Il supplente va in pensione senza essere assunto…(da La Repubblica)

 

Antonino Geraci, insegnante di educazione fisica, dice: “Ogni anno è sempre peggio e incoraggio i miei figli ad andare via”. Negli istituti privi di palestra quando piove i docenti sono costretti a organizzare giochi di società

Eleonora Lombardo da la Repubblica ed. di Palermo,  25.5.2011

Il suo sogno non è più il posto fisso, ma la pensione. La pensione da precario. Antonino Geraci, 57 anni, è un insegnante di educazione fisica precario della scuola da 29 anni. Uno che ha anticipato di una paio di generazioni il trend più diffuso fra i trentenni di oggi e che sul precariato ha impostato la sua esistenza: “Tanto il minimo me lo devono dare – dice – e a fare affidamento sul minimo mi sono allenato per tutta la vita”.

Geraci ha moglie e figli, la prima a un passo dalla laurea in medicina e il secondo di maturità. Mentre i suoi figli si apprestano ad affrontare il mondo del lavoro, lui aspetta ancora di consolidare il suo ruolo professionale. “Ogni anno è sempre peggio e incoraggio i miei figli ad andare via perché la Sicilia è in una situazione di sconfortante immobilità”. Quest’anno Geraci l’incarico lo ha avuto alla terza chiamata, vivendo nel frattempo con il sussidio di disoccupazione. Da quando ha preso servizio, il 7 dicembre, la mattina si sveglia alle sei e trenta e per tutta la settimana si divide fra Chiusa Sclafani e Giuliana, all’istituto comprensivo Reina.

Due comuni e una scuola dove la palestra non c’è e i palloni per la pallacanestro li porta lui, insieme a una corda per costruire un campo da pallavolo improvvisato. La benzina per raggiungere i suoi ragazzi ammonta a circa a 500 euro al mese, che incidono dritti dritti sul suo stipendio di 1.300 euro. “Sono stanco e sfiduciato. Non credo più nella scuola e non vedo l’ora di compiere 65 anni e andarmene in pensione. Da precario. E anche se, in questi 8 anni che mi separano dall’età pensionabile, mi dovessero dare la cattedra, andrei in pensione comunque”.

La storia professionale di Antonino Geraci comincia nel 1980 quando si diploma all’Istituto superiore di educazione fisica e inizia a fare qualche saltuaria supplenza alla scuola media: “Ero giovane, non ero ancora abilitato e allora la mia passione e la mia prima forma di sostentamento era la pallacanestro. Sono stato un giocatore professionista. Per uno che veniva dalla provincia di Caltanissetta, sono originario di Sommatino, c’erano tutte le premesse per una vita stabile e felice. Anzi mi sentivo più che fortunato, vivevo in via Siracusa e tutto professionalmente era agevole”. Geraci, soddisfatto della sua vita, usava il suo diploma di geometra per fare qualche piccolo rilievo e, fra un allenamento e una supplenza, c’erano tutti i presupposti per pensare a una vita economicamente stabile.

Nel 1984, quando al Don Bosco di via Evangelista di Blasi, l’istituto salesiano che vantava ottimi impianti sportivi, cercano un professore di educazione fisica, pensano proprio a lui. Gli offrono un contratto a tempo indeterminato come insegnante unico per 12 ore alla settimana. “Un contratto a tempo indeterminato, la pallacanestro e altre 6 ore da spendere con le supplenze nella scuola statale che non ho mai abbandonato. Una situazione in miglioramento che in un momento di sfrenato ottimismo mi ha spinto a sbilanciarmi con la mia fidanzata, con Fiorella, chiedendole di diventare mia moglie”.

Neanche passano due anni e nel 1986 c’è il concorso a cattedra. Il professor Geraci lo vince e sceglie come sede Caltanissetta, dove gioca a pallacanestro. Per avvicinarsi a Palermo, dove nel frattempo la famiglia cresceva, ci sarebbe stato sempre tempo. Ma dopo tre anni non si libera nessuna cattedra e il concorso va in prescrizione. Tutto annullato. Tutto da rifare. Si ricomincia.

