Il Teatro Stabile di Catania inaugura la nuova stagione 2013-14 con Hedda Gabler, l’eroina di Ibsen La sapiente regia è di Antonio Calenda, nel ruolo del titolo una straordinaria Manuela Mandracchia…

 

 

 

 

 

 

Hedda Gabler
di Henrik Ibsen
con Manuela Mandracchia,
Luciano Roman
regia Antonio Calenda
 scene Pier Paolo Bisleri
costumi Carla Teti
luci Nino Napoletano
musiche Germano Mazzocchetti
coproduzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Compagnia Enfi Teatro
Teatro Verga, dal 10 al 15 dicembre 2013
Prima rappresentazione 10 dicembre, ore 20,45

 

 

Comunicato stampa

 

Il Teatro Stabile di Catania inaugura la nuova stagione 2013-14 con Hedda Gabler, l’eroina di Ibsen
La sapiente regia è di Antonio Calenda, nel ruolo del titolo una straordinaria Manuela Mandracchia

 

CATANIA – Una stagione di prosa, la cinquantaseiesima, ricca di proposte variegate, messinscene avvincenti, protagonisti prestigiosi: è la garanzia di qualità del Teatro Stabile di Catania. Lo conferma lo spettacolo inaugurale: l’appuntamento è al Teatro Verga dal 10 al 15 dicembre con un capolavoro e un’indimenticabile eroina della letteratura drammatica, Hedda Gabler. Gelida e altera, consapevole del proprio fascino eppure fragile nella sua intima frustrazione, nella sua incapacità di vivere serenamente la propria femminilità, ossessionata dal successo e rapita da un vortice di egoismo, rivalità, deleteria intransigenza: Hedda Gabler è una delle più problematiche, febbrili e seduttive figure femminili ibseniane. È alle suggestioni dell’opera di Henrik Ibsen che il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, assieme alla compagnia Enfi Teatro, si volge con questa nuova produzione, intraprendendo un significativo itinerario nella grande drammaturgia classica europea. Antonio Calenda affronta Hedda Gabler dirigendo nel ruolo del titolo Manuela Mandracchia, interprete sensibile e nome di spicco dell’attuale panorama teatrale italiano. L’allestimento si avvale delle scene di Pier Paolo Bisleri, i costumi di Carla Teti, le luci di Nino Napoletano, le musiche di Germano Mazzocchetti.
Ibsen – assieme allo scandinavo e di poco successivo August Stindberg – rappresenta un vertice assoluto nella letteratura teatrale ottocentesca, attraverso i cui modelli continua ad esprimersi, aprendone però le prospettive a nuove vie, a percorsi di piena modernità che egli ha il merito di prospettarci in tutta la loro complessità concettuale. Ancora intessuto di fili naturalistici ma anche di potenti suggestioni metafisiche, attraversato dagli influssi di Kirkegaard, ma anche di Balzac e di Dumas fils e di molta fondamentale letteratura tedesca che l’autore approfondì nei suoi oltre vent’anni di peregrinazioni fra Roma e la Germania, il Teatro di Ibsen non nega dunque i confini del teatro borghese, ma li abita con inquietudine, attraverso storie di tragedia quotidiana, aspre e palpitanti d’anticonformismo, che obbligano il pubblico a un proprio chiaro atto di coscienza e interpretazione.
I personaggi, soprattutto le creature femminili, esprimono sempre uno o più nodi tematici che stanno a cuore all’autore, senza però apparire mai esemplificativi: conservano invece tutta la loro vibratile complessità, vivono ogni chiaroscuro, ogni contraddizione e ciò assicura ai loro profili ed ai loro conflitti dirompenza emotiva. «È in questo tormento scuro – commenta il regista – la chiave che li rende moderni, ciò che di loro conquista tuttora artisti e pubblico. Trovo da questo punto di vista molto significativo un prezioso intervento di Roberto Alonge, che sottolinea come Ibsen appaia come una sorta di gemello, forse ancor più geniale, di Freud. Capace di scavare nel pozzo nero dell’inconscio e raccontare attraverso il suo teatro inquietudini di assoluta attualità: se da scienziato Freud esterna le proprie scoperte, Ibsen lo fa da artista. Depista, accenna, occulta, ma dalle pieghe del linguaggio, dalle ombre interiori è facile intuire quanti fantasmi incestuosi padre-figlia popolino la scena, quanti drammi psicologici, quanto l’oscurità abbia da rivelare». Appare alla fine riduttivo anche il ravvisare in Ibsen – come a lungo si è fatto – un portabandiera ante litteram dell’emancipazione femminile: le sue protagoniste, Nora in Casa di Bambola, la Signora Alving in Spettri e naturalmente la misteriosa Hedda ci offrono un mondo di induzioni ben più frastagliato.
Scritto nel 1890 e andato in scena – con accoglienza gelida per la sua vis provocatoria – l’anno successivo al Residenztheater di Monaco, Hedda Gabler pone al proprio centro una figura che si discosta profondamente dall’ideale femminile coevo ad Ibsen. Un plot ad alta tensione drammatica che precipita inevitabilmente nella tragedia. Dopo la morte del padre, il generale Gabler, con cui aveva condotto vita altolocata, la giovane Hedda si trova costretta a sposare per interesse un mediocre intellettuale piccoloborghese Joergn Tesman. Egli ambisce a una cattedra universitaria che gli spetterebbe di diritto e nella prospettiva di quest’incarico, per amore di Hedda, ha contratto debiti, intrapreso un lungo viaggio di nozze e acquistato una villa. Rientrata dalla luna di miele, Hedda appare del tutto insoddisfatta della sua nuova vita, annoiata, confusa dalla sua stessa femminilità enigmatica e ancor più dal fatto di essersi scoperta incinta, stato che invece il marito non sa intuire.
La confusione nella casa aumenta quando riappare Løvborg un antico amore di Hedda, scrittore tutto “genio e sregolatezza” che ora è amato e ispirato dalla giovane Thea, e che potrebbe concorrere alla cattedra di Tesman. Hedda è subito infastidita da Thea, le si finge amica per rivaleggiare con lei. Una sera, ubriaco, Løvborg smarrisce il manoscritto che avrebbe dovuto portare a compiutezza il suo successo e ciò manda nella disperazione lui e Thea. Tesman lo ritrova, ma Hedda lo convince a tacere e brucia il capolavoro. Durante un incontro con Løvborg lo indurrà a uccidersi, fornendogli addirittura una delle pistole del padre generale, in un cieco slancio di volontà di potenza e di controllo del destino altrui. Ma la forza e l’individualità di Hedda varcano presto il confine della solitudine: ricattata e minacciata di scandalo dall’assessore Brack, non confortata dal marito, tutto intento a ricostruire assieme a Thea il capolavoro perduto, tormentata dalla frustrazione, la donna sceglie di suicidarsi davanti al ritratto del padre.

 

 

Distribuzione dei ruoli


JORGEN TESMAN, borsista di storia della cultura                  Jacopo Venturiero
LA SIGNORA HEDDA GABLER, sua moglie                             Manuela Mandracchia
LA SIGNORINA JULIANE TESMAN, sua zia                              Simonetta Cartia
LA SIGNORA ELVSTED                                                              Federica Rosellini
IL GIUDICE BRACK                                                                     Luciano Roman
EJLERT LOVBORG                                                                     Massimo Nicolini
BERTE, domestica presso i Tesman                                        Laura Piazza