altNel XX secolo alcuni filosofi fortemente critici nei confronti delle democrazie liberali hanno goduto di ampia fama. Le loro idee di giustizia nascevano da analisi impietose delle contraddizioni del capitalismo, dell’imperialismo, della morale borghese o, addirittura, delle tirannie della ‘metafisica’ o del ‘linguaggio’…(da Treccani)

Tali riflessioni comportavano però il rischio di annullare ogni differenza tra gli autentici dispotismi del Novecento e le società libere dell’Occidente. Mark Lilla, in Il genio avventato. Heidegger, Schmitt, Benjamin, Kojève, Foucault, Derrida e i tiranni moderniThe Reckless Mind) traccia un profilo politico-filosofico di alcuni noti pensatori europei la cui ‘avventatezza politica’ appare a dir poco ‘sconsiderata’. Per comprendere il fenomeno, l’autore propone come paradigma interpretativo il ‘miraggio di Siracusa’, ovvero lo sfortunato tentativo di Platone di realizzare la ‘città giusta’ alla corte del tiranno Dionigi il Giovane. Ebbene, dopo l’esperienza fallimentare di Platone e della sua condanna della tirannia nella Repubblica, dopo secoli di riflessione filosofica sulla politica, come è stato possibile sostenere che la tirannia può essere un bene? Storici e analisti, soprattutto nel Secondo dopoguerra, hanno individuato varie ragioni per comprendere la ‘filotirannia’ di alcuni intellettuali: l’eredità dell’illumismo e il suo ideale di ordine razionale; il prevalere dell’irrazionalismo religioso, un messianismo di antiche origini, volto ad accelerare l’apocalisse divina; il mito dell’intellettuale ‘impegnato’ che lotta per l’umanità contro la disumanità del potere; l’eccessiva ‘impoliticità’ degli intellettuali, soprattutto di area tedesca, assorbiti dalla ricerca di una Wissenschaft atemporale. Quindi un eccesso di razionalismo per alcuni interpreti, di irrazionalismo per altri; troppo impegno degli intellettuali per alcuni, troppo disimpegno per altri. Un’altra spiegazione plausibile può essere rintracciata nelle pagine della Repubblica dedicate alla psicologia e al ruolo determinante dell’eros nella ricerca del Bene: il filosofo conosce la follia dell’amore ma la domina, indirizzandola alla saggezza, mentre il tiranno è schiavo delle proprie passioni. Esempi di anime tiranniche sono anche quegli intellettuali – insegnanti, poeti, oratori, secondo le parole di Socrate – ‘bruciati dal sole’ delle idee, vittime di una passione sfrenata sia per la verità, sia per la realizzazione della città giusta. Probabilmente non tutti gli intellettuali sono riusciti padroneggiare il tiranno che è in noi.

(trad. di Giuseppe Gallo, Milano, B.C. Dalai, 2010, pp. 237, € 17.50; tit. orig.:

Ma che cos’è la giustizia? Carla De Pascale, in Giustizia (Bologna, il Mulino, 2010, pp. 246, € 14.00), offre un’agile ricostruzione storica del termine-concetto o, meglio, di questa ‘idea’. Un percorso che racconta l’idea di giustizia da Platone al XX secolo, tenendo ben presente che i vari pensatori più che offrire un’analisi del concetto, propongono “un’idea, la loro idea, della giusta società” (N. Bobbio).

Nell’età antica abbiamo le grandi concezioni di Platone e Aristotele che influenzeranno in modo decisivo la successiva speculazione in età romana e medievale. Ma è a partire da Agostino che il tema di un ordine razionale e naturale, ancora presente in Cicerone, cede il posto a un’atipica forma di giusnaturalismo, quello cristiano per cui la giustizia non è di questo mondo e appartiene a Dio. In età moderna si assiste a una progressiva secolarizzazione della riflessione sulla giustizia, fino alla nascita di una filosofia politica scientifica con Hobbes, al liberalismo con Locke, alla visione empirista e relativista con Hume, al tema della disuguaglianza sociale in Rousseau. In ambiente anglosassone, il tema del rapporto tra stato e giustizia si collega alla ricerca della maggior felicità per il maggior numero di individui, quindi l’utile diviene il criterio del giusto. Poi, sul finire dell’Ottocento, l’idea di un progresso pervasivo sostenuto da un ottimismo razionalistico entra in crisi. Il tema della giustizia sociale si snoderà, nel secolo successivo, tra molteplici visioni del mondo: dalla dimensione escatologica e politica del marxismo, alle riflessioni sulla democrazia nell’epoca del capitalismo avanzato e sul tema dei diritti sociali, soprattutto negli ultimi decenni del Novecento.