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Come non ricordare lo stupore con cui fu accolta nel nostro Paese l’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura 1996 alla poetessa polacca Wislawa Szymborska, considerata dai più un’illustre sconosciuta? Dopo il Nobel la cerchia dei suoi lettori si è ampliata in Polonia con una velocità straordinaria – comprensibile in un Paese di grande e impegnata tradizione poetica -, creando non poco imbarazzo a una scrittrice nota per la sua riservatezza ….

 

 

 

Come non ricordare lo stupore con cui fu accolta nel nostro Paese l’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura 1996 alla poetessa polacca Wislawa Szymborska, considerata dai più un’illustre sconosciuta?
Dopo il Nobel la cerchia dei suoi lettori si è ampliata in Polonia con una velocità straordinaria – comprensibile in un Paese di grande e impegnata tradizione poetica -, creando non poco imbarazzo a una scrittrice nota per la sua riservatezza (“Preferirei rivendicare il diritto di non scrivere sulla mia poesia. Quanto più l’attività creativa mi assorbe, tanto meno la voglia di formulare un credo poetico….”), e che non è in alcun modo disposta a indossare i panni del “vate” o” bardo “nazionale.
A distanza di dieci anni dal Nobel, Szymborska divenne un’autrice di culto anche nel nostro Paese e ciò grazie al successo della sua opera poetica, ora largamente tradotta (e non solo in Italia), mentre si susseguono le ristampe.

Saviano l’ha letta da Fazio: ha già venduto 15 mila copie. Aveva appena finito di parlare, di leggere l’ultimo verso di una poesia di Wislawa Szymborska che già su Amazon erano state vendute ottocento copie del libro della poetessa polacca , una poetessa che ripristina il contatto fra il quotidiano e l’assoluto, riporta a una smarrita pienezza di pensiero e restituisce la consapevolezza stupefacente che il vero miracolo è nella vita stessa:”un miracolo ,basta guardarsi intorno:/il mondo onnipresente”(La fiera dei miracoli). La Szymborska aveva tracciato una sorta di programma poetico nella prima poesia di “Grande numero”, volumetto di 25 poesie: “Quattro miliardidi uomini su questa terra,/ma la mia immaginazione è uguale a prima./Se la cava male con i grandi numeri./ Continua a commuoverla la singolarità”. Un’apparente semplicità, un compatire che tacitamente trapassa dall'”io “al “noi”.Nelle sue poesie ciò che accade , ciò che accade accade semplicemente all’uomo e allora…..
“….mai cosa mortale resterà mortale” M. Allo
 

Conversazione con una pietra

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Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.
– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.
– Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.
– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.
– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
– Non ho porta – dice la pietra.
Per la Szymborska la poesia, come la vita, si fonda sul confronto con la realtà, un confronto concreto e non intellettuale, vivo e non astratto, un confronto vissuto, partecipato, mai sublimato a vana sentimentalità o a idea. Al poeta che, per esempio, cerca di penetrare il mistero di una pietra, che bussa dicendo “fammi entrare”, la pietra risponde che […]non c’è senso che possa sostituirti quello del partecipare./ Anche una vista affilata fino all’onniveggenza / non ti servirá a nulla senza il senso del partecipare./ Non entrerai, non hai che una sensazione di quel senso, appena un germe, una parvenza. […] (“Conversazione con una pietra”). Per entrare, quindi, bisogna mettersi in gioco perché non c’è nulla che il nostro affannarsi possa trattenere, neppure con l’ausilio della memoria. Ciò che viviamo passa, è benvenuto e addio in uno solo sguardo, eppure se il poeta riesce a meravigliarsi davanti alla realtà che lo circonda può esclamare tutto è mio, niente mi appartiene.
“Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità,
sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.” (Paolo di Tarso)