altUn romanzo-memoria per imparare che in noi vivono tutti i nostri antenati

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«La vigilia della catastrofe (11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio bambino…

 

 

Un romanzo molto corposo e molto impegnativo che in questi anni non ho mai abbandonato, che al massimo ho lasciato dormire qualche mese per curarmi in ospedale o per condurre negli archivi e nelle biblioteche le ricerche su cui è costruito».
Spiega così la genesi di «Un cappello pieno di ciliege» l’autrice, Oriana Fallaci. Si tratta di un testo postumo che arriva a noi attraverso il dattiloscritto che la Fallaci stessa consegnò con le indicazioni per la pubblicazione al nipote e suo erede testamentario, Edoardo Perazzi.

In occasione della presentazione di «La rabbia e l’orgoglio» ai suoi lettori la scrittrice descrisse il romanzo come «un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta. (Perché no? Le opere postume hanno lo squisito vantaggio di risparmiarti le scemenze o le perfidie di coloro che senza saper scrivere e neanche concepire un romanzo pretendono di giudicare anzi bistrattare chi lo concepisce e lo scrive). Quell’11 settembre (di cui sopra, ndr) pensavo al mio bambino, dunque, e superato il trauma mi dissi: “Devo dimenticare ciò che è successo e succede. Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco”.
Così, stringendo i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei personaggi. Creature di un mondo lontano, di un’epoca in cui gli aerei e i grattacieli non esistevan davvero. Ma durò poco. Il puzzo della morte entrava dalle finestre…»(Da Il Sole 24 ore)
Ecco un ampio stralcio del primo capitolo…….

Nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, corsi il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere.
Naturalmente l’avevo già corso numerose volte, per milioni di anni e ogni volta che un mio arcavolo si sceglieva un’arcavola o viceversa, ma quell’anno fui proprio sul punto di pagare con la mia pelle il principio biologico che dice: «Ciascuno di noi nasce dall’uovo nel quale si sono uniti i cromosomi del padre e della madre, a loro volta nati da uova nelle quali s’erano uniti i cromosomi dei loro genitori. Se cambia il padre o la madre, dunque, cambia l’unione dei cromosomi e l’individuo che avrebbe potuto nascere non nasce più. Al suo posto ne nasce un altro e la progenie che ne deriva è diversa dalla progenie che avrebbe potuto essere». In che modo accadde?
Semplice. Filippo Mazzei faceva il commerciante di vini a Londra e frequentava Benjamin Franklin, lì come rappresentante della Pennsylvania, da cui aveva comprato due delle sue celebri stufe per la reggia di Palazzo Pitti. Attraverso Franklin era entrato in contatto con Thomas Jefferson che conosceva l’italiano e sapeva tutto sulla Toscana, e nei primi mesi del 1773 ricevette da lui una proposta formulata press’a poco così: «Caro Filippo, secondo me il Chianti è un modello di agricoltura da imitare in Virginia. Perché non si trasferisce qui e ivi crea un’azienda agricola per la produzione del vino e dell’olio?
La terra non manca. Costa poco, è fertile, e credo adatta a coltivarvi la vite e l’ulivo. Però i nostri coloni non hanno dimestichezza con queste piante e non sanno nulla sull’olio e sul vino. Se viene, si porti dietro una decina di contadini toscani». Mazzei aveva trovato l’idea irresistibile, incoraggiato da Franklin lasciò Londra, rientrò a Firenze dove all’inizio dell’estate prese ad organizzare il viaggio, e per scegliere i dieci contadini si rivolse all’ente ecclesiastico presso il quale aveva studiato medicina: il Regio Spedale di Santa Maria Nuova che a Panzano possedeva una grossa fattoria. Il Regio Spedale delegò la faccenda ad alcuni preti della zona fra cui don Pietro Luzzi, e il candidato di don Luzzi fu un bel biondino dagli occhi azzurri e il cervello vispo che sapeva leggere e scrivere: Carlo Fallaci, futuro bisnonno del mio nonno paterno.
Carlo aveva vent’anni, a quel tempo. Era il secondogenito del mezzadro che nel podere denominato Vitigliano di Sotto lavorava per i Da Verrazzano, gli eredi del Giovanni cui si deve la scoperta del fiume Hudson e della baia di New York, e veniva considerato la pecora nera della famiglia. Più che una famiglia, una setta di irriducibili terziari francescani cioè di probi caratterizzati da una cupa spiritualità e da un sistema di vita tragicamente monastico. Penitenze, astinenze, digiuni, crocifissi. Frusta a sei corde e tre nodi per corda onde flagellarsi meglio. Preghiere a colpi di dodici Pater e dodici Ave da dire al mattino, a mezzogiorno, al tramonto, la sera, più un Gloria o un Requiem aeternam ad ogni suonar di campane e un Rosario prima d’addormentarsi. Castità coniugale, insomma rari e sbrigativi amplessi riservati solo alla procreazione.
Ripudio di qualsiasi piacere, qualsiasi gioia, qualsiasi divertimento o lazzo o risata. Nonché cieca obbedienza a un frate detto Padre Visitatore che allo scader del mese gli piombava in casa per controllare se praticassero l’umiltà, la carità, la frugalità, la pazienza, l’amore per gli animali predicato da San Francesco. O verificare se portassero il cilicio, se indossassero abiti dimessi e color cenere completati dal cingolo, se rifiutassero le cattive compagnie, i discorsi indecenti, le canzonacce, i balli, le veglie, le fiere, la carne proibita il mercoledì e il venerdì e il sabato e gli altri giorni stabiliti, infine se eseguissero le opere di misericordia imposte dalle bolle papali. Ad esempio convertire i traviati, segnalare i miscredenti, denunciare i confratelli rei di qualche fallo ma restii ad accusarsi.
E guai a chi sgarrava. Dopo un triplice ammonimento finiva espulso col seguente anatema: «Che Dio ti maledica, ti maledica, ti maledica». Tutte regole alle quali Luca e Apollonia si piegavano come un soldato si piega alla disciplina militare: sorretti da una fede sincera e convinti che non esistesse altra via per guadagnarsi il Paradiso o almeno il Purgatorio. Infatti a cinquant’anni Luca sembrava un vegliardo, la sua barba lunga fino a metà stomaco era già bianca, a quarantasei anni Apollonia sembrava ancor più vecchia del marito e, confessandosi, nessuno dei due trovava peccati da denunciare fuorché quello d’aver generato un ribelle. Gaetano, il primogenito, lo stesso. Il suo ossequio alle regole dell’Ordine era così profondo che a ventitré anni ne dimostrava quaranta, il suo fervore religioso così eccessivo che molti lo credevanoQuanto alla terzogenita, la diciassettenne Violante, non pensava che a farsi monaca e anche nella morte ravvisava un dono dell’Altissimo. L’anno precedente era morto Aloisio, il fratellino di quattordici anni. Era morto in modo crudele, ucciso da un’indigestione di fichi divorati per placar la fame accumulata con il digiuno quaresimale, e invece di piangere lei aveva sorriso. «Grazie, Signore, d’averlo accolto fra gli angeli.» Lui, invece, no. Aveva pianto tutte le sue lacrime e quasi cavato gli occhi al Padre Visitatore che, in sintonia con la sorella già presa a schiaffi per il ringraziamento, era venuto a consolarli con queste parole: «Esultate, esultate, che è volato in cielo prima di commettere colpe gravi». Del resto lo odiava a tal punto che gli bastava vederlo scendere da Vitigliano di Sopra per arrabbiarsi. «Eccolo, l’aguzzino! Eccolo, lo scalognatore! » E’ inutile sperare che cambiasse, che diventasse pure lui terziario.
Aveva in orrore il cilicio, a sentir dire il Rosario si addormentava, i dodici Pater e i dodici Ave col Gloria e il Requiem aeternam non li recitava, a parlargli di penitenze o astinenze perdeva la testa e la Messa la ascoltava soltanto di domenica sbuffando. «Proprio perché vi voglio bene e se non ci vengo vi dispiace!» Inoltre cercava il divertimento in qualsiasi cosa, lavoro incluso, andava a veglia da chiunque lo invitasse, correva a ogni fiera e infrangeva il precetto francescano, nonché la legge che vietava ai contadini di andare a caccia, facendo strage di animali che catturava con le reti o le trappole o le tagliole. Lepri, fagiani, conigli selvatici, e in particolare volpi che vendeva al mercato di Greve dove lo chiamavano Rubacuori perché malgrado la statura un po’ bassa era davvero attraente.
Lineamenti gradevoli e resi delicati da quei capelli biondi e quegli occhi azzurri, connotato familiare che sbiadiva Gaetano fino a farlo sembrare un cavolo appassito, sorriso contagioso, corpo vigoroso. Era anche vanesio. Possedeva una giacca di velluto marrone, un farsetto di lana blu, una camicia, un paio di calze bianche, un paio di calzoni verdi da mettere con le calze bianche e da chiudere al ginocchio col fiocchetto rosso, nonché un paio di scarpe con la fibbia d’argento, un tabarro e un tricorno: cappello che i contadini non portavano mai in quanto si addiceva ai fasti della città e in campagna si usava un copricapo a paiolo. S’era comprato queste meraviglie coi soldi guadagnati a vender le volpi, e le indossava ad ogni pretesto per irritare i Da Verrazzano cui non piaceva che un mezzadro si vestisse da signore. Ce l’aveva coi Da Verrazzano. Li definiva sfruttatori, pomposi, egoisti, degni nipoti d’un pirata che si dava arie da navigatore ma che non aveva potuto dare il suo nome al fiume e alla baia di New York, e di loro detestava tutto. Più di tutto, la casa in cui viveva. Una bella casa a due piani, con sei stanze e un ampio loggiato di pietra, un bel torrino e un bel forno, e buone stalle per gli animali da lavoro o da cortile. Però piena di crocifissi, senza latrina e senza vetri alle finestre.
Al posto dei vetri c’erano i portelloni e a chiuderli per ripararti dalla pioggia o dal freddo piombavi in un buio così completo che dovevi accendere la candela anche di giorno. «I nipoti del pirata ce li hanno, i vetri! Ce l’hanno la latrina! E poi questi crocifissi mi danno malinconia! Noi non si sta in una casa. Si sta in una tomba!» E Apollonia ne soffriva, Luca se ne disperava. «Signore onnipotente, creatore degli uomini e delle piante e degli animali che il mio figliolo uccide, aiutatelo a cambiare! Salvate la sua anima ingrata!». Gaetano invece sospirava: «E’ eretico. Io non capisco come abbia fatto don Luzzi a prenderlo a benvolere e istruirlo». Sì, era stato don Luzzi a istruirlo: dieci anni prima.
«Ti garberebbe imparare a leggere e scrivere, fanciullino?» «Oh, signor pievano! » «Allora dopo il Vespro vieni da me, che t’insegno.» Invito al quale Luca s’era opposto con forza. «Lasci perdere, signor pievano. Ai contadini non serve saper leggere e scrivere. A leggere gli vengono le idee, le voglie, e il mondo è già troppo afflitto dalle tentazioni.» Ma don Luzzi aveva insistito affermando che si trattava d’un ragazzo intelligente, che di ignoranti in famiglia ce n’era abbastanza, e chi aveva bisogno di comporre una lettera ora andava a Vitigliano di Sotto. «Si va da Carlo, si chiede a Carlo. Ne sa più d’un prete, lui.»
I suoi ammiratori dicevano che avesse addirittura nove libri: cosa strabiliante, visto che i libri costavano una fortuna e li possedevano solo le persone colte. Eppure li aveva. Tre, regalati da don Luzzi: il Nuovo Testamento, il Vecchio Testamento, e il Cantico de’ Cantici. Sei, comprati attraverso il procaccia coi soldi delle solite volpi vendute al mercato: l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, insomma la Divina Commedia, 1′ Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, e il Tesoro delle Campagne ovvero Manuale dell’Agricoltore Perfetto………..

