Vincenzo Bellini è tornato nella sua devota Catania il 23 settembre, per la stagione lirica del Teatro Massimo, proprio in coincidenza della ricorrenza della sua morte, con la sua terza opera “Il pirata” che esordì nel 1827 alla Scala. Un’opera bella, ricca di spunti musicali felici, ma difficile, come tutte le opere belliniane, complessa da eseguire e impervia per i cantanti, che necessitano di una vocalità poliedrica e una tecnica sicura e poderosa.

Dopo la bellissima ouverture, diretta (come tutta l’opera) con grande sapienza da Miquel Ortega e eseguita con adeguata precisione dall’orchestra, la scena ha regalato un allestimento ben curato da Giovanna Giorgianni, con i convincenti costumi di Riccardo Cappello e l’adeguata regia di Giovanni Anfuso con una buona prova del coro, diretto da Giovanni Petrozziello, che ha reso con efficacia le parti ad esso affidate.

I cantanti hanno obbedito solo in parte alle precise e numerose indicazioni dello spartito belliniano, che appare molto esigente in termine di sfumature, che sarebbero dovute andare dal tenero al languido, dal dolcissimo all’espressivo, fino al “con furore”. E invece il tenore Filippo Adami è stato un Gualtiero alquanto piatto, di mezzo carattere che ha eseguito onestamente la sua parte, senza guizzi e senza far vibrare agli ascoltatori le giuste corde che il personaggio imponeva.

Francesca Tiburzi nel ruolo di Imogene ha offerto una prova nel complesso convincente (brava ad esempio nella scena del vaneggiamento), ma non sempre è riuscita, soprattutto  nel cantabile, a trasmettere passione e strazio, regalità e fierezza, come avrebbe voluto Bellin soprattutto sul registro centro-grave.

Bravo il baritono  Francesco Verna  nel ruolo di Ernesto che ha offerto un canto sicuro e emozionante, soprattutto nel duetto con Imogene “Tu m’apristi in cor ferita”, dove ha saputo rendere appieno tutto lo sdegno e la rabbia del nobile tradito negli affetti.

Alexandra Oikonomou  è stata una convincente Adele e si è distinta per una bella voce, sapientemente modulata; bravo anche il basso Sinan Yan  nel ruolo di Solitario, vigoroso al punto giusto.

Un allestimento a luci e ombre, dunque, cui alla fine sono stati comunque tributati caldi e lunghi applausi. Si può anche non avere la perfezione che lo spartito avrebbe imposto, ma la musica di Bellini è sempre un balsamo per le orecchie e il cuore degli etnei…

Silvana La Porta