primaria, sostituendo l’organizzazione per moduli con quella del maestro unico per 24 ore settimanali, laddove la norma sul maestro unico non prevede un’estensione generalizzata di detta modalità organizzativa.
Il TAR assai sorprendentemente non contesta tale argomentazione. Con un approccio iniziale di tal fatta appare del tutto ingiustificata l’incredibile omissione di qualsiasi argomentazione difensiva nei confronti delle contestazioni riguardanti le medesime materie.
Sfugge al TAR, che infatti eviterà di replicare in materia quando tali censure riguarderanno il regolamento n°89, che la trattazione della scuola dell’infanzia e il maestro unico generalizzato non sono previsti né dalla legge né dal Piano programmatico.

Per il Decreto n°81 sulla rete scolastica è stato posto dai ricorrenti anche il problema della sua pubblicazione sulla G.U. dopo la sentenza n°200 della Corte costituzionale.

Infatti il primo motivo del ricorso rilevava che “Il Regolamento impugnato è stato adottato, con riferimento al suo Titolo I, in attuazione dell’art. 64, comma 4, lettera f-bis del D.L. n. 112/08 (convertito con modificazioni in Legge n. 133/08) e che la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 64, comma 4, lett. f-bis, in quanto ha affermato che il settore del dimensionamento scolastico rientra in ambito di legislazione concorrente e non può formare oggetto di delegificazione.
Sarebbe quindi evidente, l’illegittimità del Regolamento impugnato,e di tutti gli atti conseguenti, mediante i quali è stata data attuazione ad una norma dichiarata incostituzionale.”

Il Tar invece ha sostenuto che la censura va respinta perché sullo schema di Regolamento precedente a quello attualmente adottato si era pronunciato il Consiglio di Stato con il parere del 2 febbraio 2009.
Questo parere, pur non potendo tenere conto della sentenza n. 200 del 2009 pronunciata dalla Corte Costituzionale il successivo 2 luglio, tuttavia la anticipava nei contenuti!
Il Regolamento avrebbe, secondo il TAR, recepito le proposte di modifica del Consiglio di Stato, anticipando gli effetti della successiva Sentenza della Corte Costituzionale!
Tali modifiche erano volte a “salvaguardare l’autonomia locale e delle singole istituzioni scolastiche, demandando all’intesa con la stessa la disciplina di dettaglio della materia”.
Il Regolamento (DPR n.81), di cui veniva denunciata la complessiva illegittimità prevede all’art.1 al comma 1 che: “Alla definizione dei criteri e dei parametri per il dimensionamento della rete scolastica e per la riorganizzazione dei punti di erogazione del servizio scolastico, si provvede con decreto, avente natura regolamentare, del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, adottato di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza unificata, di cui all’articolo 64, comma 4-quinquies, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.”
Il Regolamento prevede cioè, dopo l’Intesa con le Regioni, che il potere regolamentare resti ancora al MIUR.
Ma proprio questa circostanza risulta esclusa dalla Sentenza n° 200 e quindi incostituzionale. E’ strano che il TAR non abbia neppure provato a dimostrare il contrario.

Il ricorsi affrontano poi una serie di altri motivi di illegittimità a cui il TAR replica superficialmente e talvolta non replica affatto.

