altIl concorso dai posti decurtati e dai numerosi ricorsi al Tar è costato allo Stato alcuni milioni di euro e ai candidati almeno 40 milioni di euro (di cui 15 finiti forse in evasione fiscale). Il preside elettivo non avrebbe comportato alcuna spesa

 

I dirigenti scolastici siano democraticamente eletti. Se una scuola non ha il preside, un docente rimane senza lavoro.

 

di Polibio – 9 agosto 2012

L’ingarbugliato concorso dai posti decurtati e dai numerosi ricorsi al Tar è costato allo Stato alcuni milioni di euro e ai candidati almeno 40 milioni di euro (di cui 15 finiti forse in evasione fiscale). In media, 1.000 euro sono gravati su ciascuno dei candidati, in parte per l’acquisto di libri contenenti quiz, cruciverba e quesiti a risposta multipla, in parte per l’acquisto di libri senza alcun dubbio seri, ma per la maggior parte spesi per partecipare a corsi di preparazione alla prova preselettiva e a successivi corsi per sostenere le prove scritte e la prova orale (corsi dal costo variabile per poterli frequentare, compreso fra 250 e 700 euro).
Affari d’oro (anzi, d’euro) per i dirigenti scolastici e per i dirigenti degli uffici scolastici regionali e provinciali (ma anche di altri uffici pubblici) che nei corsi organizzati da sindacati, da associazioni professionali di categoria, da consorzi e da associazioni di scuole autonome, da associazioni varie hanno svolto attività di docenza, anche con due incontri settimanali e con migrazioni da una provincia all’altra e addirittura da una regione all’altra per tenere lezioni e relazioni finalizzate, nella prima fase, alla partecipazione alla preselezione, risultata, com’è ormai a tutti ampiamente noto, raffazzonata, e quindi inadeguata. Una disorganizzazione tale – e non soltanto per i mille quesiti rottamati dal Miur pochi giorni prima della prova, per il notevole ritardo nell’inizio della prova rispetto al sorteggio dei quesiti svoltosi a Roma tre ore prima, per il “libero” uso di telefoni cellulari e di computer da parte dei candidati e di chiunque altro dentro le aule e nei corridoi delle scuole fino a pochi minuti prima della prova, per il lato oscuro che riguarda l’elenco (inesistente) dei dirigenti, ovviamente “autorizzati”, che hanno svolto attività di preparazione alla prova e l’entità dei compensi dovuti dai terzi da ciascuno di loro percepiti per l’attività svolta per conto di terzi nel rispetto delle disposizioni vigenti (art. 24, comma 3, del decreto legislativo 165/2001) per quanto concerne, oltre alla fiscalità, la destinazione e la ripartizione delle somme corrispondenti) da destare legittimi sospetti sul corretto procedere del concorso in tutte le sue fasi.
Per questo concerne la spesa pubblica, i milioni di euro che sono stati spesi – e conoscerne l’entità non è facile, anche perché la trasparenza è resa impossibile dall’appannamento che, appunto, la offusca parecchio – sono parecchi, a partire da quelli che hanno riguardato il FormezItalia, nonostante la disorganizzazione che lo ha caratterizzato e che è negativamente gravata sul concorso e sui candidati, procedendo poi con le prove scritte e con le prove orali, condotte a livello regionale da commissioni e, là dove è stato necessario in relazione al numero dei candidati che hanno superato la prova preselettiva (se superiore a 500), da sottocommissioni. Spese che, tra le altre, riguardano i compensi, di qualsiasi tipo, dovuti o rimborsati ai presidenti e ai commissari titolari, ai loro supplenti disponibili e reperibili, ai funzionari utilizzati nella qualità di segretari delle commissioni e delle sottocommissioni. Con l’avvocatura dello Stato a essere impegnata nella qualità di controparte in ordine ai ricorsi presentati da moltissimi candidati prima, durante e a conclusione di ciascuna delle fasi del concorso, e la magistratura amministrativa a essere interessata dai ricorsi dei candidati.
Ebbene, la procedura del “preside elettivo” – del preside democraticamente eletto in ciascuna delle 7.990 scuole che, dopo il dimensionamento, hanno “diritto” ad avere il dirigente scolastico (purtroppo restando le altre, e il riferimento riguarda le scuole con meno di 400 o di 600 alunni, senza preside, perché assegnate in reggenza a un dirigente scolastico “oscillante” da una scuola all’altra, o addirittura alle altre, e che per la sua migrazione di andata e ritorno a ripetizione percepisce appunto indennità di reggenza in aggiunta alla retribuzione mensile e agli altri compensi previsti dalle vigenti disposizioni – sarebbe stata per tutti a costo zero.
Sono stati buttati al vento, quindi, parecchi milioni di euro. I risultati sono noti a tutti: in determinate regioni, dove la “selezione” è stata “feroce”, tanto “feroce” da far pensare all’esistenza di una notevole quantità di docenti “insufficienti”, oppure a un “disegno” volto a ridurre ulteriormente la spesa pubblica (una sorta di “spending review”, ma sarebbe meglio dire, in perfetto italiano, “revisione della spesa pubblica”) “eliminando” il maggior numero “possibile” di candidati dalla scena del concorso. Col risultato che avremo scuole nelle quali il cosiddetto dirigente scolastico è pervenuto al ruolo dei dirigenti dello Stato (un numero sproporzionato per quanto concerne le scuole italiane, che potrebbe essere, naturalmente nel corso degli anni a venire, eliminato dalla procedura del preside elettivo, peraltro con notevole risparmio per la spesa pubblica) avendo conseguito, dopo l’ammissione alle prove scritte a seguito della disastrosa e disorganizzata fase del quiz, e non si tratta di un caso isolato, 21 alla prima delle due prove scritte, 21 alle seconda prova scritta e 21 alla prova orale (!).
Al “fenomeno” del “21”, che peraltro nasconde altri “fenomeni”, Polibio, che ha sempre presenti gli interessantissimi articoli di Elsa Forner, dedicherà uno dei suoi prossimi interventi. La meritocrazia, insomma, presa a sassate dal proliferare dei “21”, della triade, della terna o del “terno” dei “21”.

