Il precariato è l’altra faccia, strutturalmente inevitabile, dell’inamovibilità dei lavoratori di ruolo“. Voglio umilmente e veramente ringraziare il senatore Ichino per questa illuminante dichiarazione, che, proprio ad imitazione del celebre rasoio di Occam, emulandone, anzi, la dirimente logica onto-essenzialistica, sterilizza le proliferanti interpretazioni, dissipa le ipotesi tormentose e riduce all’univocità e all’unicità le discussioni sull’origine e la permanenza del precariato, mettendo fine all’affannosa ricerca della sua matrice ideologica e alla faticosa, speciosa denuncia della sua finalità liberticida…


E io che, nella mia pochezza di docente a tempo determinato, dal 2008 ad oggi ho creduto di essere e di essere rimasta precaria a causa dell’espansione indebita e fraudolenta, da parte dello Stato, dell’organico di fatto, che comporta l’attribuzione di incarichi annuali anche su posti vacanti, per risparmiare sulla pelle dei ragazzi e dei docenti; a causa della Legge Fornero, che ha negato il pensionamento a chi aveva raggiunto i limiti di età già nel 2011, impedendo che si liberassero almeno 5000 cattedre; a causa del taglio “lineare” inferto a tante materie (latino, italiano, storia, geografia, storia dell’arte) e ai laboratori; a causa dell’accorpamento delle classi, per cui 35 alunni vengono stipati nelle prime classi e almeno 27 nelle terze, e che sopprime centinaia di posti di lavoro, depauperando la didattica; a causa dei tagli al sostegno, caricato, grazie ai BES, sulle spalle dei titolari… Era tutto così semplice, invece; bisognava operare una reductio ad unum!
Ichino ha avuto il genio necessario ad operare questa manovra concettuale poderosa, e adesso anche io so che sono supplente da 14 anni, a 44 anni, perché i colleghi di ruolo non sono stati, finora, facilmente licenziabili e non sono stati licenziati, dunque, in misura tale da garantire il dovuto e auspicato “ricambio”!
Ma che pretesa antisociale e vigliacca, quella dei colleghi di ruolo, di vedersi tutelati fino alla fine della loro vita di lavoratori appellandosi a un vecchio scartafaccio chiamato, con alterigia demodé, “Costituzione”, e richiamandosi, per di più, a un codicuzzo sublimato dal roboante nome di “Statuto dei Lavoratori”, parimenti ammuffito ed estorto da quattro briganti nel secolo scorso! Che sfrontati egoisti, che dinosauri veterocomunisti, ‘sti docenti pantofolai, abbrancati come disperati naufraghi a schemi atavici di relazione basati su sentimenti disumani come la solidarietà e su valori antiumani come l’uguaglianza, quando tutti sanno che l’istinto primordiale, quello che va seguito perché “naturale”, comanda di sbranarsi, di accaparrarsi tutto, di accoppare il prossimo, l’avversario, per sopravvivere, salvo poi ricorrere a qualche ben incardinato cardinale per farsi assolvere e giustificare…
I peccati del capitalismo, infatti, e anche questo è noto e risaputo, sono un “male necessario”, l’effetto collaterale, il prezzo da pagare per garantire lo sviluppo e il mantenimento del sistema, del solo possibile sistema…
Del resto, è acclarato che il lavoratore licenziato svanisce, si volatilizza all’atto stesso del licenziamento, insieme a tutta la sua famiglia, sicché basta rimuoverlo dal posto di lavoro per “rimuoverlo” dalla faccia della Terra! Mica va a costituire un problema, un dramma, un pericolo, un carico sociale nuovo, una perdita per l’economia e una minaccia per la tenuta civile del paese!
Ecco perché il provvido e provvidenziale governo, sia pure tra confusioni, rinvii, fallimenti e diverbi generati da un dissennato dissenso che non lo lascia lavorare, sta liberalizzando e incentivando il licenziamento, rendendolo possibile pure senza motivo, pure perché una mattina, magari, ci si è messi addosso un maglione rosso, evocativo e provocatorio… E’ tutto a mio favore, a favore di quelli come me, ancora speranzosi, pieni di entusiasmo, titoli, esperienza, amore per il proprio mestiere… Però, una cosa non comprendo: se licenziare è un metodo di creazione di posti di lavoro, anzi il metodo “strutturalmente” più coerente e cogente (basta gridare: “spazio al merito!” e il gioco è fatto), quanto tempo resterò in ruolo, io? Quanto “durerò”? Quando dovrò avere a mia volta la decenza e la creanza di lasciare il posto a un’altra precaria, ovvero quando verrò ritenuta, anche a torto, indegna del mio posto e perciò defenestrabile pleno iure? E se la cosa dovesse avvenire con ignominia, con un affronto intollerabile o per un rinfaccio pretestuoso, come mi risolleverò? Avrò la forza di risollevarmi? E come mi riciclerò, da allora in poi?…
Ma che stupida a fasciarmi la testa anzitempo con proiezioni che tradiscono un approccio riprovevolmente storiolatrico all’esistenza! Si colga l’attimo; si viva il presente, che unicamente conta, e si modelli, infine, ogni passato e ogni futuro su questo momento eccezionale, che vede all’opera il possente ed epurante genio di uomini come il senatore Ichino!