I ricorrenti hanno, fra l’altro, sostenuto che i Regolamenti impugnati sono illegittimi, per violazione dell’art. 64, commi 3 e 4, della L. n. 113/08, e dell’art 17, comma 25 del D.L. n.78 del 1 luglio 2009,convertito nella legge n.102 del 3 agosto 2009, anche sotto un ulteriore profilo. I Regolamenti, sostengono i ricorrenti, non possono esistere senza l’adozione del Piano.
Ebbene, nel caso in esame, i Regolamenti sono stati approvati sulla base del Piano, così come adottato dal Governo ed infatti nell’epigrafe del regolamento si legge: “visto il Piano Programmatico predisposto in data 4 settembre 2008”.
Il Decreto legge n. 78 del 1 luglio 2009 convertito nella legge n.102 del 3 agosto 2009 nella prima parte dell’art.17, comma 25, cosi recita “L’articolo 64, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, si interpreta nel senso che il Piano programmatico si intende perfezionato con l’acquisizione dei pareri previsti dalla medesima disposizione e all’eventuale recepimento dei relativi contenuti si provvede con i regolamenti attuativi dello stesso.”.
Poiché con la delibera del Consiglio dei ministri del 18 dicembre 2008, con cui è stato approvato lo Schema preliminare di Regolamento, nelle suddetta epigrafe non vengono citati i pareri resi dalle Camere la previsione richiamata del D.L. 78 non risulta rispettata, né d’altra parte poteva facilmente esserlo retroattivamente. Di conseguenza gli Schemi di Regolamento approvati non hanno potuto tenere conto di tali pareri e il Piano programmatico indicato nelle premesse risulta di fatto inesistente ai sensi della normativa vigente.
È evidente, quindi, la violazione del giusto procedimento di legge, che ai sensi del citato D.L. n.78 imponeva al Ministro – una volta acquisiti i pareri obbligatori delle Camere – di presentare gli Schemi di Regolamento formulati sulla base del Piano programmatico, accompagnandone la presentazione in Consiglio dei ministri con le osservazioni svolte dalle Commissioni Parlamentari. Dagli atti del Consiglio dei Ministri del 18 dicembre 2008 questa circostanza non risulta. Dalla epigrafe del Regolamento sulla rete scolastica non risulta alcun riferimento al Piano ed in quello riguardante il primo ciclo risulta essere quella inizialmente del Consiglio dei ministri del 4 settembre 2008. Di qui l’illegittimità dei Regolamenti che, in quanto atti conseguenti rispetto al Piano, non potevano esser adottati sulla base di un Piano predisposto o perfezionato, ma non corredato dei previsti pareri.

La replica del TAR a tali precise e circostanziate denunce omette di prendere in considerazione gli argomenti proposti circa l’esistenza delle modalità di individuazione del piano programmatico stabilite dall’art ’ART. 17, COMMA 25, DEL D.L. N.78/2009 CONVERTITO NELLA LEGGE N.102 DEL 3 AGOSTO 2009.
Infatti il TAR, invece di misurarsi sul significato e sugli effetti dell’art.17, comma 25, del, D.L. n.78/2009, si rifà alle valutazioni del Consiglio di Stato del 2 febbraio 2009, laddove la sezione di controllo sugli atti di governo specificava che il procedimento di adozione del regolamento appariva rispettoso di tutti i passaggi e delle regole di competenza fissate dalla normativa generale dall’art. 17, comma 2 della legge 23 agosto 1988, n. 400 e in particolare dall’articolo 64, commi 3 e 4 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.
E’ evidente che il Consiglio di Stato in tale occasione aveva preso in considerazione un Piano inesistente. Infatti non si comprenderebbe per quale misterioso motivo, proprio per individuarlo, sei mesi dopo il Governo abbia dovuto adottare uno specifico decreto legge. Quello che sorprende nel modo di procedere del TAR è il rifiuto di valutare i motivi del ricorso là dove richiedono se quel piano programmatico, all’attenzione prima del Consiglio dei Ministri e poi del Consiglio di Stato, corrispondeva alle caratteristiche indicate nel decreto legge n° 78/09.

Un altro motivo che riguarda entrambi i regolamenti, pone la questione di Illegittimità costituzionale dello stesso art. 17, comma 25, D.L. 78/2009, convertito nella legge n. 102/2009 per viola­zione degli artt. 3 e 97 Cost.
I Ricorrenti hanno sostenuto che le norme di interpretazione autentica, avendo portata retroattiva, sono consentite dall’ordinamento solo ed esclusivamente se effettivamente sono norme di interpretazione e non norme modificative del precedente ordinamento.
Nel caso in esame, la legge originaria era di un’assoluta chiarezza e non necessitava di alcuna norma di interpretazione autentica.
Il procedimento prevedeva l’adozione di un Piano, l’espressione di un parere da parte della Commissione parlamentare e l’approvazione definitiva dello stesso Piano sulla base delle modifiche introdotte dalla Commissione parlamentare, modifiche che nel caso in esame ci sono state e sono state anche ampie e approfondite.
Il Governo, invece, non ha tenuto in alcun conto le modifiche ed ha adottato il regolamento sulla base dell’originario atto di adozione, come risulta pacifico ed incontestabile dall’epigrafe dei regolamenti e come risulta pacifico ed incontestabile dal fatto che il Governo ha approvato una norma di interpretazione autentica nel maldestro tentativo di salvare il vizio del procedimento.
Sempre con riferimento D.P.R. n.81 i ricorrenti sostengono che “Il Regolamento impugnato è illegittimo anche perché non costituisce puntuale attuazione del Piano programmatico, ma si discosta dalle indicazioni del Piano in diversi punti.
In primo luogo, il Regolamento impugnato – rispetto al Piano – dispone il rinvio di un anno della razionalizzazione della rete scolastica con conseguenze sulla riduzione dell’organico dei docenti della scuola primaria e dei dirigenti che, secondo il Piano, nel triennio,avrebbe dovuto riguardare 27.593 posti e che, invece, nel Regolamento è divenuta di 31.686 posti.
È evidente, quindi, che il Regolamento non è nemmeno conforme al Piano dal momento che dispone una diversa articolazione temporale e quantitativa delle riduzioni di organico. Anche sotto tale ulteriore profilo, quindi, appare chiara l’illegittimità del Regolamento impugnato.

