baciamano-berlusconi-gheddafi“Sic transit gloria mundi”: con questa frase fatta il nostro premier si è lavato le mani del sangue di Gheddafi, fino a poco prima blandito in quanto amico personale. Don Abbondio non poteva dire meglio

 

 

 

 

 

 

Il “latinorum” di Berlusconi

di Angelo d’Orsi – 26 ottobre 2011

A distanza di tre giorni dalla sconvolgente morte di Muammar Gheddafi, un sito francese rende noto l’ultimo messaggio dal leader libico inviato al suo “amico” Silvio Berlusconi, datato 5 agosto. Gheddafi si stupisce che il sodale, che aveva non da molto firmato un trattato di pace e cooperazione tra i due Stati – Libia e Italia – si fosse lasciato trascinare (“io so che tu non volevi”, dice pressappoco l’africano) in una
guerra sciagurata per “i nostri popoli”. Ammesso che dei rispettivi popoli ai due importasse davvero, come dare torto a Gheddafi? E come non provare disgusto e vergogna, per una politica estera – la nostra – pasticciata, dilettantesca, risibile?

Come non provare pena per un Paese che, erede di Roma, non si pone neppure il problema di rispettare il motto latino Pacta sunt servanda?

Già, il latino: quello sfoggiato dall’“amico” Silvio alla notizia della morte di Muammar, è stato agghiacciante, degno complemento di quella scena che non potremo dimenticare: un uomo, fino a poc’anzi osannato dagli uni, temuto dagli altri, trucidato come un maiale nello scannatoio, davanti a un gruppetto di improvvisati reporter che gustosi filmavano la cattura, la violenza, l’oltraggio, il sacrificio; filmavano ridenti e ululanti, e la fiera è continuata per tre giorni, con la fila per vedere (ossia fotografare), il corpo del nemico ucciso.
Sic transit gloria mundi: così, senza vergogna, ha sentenziato il nostro presidente del Consiglio, l’amico di Gheddafi, con l’aria di chi la sa lunga, di colui che sapeva come sarebbe andata a finire. E gli facevano eco i suoi pseudoministri, gongolanti, dal superfluo Frattini, al dannoso (e pericoloso) La Russa. Come un maiale, ho detto, è stato ammazzato: ma non è stato divorato, né dato in pasto ai cani. Sarebbe stato, tutto sommato, più pietoso: lo hanno invece umiliato da morto, e dopo averlo denudato, lo hanno esposto al ludibrio di coloro che fino a qualche mese o settimana fa si prostravano davanti al Capo. E noi, noi gli occidentali, noi gli evoluti, noi i “civili”, abbiamo freddamente preso atto: ma, contemporaneamente, ci siamo premurati di scaricare su di “loro”, i “barbari”, quella festa crudele. Loro che agivano per nostro conto. La Nato non sapeva che nel convoglio c’era Gheddafi. La Nato chiede un’inchiesta. L’Onu le ha fatto eco, come sempre. Le cancellerie occidentali si sono proclamate estranee ai fatti.
E mentre leggevamo queste dichiarazioni, ci chiedevamo il perché dell’accanimento contro il tiranno libico, mentre si lasciano al loro posto altri, che perseverano nell’oppressione della loro gente (vedi Assad, in Siria) o che soggiogano e schiacciano popoli da loro defraudati del diritto stesso a esistere (la dirigenza israeliana, per esempio, contro i palestinesi).

Ci chiedevamo, come mai la tutela del popolo libico (supponendo che tutto fosse ostile a Gheddafi) abbia avuto la precedenza, anzi una corsia privilegiata: e come mai l’Onu non abbia avuto nulla da osservare sul fatto che due nazioni , che hanno nella loro memoria la passata grandezza di potenze coloniali, abbiano deciso di “agire”, ossia fare la guerra, motu proprio, trascinando nella gloriosa impresa i partner euro-atlantici. Sarà mica il petrolio a far gola? Ma no. È la “salvaguardia dei diritti umani”: spetta all’Occidente, a quanto pare, questo difficile compito affidatogli dalla Storia, quella dei vincitori.

Noi ci limitiamo a schiacciare il tasto di un pc, e il lavoro sporco lo lasciamo fare agli altri; così, forse, pensiamo di salvare la nostra innocenza, con le mani rimaste pulite del sangue procurato dalle nostre bombe intelligenti, dai nostri missili selettivi, da tutti i congegni di morte che sappiamo mettere in campo. “Restiamo umani”: con questa frase eversiva Vittorio Arrigoni chiudeva le sue corrispondenze da Gaza, città martire. Non ha convinto i suoi carnefici. Forse era follia sperar che convincesse noi.

Angelo d’Orsi – 26 ottobre 2011
Fonte: Il Fatto Quotidiano – pag. 18 Pdf

 
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