Geraci continua a essere ottimista, a fare canestro e a insegnare dai Salesiani. Nel 1990 viene fatto di nuovo il concorso: “Ma questa volta feci buca”. Nel 1999 i Salesiani chiudono. “Da quel momento in poi ho percepito la mia situazione professionale in termini di precariato assoluto. L’unica consolazione era il dato concreto di ricevere incarichi annuali. Mia moglie, che è architetto, con i concorso del 2000 è entrata di ruolo nella scuola. Questo ha dato una stabilità economica alla famiglia, a discapito però del suo desiderio di realizzazione professionale”.

È difficile parlare di realizzazione professionale con Geraci, lui che ogni anno, bene che vada, cambia scuola e alunni. Non vede il corpo atletico dei suoi ragazzi maturare né ha il piacere di seguire l’evolversi nei tre anni delle strategie di gioco e di aggregazione in squadra. Lui è un insegnante one-shot. “Incarichi annuali in ogni parte della Sicilia”. Fino al 2006. Da allora è l’incertezza assoluta. Tutto è andato a peggiorare. “Non c’è più la certezza degli incarichi annuali e la fine dell’anno non la aspetto più come un periodo di meritato riposo, ma con l’angoscia dell’incerto che avanza. Questo comporta tensioni in famiglia e gli scrutini sono la resa dei conti di una vita che ogni anno si deve reinventare”.

Nel ripassare il suo convulso e trentennale rapporto con il Provveditorato, il professore Geraci oggi si dà delle colpe. Per esempio, rimpiange di non avere mai voluto fare il corso per il sostegno: “Le mie esperienze come insegnante di sostegno le ho fatte quando ancora non c’era bisogno di un’abilitazione specifica. Sono state irripetibili occasioni di crescita. Ma non me la sono mai sentita di indirizzare la mia carriera in questo senso. Non mi riconosco le qualità e la vocazione che questa figura professionale richiede. Oggi il sostegno lo fanno tutti e se potessi tornare indietro, agirei diversamente”. Della scuola non ne può più e si lamenta di lavorare da precario in strutture più che precarie, in scuole senza palestra e senza attrezzi.

“La scuola oggi è demotivante. Si riempiono scartoffie. Quando piove, in classe facciamo giochi di società: Scarabeo, Forza 4 e il Milionario. Che devo fare?” si domanda sconfortato. “Nelle terze classi faccio fare un po’ di teoria, perché devono fare gli esami, ma i ragazzi di prima e seconda devono giocare e devono muoversi. Il bello è che mi fanno fare programmazione. Ma la programmazione resta sulla carta. Posso anche scrivere “fondamenti di pallacanestro”, ma se poi il canestro non c’è è difficile metterlo in pratica. E con solo tre palloni, che mi porto io da casa, ai ragazzi di Chiusa Sclafani insegno solo a litigare per chi ne prende uno prima”.

Oggi Geraci non spera più che le cose cambino. L’anno scorso addirittura era tentato di andare al Nord, non lo ha fatto perché troppo legato alla famiglia e perché sradicarsi alla soglia della pensione non è facile. Se gli si domanda quali rinunce il precariato ha comportato nella sua vita, risponde: “Nessuna, sono riuscito a fare studiare i miei figli e nel 2004 ci siamo lanciati pure nell’acquisto della casa. Abbiamo precariato i desideri e di anno in anno li abbiamo rilanciati. Alla pallacanestro non ho mai rinunciato e il mercoledì pomeriggio mi dedico a fare l’istruttore di mini basket qua a Palermo”. Sul suo futuro ha le idee chiare: dopo la pensione, una vacanza. E mai più la sensazione di essere un supplente, uno che occupa il posto di qualcun altro.

 

LEGGI I SERVIZI PRECEDENTI