Il TAR invece sostiene che “tale censura è smentita dalla lettura del Regolamento che all’articolo 1 detta i criteri ed i parametri relativi al dimensionamento delle istituzioni autonome e che rinvia ad un decreto interministeriale adottato di concerto con il Ministero dell’economia.
Purtroppo, il Tar,come è già accaduto al Consiglio di Stato ed in parte anche alla Corte dei Conti, si rifiuta di entrare in questo merito, rimanendo attestato su affermazioni generali di principio che nulla hanno a che spartire con il merito delle contestazioni presentate nei ricorsi.
Non si vuole prendere atto che i Regolamenti non attuano il Piano programmatico così come il Piano programmatico in parte non attua la legge. Si tratta di grandi pali piantati nell’occhio di una magistratura amministrativa che evidentemente finora non ha voluto vedere.

Il Tar ha continuato fra l’altro a ignorare che i Decreti interministeriali sugli organici dei docenti, di cui si occupano ricorsi ancora al suo esame che ancor oggi si rifiuta di concludere, non sono stati ancora pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica! Infatti c’é da segnalare un fatto incredibile. Lo stesso giorno, il 3 marzo 2010, la stessa Sezione del TAR Lazio emette un’Ordinanza sospensiva perché il suddetto Decreto Interministeriale sugli organici sarebbe inprocedibile in quanto non noto. Ma come? Se il D.I. non esiste come si fa a sostenere, nella Sentenza che stiamo esaminando, e che ora va all’esame del Consiglio di Stato, che ciò che non sarebbe stabilito dal Piano programmatico sarebbe ben precisato nel Decreto Interministeriale?

Ma le risposte più sorprendenti e francamente incredibili sono quelle che riguardano gli ultimi tre motivi aggiunti del secondo ricorso, quello sul Regolamento riguardante il primo ciclo.
Con il primo di essi i ricorrenti sostengono che il Regolamento è illegittimo anche nella parte in cui prevede, all’art. 1, comma 4, la revisione delle Indicazioni nazionali mediante regolamento da adottarsi, ai sensi dell’art. 17 della L. 400/88, comma 3.
Il Regolamento, infatti, prevede che “nel corso del triennio […] l’eventuale revisione delle Indicazioni nazionali, da adottarsi con regolamento […]”.
Si rileva che le Indicazioni nazionali sono contenute in un atto avente forza di legge (D.lgs. 59/04), per cui la delega a modificarle deve essere contenuta in una legge.
Ancora una volta, invece, si introduce un procedimento di delegificazione non per legge, ma mediante atto amministrativo, con ciò evidentemente violando il procedimento previsto dalla Legge n. 400.
È noto, infatti, che per poter delegificare una determinata materia, è necessario che vi sia un atto normativo di rango primario, che fissi i criteri e l’ambito di applicazione dei decreti delegificanti, non essendo possibile che ciò accada mediante atto amministrativo.
Non vi può essere, quindi, un atto amministrativo che conferisca ad un altro atto amministrativo il potere di abrogare una norma di rango primario, così come accade nel caso in esame.
Il Regolamento prevede che un altro regolamento modifichi la legge, con un processo a cascata, che rende il Parlamento del tutto estraneo al processo.
In altri termini, sulla base di questa norma regolamentare, il Parlamento si troverà una normativa delegificata senza nemmeno saperlo, in quanto la delega alla delegificazione non è contenuta in una legge, ma in un regolamento.
Il Regolamento di cui all’art.1 comma 4 (da adottare ai sensi del comma 3 dell’art.17) non è quello previsto dal Piano che invece lo ricollocava tra quelli di cui all’art.64, comma 4 alla lettera b), (da realizzare in base al comma 2 dell’art.17). Non é neppure tra quelli previsti dall’ art.12 del D.lvo 226/05 che lo prevedeva, si ai sensi del 2 comma dell’articolo 17 della legge 400//98, ma con relativo parere da parte delle Commissioni parlamentari. Il mantenimento di questo parere, trattandosi di materia a suo tempo valutata dal Parlamento, risultava estremamente necessario.

