altSarà forse una coincidenza, ma due dei massimi registi contemporanei, due tra i pochi ad essere universalmente riconosciuti come maestri (il siberiano Dodin e il lituano Nekrosius) negli ultimi tempi hanno affrontato Il gabbiano di Cechov. E otto anni dopo la fortunata prova de “Il Giardino dei ciliegi”, Marco Bernardi ritorna a Cechov con la sua compagnia, guidata come allora da Carlo Simoni e Patrizia Dilani, affiancati in questa occasione da Maurizio Donadoni e da quattro giovani attori selezionati attraverso centinaia di prove…di Silvana La Porta (inviata al Tsc)


In questi giorni è sulle scene dello Stabile catanese proprio questo gabbiano, opera delicata e insuperata del grande drammaturgo russo, storia di grandi infelicità e di un’impossibile comunicazione, come in Nina, che vede la sua carriera precipitare prima del previsto, o in Grigorin, vile seduttore (una tipologia fissa tra i russi, come Tolstoj) condannato – come Cechov? – all’ossessione perdurante della propria arte letteraria.
Il teatro di Cechov, quanto la sua scrittura, è tanto sublime quanto incompresa, caratteristica comune di tutte le grandi penne. Ma è qualcosa che ha radicalmente mutato il genere teatro, facendo proseliti in Europa: basti pensare a Pirandello e a Beckett.
Un testo sottile e inquietante che viene reso con composta recitazione dagli attori e con acuta penetrazione del testo dal regista che lo colloca in una dimensione europeista ben precisa; non a caso si parla anche francese e si cita, in modo memorabile, la città di Genova.
Ben curati e enfatizzati i dialoghi, in omaggio alla famosa idea dello scrittore, secondo il quale “uno che scrive non pensa alle forme, ma perchè qualcosa gli sgorga liberamente dall’anima”. Si imprimono nella memoria e costituiscono un pagina tra le più belle di Checov le parole di Konstantin, il personaggio che più di ogni altro nel dramma è il suo portavoce: “Ho avuto la viltà di uccidere questo gabbiano: presto allo stesso modo ucciderò me stesso”.

SILVANA LA PORTA