alt I dati non devono far paura (Martinez), ma oggi serve più che mai una valutazione mite, non intrusiva, capace di stimolare responsabilità e miglioramento: un approccio etico-costituzionale, piuttosto che tecnicistico (Cerini), con un giusto dosaggio tra valutazione esterna (accountability), performativa ma hard, e autovalutazione interna (debole se autoreferenziale), ma soft (Scheerens).

 

Il valore aggiunto nella scuola: pret à porter?

di Giancarlo Cerini – Dom, 25/03/2012 – 16:31

Bell’equilibrio quello che si è realizzato a Bologna, al convegno nazionale dell’ANDIS (Associazione nazionale dirigenti scolastici), tenutosi nella prestigiosa “Sala Borsa” – oggi biblioteca multimediale – il 23-24 marzo, con 200 partecipanti attentissimi e molti relatori di qualità, che si sono “misurati” (è proprio il caso di dirlo) con il concetto di “valore aggiunto” e più in generale con il tema della valutazione a scuola. Come auspicava in apertura il sottosegretario all’istruzione Elena Ugolini, lanciando un guanto di sfida agli esperti, “il valore aggiunto non è un algoritmo statistico”. Ma allora che cos’è? E chi è titolato a parlarne?

Hanno ragione gli economisti, a reclamare efficacia della spesa pubblica, qualità dei risultati, rapporto costo-benefici, conti alla mano? Sono convincenti i docimologi nel richiedere affidabilità dei dati, indicatori pertinenti, strumentazioni oggettive? E che dire dei giuristi che esigono trasparenza, correttezza degli atti, rendicontazione sociale, responsabilità? Sono forse patetici i pedagogisti a mettere al centro i valori disinteressati della cultura, della relazione educativa, dell’apprendimento, della cittadinanza?

La società pretende una valutazione affidabile! E la scuola che cosa pensa? Gli insegnanti e i dirigenti, che tipo di valutazione si aspettano? E l’Invalsi – il nostro istituto nazionale di valutazione – che ruolo intende svolgere? E’ possibile tenere insieme queste diverse sollecitazioni? Credo che il convegno di Bologna (di alto livello e su cui dovremo ritornare in maniera non frettolosa) abbia rappresentato un buon passo avanti in questa ricerca. Ricostruiamo allora il filo dei discorsi, tutti importanti.

I dati non devono far paura (Martinez), ma oggi serve più che mai una valutazione mite, non intrusiva, capace di stimolare responsabilità e miglioramento: un approccio etico-costituzionale, piuttosto che tecnicistico (Cerini), con un giusto dosaggio tra valutazione esterna (accountability), performativa ma hard, e autovalutazione interna (debole se autoreferenziale), ma soft (Scheerens). Il valore aggiunto evidenzia l’effetto scuola, ciò di cui gli operatori interni devono prendersi la responsabilità per andare oltre i tanti vincoli del contesto (Ricci). Già ci sono riscontri positivi dalla sperimentazione VSQ-Valutazione Sviluppo Qualità, che utilizza il calcolo del valore aggiunto, abbinandolo però all’apprezzamento di ulteriori fattori organizzativi e didattici (Gavosto), mentre ha fatto più discutere il progetto Valorizza, con un premio ai docenti più “stimati” da ogni comunità scolastica: ma i termometri, anche se spiacevoli, vanno usati (Ichino). Meglio, tuttavia, parlare di valutazione come “cannocchiale galileiano” (Previtali), senza dimenticare la condivisione necessaria della scuola e dei docenti, che non possono subire la valutazione, ma devono viverla come ricerca (Giovannini). Un altolà è giunto da Martini: la pubblicazione dei dati grezzi sui livelli di apprendimento, ma anche quelli di valore aggiunto, scuola per scuola, può accrescere i rischi di segregazione e polarizzazione tra istituti scolastici che diventerebbero sempre più disuguali. L’esperienza internazionale dovrebbe rendere tutti più cauti.

Ripensare la valutazione in senso formativo può influire positivamente sui risultati dei ragazzi, però bisogna cambiare parametri di riferimento (Comoglio), come ci fanno intravvedere le ricerche più recenti sull’apprendimento. Strategica risulta anche la valorizzazione/validazione delle competenze comunque conseguite (Accorsi), in ambienti formali e informali. Determinante è anche il ruolo di facilitazione, di freno o di sfida dei diversi contesti territoriali (Pillati e Palmieri, assessori comunali di Bologna e Napoli, hanno richiamato criticità ma anche virtù civiche). Di tutto ciò deve far tesoro il dirigente scolastico, se vuole interpretare una leadership educativa orientata all’apprendimento e alla comunità professionale (Cristanini). I responsabili dell’ANDIS (Jannaccone, Rossi, Stellati, Quirini, Anania) hanno puntualizzato i “passaggi” salienti del “loro” convegno, che si è concluso con 5 work-shop partecipati e animati (condotti da Luisi, Senni e staff Aicq, Mosca e rete Avimes, Cerini, Previtali, Panziera, Risoli). Un bel week-end lungo sotto le Due Torri, che deve far riflettere sia chi sta nei palazzi (gli asettici tecnici al Governo), sia chi anima le piazze (gli indignados dell’”urlo per la scuola”). La democrazia è proprio questo.

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