Il TAR dice che tale censura non può essere condivisa. Ciò in quanto “la disposizione di cui all’art. 1, comma 4 del regolamento di cui al D.P.R. n. 89 del 2009 era stata oggetto di valutazione da parte della Sezione consultiva per gli atti normativi del Consiglio di Stato.
Un altro motivo del ricorso aggiunto che non trova alcun tipo di risposta nella Sentenza del TAR del Lazio è quello riguardante l’illegittimità dell’inserimento della scuola dell’infanzia tra le norme da delegificare.

Infatti il Regolamento impugnato risulterebbe illegittimo nella parte in cui disciplina la Scuola dell’Infanzia, pur in assenza di qualsivoglia previsione normativa in tale senso nell’art. 64 cit.
I ricorrenti segnalano che l’art. 64 del D.L. n. 112/08 non menziona affatto la Scuola d’Infanzia tra gli obiettivi della riforma, limitandosi ad incaricare il Ministro dell’Istruzione di redigere un Piano programmatico per il miglioramento dei servizi scolastici, senza prevedere la revisione dell’ordinamento della Scuola di infanzia.
Ma, a ben vedere, vi sono anche ulteriori elementi che dimostrano che l’art. 64 cit. non fa alcun riferimento alla Scuola di infanzia.
In primo luogo vi è da dire che la norma di qua si riferisce all’ordinamento scolastico; e la Scuola di infanzia non vi ha mai fatto parte, costituendo una Istituzione del tutto autonoma e diversa dalla Scuola primaria.
Ciò è ulteriormente confortato dal fatto che l’art. 64 cit. usa termini quali “piani di studio”, “curricoli” e “quadri orari” che certamente non hanno nulla a che fare con l’attuale ordinamento della Scuola di infanzia.
L’anticipo delle iscrizioni, contrariamente a quanto stabilito nel regolamento non è previsto nel Piano. Anzi nel Piano a pag. 7 si fa riferimento, per una eventualità del genere, ad un apposito provvedimento normativo. Ciò perché si tratta di reintrodurre quanto già previsto dall’articolo 2 del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e successivamente abrogato dall’art. 1 comma 630 della legge 296/2007. Per tale motivo lo stesso Piano ravvisava la necessità di uno specifico “atto normativo” che con tutta evidenza non poteva essere il regolamento.
È evidente, quindi, l’illegittimità del provvedimento impugnato, per violazione dell’art. 64 D.L. n. 112 cit. in quanto, come visto, non vi era alcuna indicazione legislativa, che consentisse al Ministro di intervenire anche sul settore della Scuola dell’ infanzia.
Ma il TAR non dedica nemmeno una parola per confutare tali dettagliate e inequivocabili contestazioni. Poiché non si può trattarsi di una distrazione o di una dimenticanza probabilmente si è trattato di una materia a cui il Tar non ha potuto fornire una risposta collegialmente condivisa.
Era già capitato alla Corte dei Conti che in sede di primo esame dell’Ufficio di Controllo aveva ritenuto illegittima la trattazione della scuola per l’infanzia e che con la Sezione Centrale di Controllo aveva affrontato la materia con generiche formulazioni.

