Il Teatro stabile di Catania da qualche anno mira a proporre, oltre ai consueti classici, anche testi della drammaturgia di innovazione, accogliendo le suggestioni del teatro sperimentale. In questi giorni sta andando in scena una piece ironica e graffiante che indaga uno dei totalitarismi più inquietanti del Novecento: quello comunista in Russia…di Silvana La Porta (inviata al tsc)


Anzi per l’esattezza il titolo dello spettacolo è tutto un programma: si può spiegare il comunismo? E se si provasse a farlo a dei malati di mente? Così nasce l’allestimento – in prima nazionale a Catania alla Sala Ambasciatori (dal 13 al 25 aprile) e poi al Valle di Roma (dal 27 aprile al 9 maggio) – de “La storia del comunismo spiegata ai malati di mente” del versatile drammaturgo Matei Visniec, giornalista e poeta, transfuga in Francia dalla fine degli anni Ottanta, nella nuova traduzione dal francese di Sergio Claudio Perroni.
Lo spettacolo si snoda piacevolmente tra battute e situazioni surreali in un manicomio dell’età di Stalin, il mito del dittatore osannato e venerato da un popolo impazzito e capace di dimenticare i valori della libertà e della democrazia. A Mosca nel 1953, anno della morte di Stalin, lo strambo direttore dell’Ospedale per Malattie Mentali è convinto di aver scoperto una rivoluzionaria cura: raccontare ai pazienti la Storia del Comunismo. Il giovane poeta Yuri ha questo ingrato, o piacevole a seconda dei punti di vista, compito, ma, giorno dopo giorno, si lega ai malati e diviene sempre più dissenziente nei confronti dei dirigenti del manicomio, che a loro volta lo sospettano di essere un sabotatore della rivoluzione.
Tra musiche accattivanti e movimenti di danza si svela agli spettatori, con leggerezza, la follia di una nazione ormai incapace di distinguere più tra il bene e il male, vittima di un’ideologia fallimentare, che sulla scena viene criticata e bastonata, ma mai condannata, in ossequio a uno degli imperativi categorici del teatro di Brecht, cui l’autore strizza l’occhio: il teatro epico lascia lo spettatore consapevole e in grado di giudicare, senza coinvolgerlo eccessivamente.
E’ per questa sottile tecnica, sapientemente coltivata da regista (Gianpiero Borgia) e attori (Angelo Tosto, Gianpiero Borgia, Annalisa Canfora, Christian Di Domenico), che il comunismo, alla fine della piece, può apparirci un grande Leviatano, di cui ormai si può solo sorridere.

Silvana La Porta