Peraltro (e tutti conosciamo bene il fenomeno e la possibilità del suo concretizzarsi), dopo aver superato la prova del quiz, il percorso potrebbe “risultare” facile per “qualcuno”, soprattutto quando la commissioni (due commissari e un presidente) è unica, ovvero quando non ci sono sottocommissioni (anche se due sottocommissioni non escludo la possibilità che il fenomeno possa concretizzarsi, semmai lo rendono un tantino “più difficile”). Cinque parole iniziali di un compito, o qualche altro aspetto, bastano e potrebbero essere addirittura troppe per “individuare” l’estensore! E alla fine del percorso, il “30” può anche fare la sua bella apparizione, magari dopo il primo e il secondo “21” attribuiti a ciascuna delle due prove scritte. Scorrere le graduatorie definitive delle singole regioni è una vera “delizia”!
C’è anche il “fenomeno” della riduzione dei posti messi a concorso il 13 luglio 2011 (in Calabria, dove le contestazioni sullo svolgimento del concorso, ma anche nelle altre regioni, sono tante, come lo sono in Campania, a parte il notevole ritardo, e in Puglia, mentre in Lombardia è scoppiato il caso delle buste trasparenti, che sembra esista anche in altre otto regioni, e restano in sospeso le ammissioni con riserva, mentre parecchie centinaia, forse addirittura migliaia, sono i docenti che hanno presentato ricorsi ai Tar, e le discordie tra organizzazioni sindacali e associazioni professionali animano uno scenario in definitiva inquietante). Oltre al ritardo in Campania, in Sicilia i 237 posti per dirigente scolastico indicati come esistenti (ma già allora “fantasmi”) nel decreto Chiappetta del 13 luglio 2011 (a parte l’asterisco che rinviava la nomina dei dirigenti scolastici risultati vincitori del concorso a “dopo le nomine dei candidati che superano la procedura concorsuale di cui al D.D.G. 22.11.2004 annullata e poi rinnovata con legge n. 202 del 3.12.2010”) sono rimasti “fantasmi”, e sembra che soltanto 14 si siano materializzati. Ma i lavori di correzione e di valutazione degli scritti (ed è ovvio pensare che ciò è strumentale, e che quindi derivi dalla pressoché inesistenza di posti) procedono a rilento.
Con riferimento all’intervento postato il 6 agosto 2012 (“Meglio democraticamente eletti per sei anni che padroni della scuola a tempo indeterminato per concorso”), nel quale era anche contenuto il caso del liceo “Orazio Tedone” di Ruvo di Puglia (denunciato dall’insegnante Domenico Guastamacchia) – concernente la gestione del programma operativo nazionale (Pon) per l’anno scolastico 2008-2009 e l’avviso di conclusione delle indagini su incarichi assegnati nell’ambito del Pon inviato dal sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Antonio Savasta, a 19 persone indagate, accusate a vario titolo di truffa, falso e abuso d’ufficio, tra le quali il dirigente scolastico, il vice preside, il direttore amministrativo e il provveditore agli studi di Bari –, Polibio ha ricevuto una nota inviatagli da uno dei suoi lettori pugliesi. In essa viene evidenziato che “quello accaduto a Ruvo in merito alla gestione dei PON è la prassi in quasi tutte le scuole dove dirigenti e una nicchia tra docenti e alcuni del personale Ata e Rsu si dividono” il finanziamento, e “la stessa cosa vale per il fondo d’istituto, dove sempre le stesse persone si dividono la torta”, concludendo con un “purtroppo questa è l’amara realtà della scuola dell’autonomia che ha trasformato le scuole in piccoli feudi incontrollabili e con a capo dirigenti-padroni”.
Sul fondo d’istituto, Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, si era espresso il 2 luglio 2012 in questi termini: “Talvolta, infatti, anziché essere utilizzato per premiare chi si impegna di più, diventa fonte di sprechi se non addirittura di clientelismo. La scuola è fondamentale luogo di educazione dei cittadini. Non possiamo permettere simili derive culturali”.