Sul terzo motivo del ricorso riguardante la scuola primariai ricorrenti sostengono che il Regolamento è illegittimo anche nella parte in cui incide sull’ordinamento didattico intervenendo sull’organizzazione dei moduli, sopprimendoli e sostituendoli con un modello didattico operante con un maestro unico, cui è assegnata una cattedra di 24 ore settimanali.
La norma citata, sostengono i ricorrenti, non prevede affatto l’estensione generalizzata del maestro unico a tutte le classi della scuola primaria, tanto è vero che si prevede di tenere comunque conto delle esigenze delle famiglie, in relazione ad una più ampia articolazione tempo-scuola.
Nel Regolamento impugnato, invece, è chiara l’intenzione del Ministro di provvedere alla introduzione esclusiva del cd. maestro unico ed alla sostituzione del precedente modulo didattico, basato su tre maestri per due classi .
Tanto si rileva dall’art. 4 del Regolamento impugnato che espressamente introduce la figura del maestro unico, come unica ipotesi a regime.
E la difformità tra il Regolamento, Piano Programmatico ed art. 64 D.L. 112/08 è ancor più evidente nella Relazione Tecnica allegata al Piano Programmatico.
Il Regolamento prevede l’abolizione totale dell’istituto del TEAM di tre docenti ogni due classi. Non attua il Piano programmatico perché nella questo sua relazione tecnica prevedeva la permanenza di 102.694 classi funzionanti con i moduli.
Il Regolamento invece, sostituisce (a regime) ovunque i TEAM. Di tale clamorosa innovazione (sostituzione generalizzata del TEAM con il maestro unico) non trattano l’art.64 della legge 133/08, l’art. 4 della legge 169/08 e lo stesso Piano.
Il Piano, contrariamente a quanto avviene nel Regolamento, non prospetta esplicitamente, come avrebbe potuto, il superamento totale del TEAM. Se la scelta del Piano fosse stata quella di introdurre il maestro unico al posto del TEAM e non quella di consentire una determinata riduzione dell’organico, non sarebbe stato necessario, per raggiungere tale obiettivo, ricorrere alla formula che prevede la riduzione da 30 a 27 ore settimanali nelle 102.694 classi attualmente funzionanti con il TEAM. Sarebbe stato sufficiente indicare la sostituzione dei TEAM per tutte le classi, a cominciare dalle prime.
Anche l’abolizione delle compresenze e la conseguente riduzione dell’organico dei docenti della scuola primaria non erano previste né dall’art 4 della legge 169 né dallo stesso Piano.
Cosi neppure il Piano prevede la creazione dell’istituto del “posto orario” nella scuola primaria.
Ma la questione di gran lunga più rilevante fra quelle realizzate nei Regolamenti e non previste dal Piano è la riduzione dell’organico docente nella scuola primaria, che secondo il Piano avrebbe dovuto riguardare nel triennio 30.067 posti, e che è invece divenuta nella relazione tecnica al Regolamento un taglio, solo nel triennio,di 38.912 posti.
Il Regolamento, quindi, va oltre quanto disposto dallo stesso Piano, trasformando quella che era una possibilità prevista dalla legge in un obbligo esclusivo, in evidente violazione della legge.
Il Regolamento è illegittimo anche nella parte in cui incide sull’ordinamento didattico della Scuola secondaria di primo grado. Infatti l’orario settimanale delle lezioni nella scuola secondaria di primo grado, che nel Regolamento è di 30 ore, non è più quello di 29 ore settimanali previsto nel Piano. Cambiano anche i criteri per l’effettuazione del tempo prolungato. Mentre la relazione tecnica del Piano quantificava rispettivamente in 9.600 e in 13.600 i posti da tagliare con il nuova modello di orario settimanale delle lezioni e con i nuovi criteri per l’istituzione del tempo prolungato, il Regolamento nella sua relazione tecnica prevede, nello stesso triennio, rispettivamente una riduzione di 6.285 e di 8.710 posti. Complessivamente, considerate tutte le misure previste per le riduzioni dei posti, si passa 29.740 posti del Piano ai 22.143 dei Regolamenti.
Il Regolamento disattende il Piano anche per quanto riguarda la riduzione di posti nella scuola secondaria superiore non prevedendo tagli per anno scolastico 2009-10 a fronte dei 3.300 posti previsti nel Piano.
Come si è visto si tratta di una nutrita e argomentata serie di contestazioni a cui il TAR non fornisce incredibilmente alcuna seria risposta. Non possono infatti definirsi tali quelle formulate nella sentenza.
Su tutte queste materie il Consiglio di Stato è dunque chiamato, il prossimo 12 ottobre, a formulare un pronunciamento serio ed approfondito.b