Oriana Fallaci è diventata un mito del giornalismo e del romanzo per il gusto delle storie, il gusto di raccontare le vite altrui per vederci riflessa la propria, e viceversa.
Il suo romanzo postumo Un cappello pieno di ciliege, che arriverà in libreria il 30 luglio per Rizzoli (l’editore storico della scrittrice sin dagli anni ’60), è la summa ultima di questo gusto, di questa passione. Un testo la cui stesura decennale – interrotta dalla malattia dell’autrice che ha consegnato al nipote Edoardo Perazzi il mandato di pubblicarlo dopo la sua morte – è passata attraverso un lavorio infinito, fatto di pagine e pagine battute e ribattute sulla vecchia Olivetti «Lettera 32», bianchetto, cancellature, note a margine e riscritture incollate sugli errata con lo scotch. Il risultato è una saga che ricollega l’esistenza di un singolo individuo, Oriana, alle esistenze dei suoi avi. Di coloro che l’hanno preceduta e senza i quali lei non sarebbe. A darne conto basta l’incipit: «Nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era Granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, corsi il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere».
Insomma una discesa nel maelström della storia familiare per dare un senso al presente, un modo di guardare il proprio ombelico, il proprio Dna e trasformarlo in chiave di accesso al mistero di coincidenze che fa in modo che ciascuno di noi sia ciò che è.
Così in questo romanzo-memoria, che inizia nel 1773 e finisce nel 1889, compaiono personaggi piccoli e grandi che sono Oriana o meglio che «saranno» Oriana. Ecco allora il lontano avo Carlo Fallaci, prima miscredente e ribelle, poi terziario francescano e contadino, infine marito amorevole della bella Caterina Zani. Una donna, discendente di «eretica», e dalla lingua mordace che resiste a Napoleone e ai francesi così come Oriana e la sua famiglia resisteranno secoli dopo ai nazisti (nel romanzo urla a muso duro al generale francese: «Accident’a te e alla troia che t’ha partorito…». Ecco Francesco Launaro (bisnonno del nonno materno di Oriana) che per vendicare la morte del padre sgozza venti musulmani durante l’attacco al porto di Algeri, oppure sua moglie Montserrat che porta in famiglia la predisposizione genetica al «mal dolent», al cancro. Una malattia che ha imperversato per generazioni e contro cui la scrittrice, prima di soccombere, ha tenacemente lottato.
Sono personaggi nati dagli echi dei racconti dei nonni poi inseguiti ricostruendo i fatti a partire dai catasti, dai mastri anagrafici. Una studio furioso che però non ha rinnegato i diritti del mito, della fantasia. Come riguardo al leggendario viaggio della bisnonna Anastasìa Ferrier nel Far West: «Vero, non vero? D’istinto ci credo». E tra fantasia e realtà, tra frasi folgoranti e resoconto storico messo assieme «per accumulo», tra l’autobiografismo e la capacità di astrarre, tra la ruvidezza del non finito e la chicca, Un cappello pieno di ciliege è una splendida testimonianza, sempre in bilico tra il fluire della vita e l’incombere della morte. Una morte odiata ma non temuta, esorcizzata col mito: «Di Anastasìa Ferrier, leggenda vissuta senza un certificato di nascita, non esiste nemmeno un certificato di morte». Maria Allo