L’elezione del preside da parte dei docenti, del personale Ata sia pure con voto ponderato e dei rappresentanti dei genitori nel Consiglio d’istituto serve anche a eliminare tante delle anomalie che purtroppo si sono rese evidenti, e il prezzo lo pagano i docenti, durante le tormentate fasi del concorso. Di qui, come da più parti è stato chiesto, sia pure da attuare con procedure diverse, l’individuazione (e l’elezione) del preside come avviene in altri Paesi, per esempio in Inghilterra (Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi, e Beniamino Sassi, presidente nazionale della Dirpresidi-Confedir), con “contratto a termine” di “durata triennale, senza proroga automatica”, eliminando la “formula concorsuale chiaramente arrivata al capolinea”, essendo impensabile che “concorsi giganteschi, ingestibili ed esposti ad ogni tipo di contenzioso” possano farsi (Giorgio Rembado).
Polibio, e con lui molti altri, è del parere che i presidi debbono essere democraticamente eletti dai docenti, dal personale Ata con voto ponderato e dai rappresentanti dei genitori degli alunni nel Consiglio d’istituto, e che il loro mandato sia di 3 o di 4 anni, rinnovabile, per lo stesso periodo di tempo, una sola volta. Ovviamente sulla base di regole che possono riguardare il numero di anni di servizio con contratto a tempo indeterminato, il numero di anni di presenza nella scuola, l’impegno a non chiedere il trasferimento di sede durante il mandato di preside, ecc. Si tenga anche presente che con la modalità del preside elettivo scomparirebbero le reggenze, e con esse gli “interessi” a ottenerle. L’attuale mancanza del dirigente scolastico determina la perdita di un posto di lavoro per un docente precario, che rimane senza occupazione e senza stipendio. Se di dirigenti scolastici per concorso ne mancano dieci, cento o mille, i docenti precari perdono altrettanti posti di lavoro. Con la modalità del preside elettivo, nessuna scuola sarebbe senza preside e quindi il posto di docente lasciato temporaneamente libero verrebbe coperto immediatamente da un docente in attesa di essere assunto sia pure con contratto a tempo determinato.
Adesso, attuando ciò che è stato annunciato nei due precedenti interventi apparsi su questo sito, che contenevano, rispettivamente, il primo e il secondo dei tre interventi postati da Polibio su aetnanet (quello del 17 dicembre 2010, dal titolo “Elezione del preside: le scuole non hanno bisogno di dirigenti scolastici in pianta stabile”, e quello del 7 gennaio, dal titolo “Dirigenti scolastici: meglio democraticamente eletti al massimo per sei anni che padroni della scuola a tempo indeterminato”, ecco, a seguire, il terzo intervento, postato su aetnanet il 30 marzo 2011. Per comodità di lettura, alcuni periodi, posti tra parentesi contenenti tre punti (…), sono stati accantonati rispetto alla stesura originale.

Catania, 9 agosto 2012

Polibio
Polibio.polibio@hotmail.it

 

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http://www.retescuole.net/contenuto?id=20120809103909

I dirigenti scolastici siano democraticamente eletti: se ne mancano cinquemila di ruolo, i docenti disoccupati sono cinquemila in più. E saranno anche di più.

Si sono verificate nei trascorsi anni scolastici disoccupazioni di docenti che avrebbero potuto essere evitate (…), un peraltro numero destinato a crescere anno dopo anno.
C’è un aspetto, infatti, che diventa sempre più consistente e al quale tuttora non è stata data adeguata attenzione, nell’epocale disoccupazione dei docenti, quale conseguenza del macroscopico taglio di oltre centomila posti di lavoro “orgogliosamente” operato dalla coppia ministeriale Tremonti-Gelmini per risparmiare sull’istruzione, risultato dell’incapacità di recuperare dalla notevolissima evasione fiscale le risorse finanziarie (sono stati tagliati più di otto miliardi di euro) necessarie alla scuola.
Migliaia di docenti in più rispetto ai centomila della sconvolgente riduzione degli organici, ed il numero è destinato ad aumentare, sono rimasti senza lavoro non per i disastrosi effetti causati dalla farisaica riforma scolastica (che di danni all’occupazione ne ha fatti tanti e addirittura irreparabili, e non soltanto all’occupazione), ma per l’esistenza di un ruolo, quello dei dirigenti scolastici, che, oltre a essere di per se stesso parecchio costoso rispetto alle funzioni, è anche parecchio irrazionale per via delle scuole annualmente date in reggenza a dirigenti scolastici titolari in altri istituti scolastici e quindi dello svolazzare di migliaia di presidi (ricevendo un’indennità aggiuntiva di non molte centinaia di euro) da una scuola all’altra, con ripercussioni conseguentemente negative su l’una e sull’altra scuola. Su migliaia di scuola: cioè, sul doppio delle scuole rimaste annualmente senza dirigente scolastico a tempo pieno. Migliaia di scuole, numericamente crescenti di anno in anno.
Si ritiene che a settembre dell’anno in corso (2011, n.d.P.) le scuole senza dirigente scolastico ufficiale saranno addirittura almeno 3.000 e conseguentemente le scuole con dirigenti scolastici svolazzanti saranno più di 6.000. I docenti annualmente disoccupati (quindi, quelli che sono già rimasti senza lavoro negli anni ormai trascorsi e che lo sono nell’anno in corso, o quelli che rimarranno senza lavoro sin dall’inizio del prossimo anno scolastico) si possono contare a migliaia, tanti quante sono state, sono e saranno le scuole senza dirigente scolastico ufficiale, cioè di ruolo a tempo indeterminato. A partire dal primo giorno del mese di settembre dell’attuale anno 2011, i docenti che a causa di questo dirompente andazzo rimarranno senza lavoro saranno quasi 4.000, ma forse anche di più.
Dopo le “bacchettate”, i rimproveri e le proteste di diverse tipologie e provenienze – ormai documenti utili per la ricostruzione storica (e sui quali, essendo legittimi, non si può non essere d’accordo dati gli epocali guasti causati al sistema scolastico e all’istruzione, e il disastroso tsunami che si è abbattuto sull’occupazione, provocando il licenziamento di massa di docenti e di personale tecnico-amministrativo) – nei confronti di chi ha posto in essere una traballante e scompaginata riforma scolastica, adesso è possibile individuare, col supporto di dati e di elementi incontestabili, la leggerezza o l’incapacità. E sarebbe assai grave se invece l’apparente leggerezza e l’eventuale incapacità nascondessero il furbastro intento di ridurre ulteriormente la spesa per l’istruzione, distruggendo l’organizzazione delle scuole e togliendo lavoro ad altri insegnanti precari, perché in tal caso si potrebbe parlare di insipienza, di comportamento scriteriato.
Togliendo lavoro ad altri precari come in parte è già avvenuto con le reggenze delle scuole affidate a dirigenti scolastici svolazzanti dalla scuola di titolarità ad altra scuola o ad altre scuole senza dirigente scolastico, a seguito di pensionamento per raggiunto limite d’età o per anticipato pensionamento nella preoccupazione di chissà quali sorprese in ordine alla corresponsione dell’indennità di fine rapporto. E dal primo giorno del prossimo mese di settembre a restare senza lavoro, dato che sarebbero almeno 3.000 le scuole senza dirigente scolastico titolare, quindi da assegnare in reggenza, il numero dei precari in più che resteranno senza lavoro raggiungerà – come in premessa ho già avuto modo di dire – la quota di ben di più di 3.000 unità, magari 4.000 e anche di più sulla base dei collocamenti in pensione dei dirigenti scolastici, che continueranno a essere numerosi anche nei prossimi anni.
Infatti, se i posti di dirigente scolastico fossero stati coperti con altrettanti dirigenti scolastici ufficiali, si sarebbero liberati altrettanti posti da assegnare ad altrettanti docenti precari, con la formula del contratto a tempo determinato o con quella del contratto a tempo indeterminato.
In questo caso, nella corretta considerazione e nella legittima applicazione della norma di legge, riconosciuta dalla recente sentenza del Tribunale del lavoro di Genova che ha condannato il Ministero dell’istruzione al risarcimento complessivo di 450.000 euro a 15 docenti precari, che sancisce l’occupazione a tempo indeterminato dopo tre anni di lavoro. Una sentenza, quella del Tribunale del lavoro di Genova, che ha stigmatizzato il comportamento del Ministero dell’istruzione, e quindi del ministro competente, e nella sostanza dello Stato italiano, con riferimento all’incompatibilità con una direttiva comunitaria che obbliga ogni Stato membro della Comunità europea a limitare il più possibile il ricorso ai contratti di lavoro a termine.
Risarcimenti che potrebbero ammontare addirittura a più di 500.000.000 (500 milioni) di euro (se la vertenza avesse a riguardare da 12.000 a 15.000 docenti, ma che potrebbero anche ammontare da 4 a 5 miliardi di euro se a essere coinvolti risultassero da 120.000 a 150.000 docenti precari, sostanzialmente costretti da molti anni all’umiliazione del precariato nella sussistenza dei posti di lavoro e della loro annuale utilizzazione in regime di contratto a termine. Risarcimenti tutti a carico dello Stato che – per non avere gli attuali suoi ministri rispettato la norma di legge che obbliga il “datore” di lavoro a stipulare contratti a tempo indeterminato con coloro che continuano a essere necessari, e quindi utilizzati, successivamente (come è accaduto e continua ad accadere per decine di migliaia di docenti, arbitrariamente lasciati nella condizione di precarietà lavorativa) – potrebbe vedere notevolmente intaccate le sue casse, che in definitiva contengono denaro pubblico.
Aggiungendosi alle centinaia di milioni di euro che di fatto, per l’utilizzazione di dirigenti scolastici a tempo indeterminato nella scuola di “titolarità” e in una seconda scuola a titolo di “reggenza”, sono stati già sottratti ai docenti precari, rimasti senza occupazione, dal prossimo mese di settembre, risultando senza dirigente scolastico da 3.000 a 4.000 delle 10.294 scuole primarie e secondarie di primo e di secondo grado, saranno sottratti ai precari, per una mancata occupazione che sembra “costruita ad arte” proprio per sottrarglieli, 200 milioni di euro, dato che l’intera copertura dei posti di dirigente scolastico (o presidi, se viene più facile e più semplice, sbrigativamente, chiamarli) avrebbe determinato l’occupazione di circa 4.000 docenti iscritti nelle graduatorie a esaurimento e di qualsiasi altra tipologia.
Una sorta di furto alla povera gente, gente laureata, abilitata, precarizzata a tempo indeterminato, ridotta senza occupazione e quindi senza stipendio dalla “sbadataggine”, dalla disattenzione, dalla sventatezza (o da un disegno astutamente predisposto) di chi ben altrimenti avrebbe dovuto agire, anche perché ormai da molto tempo, e con numerose richieste e segnalazioni (un appello è stato rivolto nello scorso mese di febbraio, dai presidenti di tredici associazioni professionali – dirigenti scolastici e docenti – e di genitori degli alunni, al Presidente della Repubblica, segnalandogli 1.471 scuole con presidi reggenti – “oltre tremila hanno quindi un dirigente a mezzo tempo!” – e aggiungendo subito dopo che “con il prossimo anno più di 5.600, oltre metà delle istituzioni scolastiche statali, verseranno in questa condizione e, se passerà altro tempo, nel successivo anno scolastico la situazione si aggraverà, con il carattere di un’autentica emergenza. D’altra parte i tempi normali per l’espletamento di un simile concorso pubblico sono di solito di due anni!”. A voler essere ottimisti, aggiunge Polibio, anche tenendo presente l’attuale condizione in cui versa il concorso bandito in Sicilia nell’ormai lontano 2004!
Il dato complessivo delle scuole senza preside titolare non è tuttavia certo, ma non è inferiore a 3.000 (nel luglio dell’anno scorso, il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, promise, promessa niente affatto mantenuta, e pertanto “promessa di marinaio”, che, come ha riportato l’amico Pasquale Almirante in un suo articolo apparso sul quotidiano “La Sicilia” del 9 gennaio 2011, “entro il 2010 avrebbe bandito un concorso per 2.871 posti di dirigente scolastico”. Di qui, il legittimo sospetto, che sorge spontaneo e non si riduce, anzi addirittura cresce, che, come è stato scritto dall’ANIEF in suo comunicato del 12 gennaio 2011, “non è difficile ipotizzare che l’ostacolo all’emanazione del bando sia, ancora una volta, di carattere economico (che le scuole siano dirette in reggenza, consente all’erario di economizzare)”. Ovviamente, sulla pelle dei docenti precari, che rimangono senza lavoro e senza stipendio. In ogni caso, il numero delle scuole senza preside titolare è destinato, inesorabilmente, a crescere nei prossimi anni, anche perché l’età media degli attuali dirigenti scolastici è parecchio alta e saranno moltissimi ad andare in pensione nei prossimi anni (da due a cinque anni).
E allora l’occasione è propizia, e peraltro determinerebbe, come vedremo, un notevole risparmio economico per lo Stato, per passare dallo “status giuridico” di preside a tempo indeterminato a quello di preside eletto, mettendo “ad esaurimento” quello di preside a tempo indeterminato, dato che nel volgere dei prossimi cinque anni addirittura l’80% delle scuole potrebbe risultare senza dirigente scolastico “di ruolo”.
Rispettivamente, postati il 17 dicembre 2010 e il 7 gennaio 2011 (e pertanto rintracciabili con una ricerca d’archivio su questo sito alla voce “dirigenti scolastici”), Polibio ha pubblicato sull’argomento presidi per elezione diretta due suoi interventi: “elezione del preside: le scuole non hanno bisogno di dirigenti scolastici in pianta stabile” e “dirigenti scolastici meglio democraticamente eletti al massimo per sei anni che padroni della scuola a tempo indeterminato per concorso”.(…)
Nella speranza che il principio della meritocrazia (con riferimento ai contenuti culturali e alle competenze professionali corrispondenti alle funzioni da svolgere e non sulla base di quiz di stampo enigmistico e da cruciverba) sia posto sostanzialmente alla base del concorso e caratterizzi tutte le prove, che il concorso si svolga nell’assoluto rispetto della normativa vigente e dei diritti individuali di ciascuno dei partecipanti alle prove concorsuali. Nella piena osservanza del piano etico e respingendosi ogni e qualsiasi ingerenza di stampo clientelare, politico-clientelare, e non soltanto tale.
Tempi lunghi, e impossibile dire quanto lunghi. Un costo enorme (…) Alla fine, sempre che si concluda il tutto (a parte chissà quanti ricorsi interverranno ad allungare i tempi, a provocare sospensioni e addirittura annullamenti), trascorreranno almeno tre anni.
(…)
In alternativa, ma nella sostanza dicendo addio alla meritocrazia, certificata dai titoli conseguiti e dal curricolo personale, si potrebbe procedere, quale preselezione all’ammissione alle prove scritte, e quindi con la finalità di sfoltire, attuando una sorta di numero programmato, (…) con i quiz a risposta multipla (fortemente criticati e respinti perché non consentono di aversi oggettivi riscontri in ordine alla meritocrazia) dalle più svariate attribuzioni o sottrazioni di punteggi, tra le quali quella di non togliere nessun punteggio in assenza di risposta e di toglierlo nel caso di risposta errata: meglio non rispondere quando si ha ancorché il minimo dubbio tra due opzioni dopo avere scartate le altre due sicuramente sbagliate, anziché rispondere nella speranza di aver fatto centro, e così mantenere inalterato il punteggio del quale si è in quel momento in possesso. In ogni caso, anche il sistema quiz comporta tempi lunghi e costi elevati, e non soltanto per la vigilanza e per la correzione. Seguite, in tempi successivi, dalle prove scritte per gli ammessi, ancorché con un ridotto numero di commissioni e di sottocommissioni, e quindi di commissari titolari e supplenti, presidenti compresi, e da tutte le altre attività e prove previste dal bando di concorso.
Intanto, ormai da tempo, molti aspiranti concorrenti hanno fatto ricorso alla preparazione al concorso, ovviamente a pagamento, naturalmente in “regime” di evasione fiscale, perché non sembra che esistano ricevute e/o fatture a tal proposito. Un sacrificio economico da parte dei docenti aspiranti ad un posto di dirigente scolastico (con retribuzione ben più consistente di quella assai magra, e mantenuta tale ormai da troppo tempo, senza che le organizzazione sindacali abbiano avuto la forza di ottenere di più). Un sacrificio economico destinato a continuare. Un mercato delle vacche grasse, nel quale si spende (per i corsi di formazione anche soltanto on line, per corsi del tutto inutili ma “necessari” all’acquisizione di punti anch’essi spesso inutili, per la preparazione al concorso a dirigente scolastico, per master di secondo livello anche in dirigenza scolastica che sono di elevata specializzazione) nella speranza di avere qualcosa, di raggiungere affermazioni derivanti dalla meritocrazia, ma alla fine non si ottiene nulla.
D’altra parte, il nostro è allo stato attuale un paese nel quale per fare il ministro dell’Istruzione, pubblica, è sufficiente una laurea (ed è già tanto, perché è anche il regno di ministri, di sottosegretari, di parlamentari e di tanti altri che occupano posti di enorme rilievo senza aver conseguito la laurea) con 100 su 110 (e il relatore ha dichiarato che la tesi non era meritevole nemmeno di un punto in più rispetto alla media degli esami sostenuti relativi alle singole discipline) seguita, anni dopo, da un percorso migratorio, con cambio di residenza anagrafica, dalla Lombardia (Brescia) alla Calabria (Reggio Calabria), per sostenere e superare gli esami per l’iscrizione all’albo degli avvocati. Il paese del “tutto va bene”, degli illusionisti (politici, ma nell’attività politica la fantasia ha grandissima parte soltanto “se ha per elementi gli uomini, la società, le necessità di vita degli uomini”) e degli illusi. Come scriveva a Torino il 13 novembre 1917 (ma sembra che sia stato scritto qualche giorno fa, o addirittura ieri, concretizzandosi l’universalità del pensiero) l’allora intellettuale giovane Antonio Gramsci (era nato nel 1891), a proposito degli “illusionisti in questo mondo”, gli “illusionisti” sono “quei politicanti i quali, come cantava il Figaro, fingono d’ignorare quel che sanno e di sapere quel che ignorano, si chiudono a doppie porte per meditare sul giornale, si atteggiano a profondi quando non sono che vuoti, pagano dei traditori o intercettano delle lettere, cercando poi di nascondere le bassezze dei mezzi sotto la nobiltà dei fini”.
Ebbene, venendo al dunque, con l’attuazione dello status di presidi democraticamente eletti lo Stato (il ministero dell’Istruzione) trarrebbe un vantaggio economico, e potrebbe destinarlo a migliorare le condizioni delle scuole e dell’istruzione, a dare occupazione a migliaia di docenti precari. In Germania, e non soltanto in Germania, i presidi non sono del tutto esenti dallo svolgere attività didattica. Per l’attività svolta, per un tempo maggiore di quello dei docenti, ricevono un’indennità mensile niente affatto elevata: poche centinaia di euro
Tutte le cariche delle nostre università, a partire da quella del rettore, sono elettive. Gli eletti possono chiedere la riduzione dell’attività didattica, e giammai ne sono esenti del tutto, nonostante l’enorme peso del ruolo e il dovere della ricerca scientifica, da consolidare con pubblicazioni delle quali si dà sostanziale e trasparente comunicazione (e relativo punteggio ad esse attribuito) nel catalogo d’ateneo.

Gli eletti alle diverse cariche dell’ateneo non possono superare i due mandati consecutivi: complessivamente, per l’Università di Catania, otto anni. A presentare la propria candidatura alla competizione elettorale, rispettivamente, a rettore, (…), a direttore di dipartimento (…) e a presidente di corso di studi sono generalmente più candidati, ciascuno dei quali presenta un programma da attuare, e può essere sfiduciato. La condivisione del programma, anche nella fase di attuazione di quanto in esso contenuto, risulta fondamentale.
Ciascuna unità operativa è composta da un numero di docenti e di personale tecnico-amministrativo e ausiliario ben più elevato di quello di una singola istituzione scolastica dimensionata tra 500 e 900 studenti. Ben poca cosa rispetto alle migliaia di studenti (tra 5.000 e 10.000) in ciascuna delle attuali facoltà, per complessivi 65.000 studenti nell’intero ateneo, nel quale si contano 1.500 docenti, 1.600 non docenti, parecchie centinaia tra dottorati di ricerca, specializzandi, assegnisti di ricerca, ecc. (…)
Non si vede perché a dirigere le scuole non possano essere presidi democraticamente eletti, che si confrontano apertamente per ottenere il consenso degli insegnanti e dei non docenti elettori, tutti in grado di valutare oggettivamente i requisiti professionali del candidato (dei candidati) per potere svolgere correttamente e adeguatamente, durante gli anni del mandato conferitogli, la funzione di preside (dirigente scolastico), scaturita da una democratica competizione elettorale. La durata del mandato potrebbe durare tre o quattro anni, eventualmente da rinnovare, per una sola volta, con una nuova elezione.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che gli elettori saprebbero scegliere bene il loro preside, e peraltro l’elezione del preside potrebbe fare da drenaggio alla “fuga” dei docenti – e sono di ampia e di diffusa conoscenza le scuole dalle quali i docenti “fuggono” annualmente “in massa” – che caratterizza non poche scuole. Inoltre, a presentare la propria candidatura alla carica di dirigente scolastico (preside) saranno sempre gli insegnanti migliori (cioè, preparati alla gestione della scuola, disponibili a svolgere l’attività di gestione in un tempo di 36 ore settimanali aggiungendo allo stipendio da insegnante un’indennità di funzione di poche centinaia di euro), che si confronteranno apertamente per ottenere il consenso degli insegnanti e dei non docenti elettori, che a loro volta sapranno scegliere bene. E non si dica che il preside democraticamente eletto non può garantire una gestione ottimale perché viene ad assumere quella carica all’inizio di un determinato anno scolastico. Lo stesso avviene quando si tratta di un docente (o di una docente) che ha vinto il concorso a dirigente scolastico e che viene a trovarsi per la prima volta in una determinata scuola. Assolutamente nuova per lui, o per lei, mentre il preside democraticamente eletto conosce nei minimi particolari la scuola nella quale ha prestato per molto anni servizio e soprattutto conosce benissimo i colleghi e le colleghe che in quella scuola si sono trovati con lui per lungo tempo. L’apprezzamento è testimoniato dal successo elettorale, ovviamente concretizzatosi con la maggioranza assoluta dei voti a lui (o a lei) attribuiti.
Naturalmente, l’elezione del preside dovrebbe avvenire sulla base di un protocollo di titoli e di regole. Titolo di notevole rilievo, oltre alla laurea e all’abilitazione, potrebbe essere il master di secondo livello in dirigenza scolastica (1.500 ore complessive, una parte delle quali in lezioni frontali), titolo di elevata specializzazione successivo alla laurea, conseguito in una delle università italiane. E in aggiunta, altre lauree e altre abilitazioni, corsi di formazione, funzioni svolte nelle scuole e ruoli ricoperti nelle stesse, non meno di cinque anni di servizio scolastico con contratto a tempo indeterminato.
Per quanto concerne le regole: valutazione annuale, nelle sedi del Collegio dei docenti e del Consiglio d’istituto, dell’attività svolta nella funzione di preside eletto, e valutazione complessiva alla conclusione del mandato sempre nelle stesse sedi collegiali. Essendo stata costruita la maggioranza sul proprio programma, ne scaturisce per il preside eletto l’obbligo dell’assoluta trasparenza e del confronto costante. Conseguentemente, anche “in itinere” in ordine a quanto possa comunque riguardare il programma, con conseguenze tali, nel caso di giudizio negativo alla valutazione annuale (o per negatività in corso d’anno), da determinare la sfiducia, le dimissioni in seguito alla sfiducia, l’elezione di un nuovo preside che sia sempre rispettoso della legge e dei diritti dei lavoratori-elettori. Nel caso di esito negativo alla valutazione annuale, di sfiducia in corso d’anno, di valutazione negativa alla fine del primo mandato, è impossibile presentarsi per un secondo mandato. Le valutazioni (annuali e/o conclusive del mandato) potrebbero svolgersi entro la prima decade del mese di giugno e le elezioni potrebbero svolgersi alla fine dello stesso mese di giugno, con decorrenza della carica di preside dall’inizio dell’anno scolastico successivo.
Per quanto concerne la spesa pubblica, dal sistema presidi eletti deriverebbe un notevole risparmio, quale conseguenza del fatto che lo stipendio dei docenti maggiorato dell’indennità mensile di funzione sarebbe alquanto inferiore a quello attualmente corrisposto, pur nell’articolazione degli aumenti periodici e con riferimento agli anni di servizio, ai dirigenti scolastici assunti o da assumere per concorso. D’altra parte, sempre facendo riferimento all’università, le figure sopra indicate, titolari di cariche d’ateneo per competizione elettorale, continuano a percepire lo stipendio di docenti maggiorato delle poche centinaia di euro mensili quale indennità di carica. E si tratta di professori di ruolo di prima fascia, cioè di professori ordinari.
Tra l’altro, e addirittura soprattutto, scomparirebbero le ingenti spese per i concorsi. A meno che non si avesse in mente (sul piano governativo e ministeriale) di bandire un concorso a dirigente scolastico riservato ai docenti con contratto a tempo indeterminato che hanno frequentato, e che hanno positivamente superato gli esami intermedi, il tirocinio formativo e l’esame conclusivo del master di secondo livello in dirigenza scolastica, titolo di specializzazione (iscrizione che viene a costare più di tremila euro, e che sarebbe una spesa inutile se non scaturisse un adeguato riconoscimento del titolo e della specializzazione conseguiti, anche con riferimento alla meritocrazia). Il numero dei concorrenti risulterebbe parecchio ridotto rispetto agli attuali ormai in lunga attesa di un bando di concorso a dirigente scolastico che non si concretizza. (…)
L’elezione del preside potrebbe risultare una soluzione con aspetti positivi, non soltanto per le casse dello Stato, perché è del tutto evidente che le lunghe promesse e i ritardi che hanno fino ad oggi riguardato la pubblicazione del bando di concorso a dirigente scolastico non sono stati del tutto casuali e non calcolati.
Tutt’altro. Bisognava fare cassa, e la si è fatta con le reggenze e sulla pelle dei docenti precari, rimasti senza occupazione perché le reggenze affidate a dirigenti scolastici vaganti da una sede all’altra (come i monaci vaganti del medioevo) hanno eliminato una notevole quantità di posti di lavoro da assegnare per contratto sia pure a tempo determinato a chi è rimasto (e continuerà con molti altri a rimanere) senza occupazione e senza stipendio. (…)
Se non si vuole procedere con lo status del preside democraticamente eletto, si potrebbe operare sulla base dell’attribuzione della funzione sulla base di graduatorie provinciali per titoli professionali e di specializzazione, ricordandosi che le scuole senza dirigente scolastico cresceranno notevolmente durante i prossimi cinque anni. (…) Così operando, ne trarrebbero considerevole vantaggio le scuole per quanto concerne l’organizzazione e la gestione, e si renderebbe giustizia ai docenti ai quali è stato negato il diritto all’occupazione (un diritto negato e arbitrariamente violato) e a tutti gli altri che altrimenti si vedrebbero a partire dal prossimo anno scolastico privati del lavoro pur avendone assoluto diritto. Se il diritto continuerà ad essere violato, allora si potrà oggettivamente dire che quanto è già accaduto e quanto di negativo accadrà per la mancata attribuzione del lavoro a chi ne aveva e ne avrà diritto rientrava, e continua a rientrare, nella volontà occulta (ma non più occulta) di chi non si è fatto e continua a non farsi scrupolo di puntare sul taglio irrazionale dei posti di lavoro per i precari della scuola nell’abito di un’epocale riforma distruttiva del sistema scolastico.

Polibio
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